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—Meritereste—disse—che l'amore c'ho per voi se n'andasse alle calcagna. Mi lasciaste otto giorni contar l'ore, come s'io fossi qualche vostra cagna. O un asin siete, o non avete core, o un core avete fatto di lasagna. In parola d'onor, meritereste le corna, ancor che mille capi aveste.

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A questo modo si trattan le spose! senza creanza, rozzo villanzone! Da dama, paion cose fabulose, da farvi sú capitolo o canzone. Fatemi un'altra ancor di queste cose, perdio! non vi varrá star ginocchione.— Il marchese rimase stupefatto e pareva briaco, anzi pur matto.

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E cominciò:—Illustrissima…—ma quella non gli lasciava dire una parola. Ei ripiglia:—Illustrissima…—e pur ella gli va serrando le sillabe in gola. —Tacete lá—gridava, e pur martella che non dovea lasciarla un giorno sola, e che una sposa, sviscerata amante, si tratta meglio, e chiamalo forfante.

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E perch'ei pur l'«illustrissima» intuona, ella ebbe finta alcuna lagrimetta. Terigi allora a un pianto s'abbandona con una bocca quasi di berretta, dicendole:—Illustrissima padrona, per l'amor di Gesú, datemi retta. Io vi chiedo perdon, ma…—Dopo questo gl'impedieno i singhiozzi il dire il resto.

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La dama lo scusò per quella volta; il resto non lo volle piú sapere. —La vostra villania resti sepolta: siate per l'avvenir piú cavaliere.— Cosí diceva, e Terigi l'ascolta, e non sapeva parlar né tacere. Marfisa pur lo guarda e ha replicato: —Sí, vi perdono; sí, v'ho perdonato.