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Io ballottai talor qualche piovano, e credei pel migliore dar la fava. Discorrendo tra me dicea pian piano: —I piú faran lo stesso,—e m'ingannava. Dall'altre opinioni ero lontano, e quando le pallotte annoverava, ero tra venti, e cento aveano detto ch'io avevo mal pensato e mal eletto.
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E non avendo uman rispetto alcuno o fine d'interesse o di livore, credei d'esser almen tra novantuno, pensando col mio capo in sul migliore. Vidi ch'errai nel scegliere quell'uno, e rimasi col numero minore, poiché cento pallotte a me davante m'han detto ch'io pensavo da ignorante.
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Vidi certo de' Gani per la chiesa, delle Marfise in sul veron di fuori; ma so che nel mio cor feci difesa, né vezzi ebbero parte né impostori. Basta, giustizia è stata sempre illesa, ch'anche Angelin da' gran persecutori trasse alla fine, e mi convien pur dillo, d'un voto, ma custode del sigillo.
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Credo però anterior fosse una patta: Turpin dubbioso lascia questo fatto. Marfisa pel furor fu quasi matta: si chiuse nel zendale, e di soppiatto tra gente e gente va fuggendo ratta. Ipalca l'ha perduta qualche tratto. Questo laudando il nome di Maria, e l'altra bestemmiando andaron via.
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Ganellon traditor per mano prese Filinor, col baston dall'altra mano. Va via pronosticando che il paese presto verria in poter dell'Alcorano. —Le veritá a' miei giorni erano intese— diceva:—il buon pensar ito è lontano. Confida in Cristo, caro figlio mio: non sbigottir, ché ognun provede Dio.—