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Esce dal tempio alfine, a casa è giunto, e don Gualtier, suo mansionario, chiama. —Prete—gli disse,—è questo il duro punto, ch'abbandono Marfisa, che non m'ama. Non m'ama, mi tradisce! Son consunto: si freghi dietro il suo titol di dama. Véstiti in lungo tosto, e m'ubbidisci: questa scritta nuzial restituisci.—

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Poi della lettra e del guascon sfacciato gli narra. Don Gualtier facea stupori: poscia in veste talare s'è avviato alla magion di Risa a far rumori; e poiché il caso e il comando ha narrato del padron suo, la scritta trasse fuori. Sopra d'un tavolin la pose, e poi volge le spalle e va pe' fatti suoi.

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Bradamante è caduta in sfinimento; don Guottibuossi corre per l'aceto; Ruggero è saggio e prova un gran tormento: volea gridar, voleva starsi cheto. Marfisa seppe il fatto e, come il vento, spedisce Ipalca al guascone in secreto a dirgli che, se il mondo rovinasse, ella gli vorria bene, e ch'ei l'amasse.

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Queste difficoltá, questi fracassi, questi accidenti grandi da narrarsi, eran per la bizzarra giuochi e spassi, perocché andava dietro a immaginarsi che nelle brutte e ne' talenti bassi la vita cheta sol potesse darsi. —Le marmotte—diceva—di pel tondo non sono buone a tener desto il mondo.

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Chi ha merito—diceva—il mondo tiene sempre in discorso e in sé col guardo vòlto. Che dica bene o male, o male o bene, di questa cosa non mi curo molto. De' bacelloni han delle sciocche pene, ma i scempi non gli curo e non gli ascolto. L'invidia e l'ignoranza può contendere, ma il mondo è per metá sempre da vendere.—