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E' mi dispiace sol che il giovinetto di tanto merto impiego alcun non abbia; ma pregherò Gesú mio benedetto che in pazienza ei soffra e non in rabbia. —S'altro unguento non hai nel bossoletto —disse Marfisa,—tu mi par da gabbia; e' si vuol ben pensar ch'egli abbia stato un uom che non ha pari e nobil nato.—
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Rispose Gano:—Un posto oggi è vacante di cavalier di camera al re Carlo, ch'è di trecento e piú zecchin fruttante il mese; e so ben io come vi parlo. Ma v'è di mezzo non so qual brigante, senza di cui non si può guadagnarlo; certa persona incognita v'è sotto, per seimila zecchini in un borsotto.
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Io non n'ho che tremila e gli sacrifico, ma per gli altri tremila non ho modo.— Disse Marfisa:—Assai di te m'edifico, ma per gli altri tremila è duro il chiodo. Fammi parlare al mezzo, e mi certifico ch'io ridurrollo vizzo, s'egli è sodo: saprò toccar le corde e tôrre il vento per far che de' tremila sia contento.
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—Per meno di seimila non sperate, né la persona palesar vi posso —diceva Gan;—ma se i tremila date, noi vedrem tosto Filinor riscosso. —Io non so—dicea l'altra—se sappiate che in questa casa non dispongo un grosso, e c'ho un fratello e una cognata intorno, che ascoltan prieghi come il ciel del forno—
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Risponde Gan:—Se voi saprete fare, il marchese Terigi è buon cristiano; io so che gli farete fuor schizzare, ché a lui son come un soldo al gran soldano.— Gridò Marfisa:—Oh poffare! oh poffare! si vede ben che sei l'antico Gano. Di Filinor Terigi è in gelosia. Questo mi basta. Io t'ho inteso. Va' via.—