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Questo è il costume che s'usava allora nelle commedie e ne' libri novelli. Ora torniamo a Gan, che s'innamora de' tremila zecchini, che son belli: gli tocca e con la vista gli divora; poi gli ripon ne' sacri suoi cancelli; poi ride e dice:—Questi gli sparagno, perch'io sono il mignon di Carlo Magno.—

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Volle che Filinoro gli facesse una scrittura, in viso assai cortese, con la qual dell'incarco promettesse a Gan cento zecchin pagar il mese. —Di questi celebrar fo tante messe e marito fanciulle del paese— diceva il conte; e Filinor fu tosto per questa via nell'incarco riposto.

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Non si potria mai dir la petulanza del guascon, quando egli ebbe il posto altero. Tutti disprezza, e con poca creanza trattava ogni piú antico cavaliero. —Il parlamento ebbe una gran baldanza a non darmi il sigillo dell'impero —diceva;—per sua parte n'ho vergogna e gliene incaco e peggio, se bisogna.

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Marfisa a' paladini aveva detto «assassini» e «briccon» con insolenza, che non aveano Filinoro eletto: gli discacciava dalla sua presenza. Veniva il buon Terigi, poveretto; ma lo trattava con indifferenza. De' tremila zecchin piú non parlava: la trama col guascone seguitava.

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Chi avesse detto a Terigi:—Marchese, la somma de' zecchini avete data perché il guascon sia grande a vostre spese e possa corteggiar la vostra amata,— credo che in un pilastro del paese, fuori di sé, la testa avrebbe data; ché certo dopo quell'opra famosa Marfisa e Filinor sono una cosa.