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—E sapete perché—gridava il frate— Pietro avea detto il falso, e il vero Cristo? Questo fu: state cheti e m'ascoltate. Perché di Pietro piú ne sapea Cristo.— Turpino scrive che le sputacchiate, a questa distinzion tra Pietro e Cristo, furon tremila cento e settantotto, e che rise Dodon che gli era sotto.

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Ma ripiglio la storia. Il fraticello de' costumi del secol predicava. Sedea Terigi proprio in faccia a quello, che con gli occhi suoi tondi l'ascoltava. Un sedil vuoto ha innanzi, e il frasconcello del guascon con disprezzo lo pigliava; gli siede avanti, e talor si volgea e lo guardava in viso, e poi ridea.

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Parecchie asinitá, simili a questa, dice Turpin che gli andava facendo; ma l'ultima gli fu tanto molesta, che fu quasi per trarre un guaio orrendo. Una lettra il guascon poco modesta, che ancor fresco ha l'inchiostro, va leggendo, e la tien tanto aperta e sí palese, che leggerla potesse anche il marchese.

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In fronte avea la lettera: «Cor mio!» il contenuto non lo voglio dire; basti saper che il fine era un addio da far di tenerezza un uom svenire. —Miserere di me, che mai vegg'io!— disse Terigi e si poté sentire; perch'ell'era una lettera, una manna, di pugno proprio della sua tiranna.

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Non si ricorda piú d'esser in chiesa, né del predicador, né dell'udienza. Si leva e corre con la faccia accesa, come se lo cacciasse la scorrenza. Dá d'urto negli astanti e fa contesa; s'è scordato il «con grazia» e il «con licenza»: fece rivolta come un Truffaldino, arrabbiato, grassotto e piccolino.