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Nuovamente a Rugger Terigi accocca il cappellan Gualtieri, a dirgli aperto che troppo l'onor suo Marfisa tocca e che il nuzial rimanderá per certo. Rugger afflitto non apriva bocca; e poich'egli ebbe sofferto e sofferto, a Carlo Magno un giorno fece istanza che a Filinoro facesse aver creanza.
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Non s'usavan duelli, e le vendette s'erano riformate dall'antico: per vie nascoste dirette e indirette, chi mente avea domava l'inimico. Narrò Rugger a Carlo e cinque e sette bricconerie del guascon ch'io non dico, le corna di Terigi e di Marfisa e il disonor della magion di Risa.
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Carlone, vecchio rimbambito, ascolta; e perch'egli era d'impression gagliarda, appena ebbe Rugger data la volta, chiama il guascon, che un momento non tarda, e disse:—Sappi che, se una sol volta andrai dov'è Marfisa, ben ti guarda, io te lo giuro da quel re che sono, che ti farò morir senza perdono.—
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A Gano Filinor racconta il caso. Il Maganzese corre a Carlo Magno, e come bufol menalo pel naso, narrando la faccenda da mascagno; tanto che il rimbambito è persuaso, e in rabbia con Rugger batte il calcagno; e rivocando i primi ordini suoi, disse al guascon:—Va' a far ciò che tu vuoi.—
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Io so che mi dirá qualche lettore: —È impossibil per queste frascherie s'incomodasse un tanto imperatore.— Rispondo ch'io non dico mai bugie, e ch'egli avea ricorsi a tutte l'ore per odii, per timor, per gelosie. Dame e serventi, come le formicole, volean dall'imperier cose ridicole.