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Voi del re Carlo Magno e imperatore di cavalier di camera nel posto siete, e persona pubblica; io signore privato son: sicché tutto all'opposto. S'io v'ammazzo, vedete in qual errore di lesa maestade incorro tosto. Nessun mi può salvar dalla rovina del fisco e della morte repentina.
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Se voi mi trafiggete, io son privato: v'è assai piú facil rattoppar la cosa. Questa disuguaglianza è gran peccato e una sopraffazione vergognosa. Quando avrete l'incarco rinunziato, non sará la disfida difettosa; e allora al torrione oltre alla Senna v'attenderò diritto come antenna».
13
Scritta la lettra, diceva Terigi: —Non vo' mandarla, grida a tuo talento. Può rinunziare, e allor, per san Dionigi! venga a me l'olio santo pel cimento.— Dicea Gualtieri:—Io sfido Malagigi a ritrovar piú sano pensamento co' suoi dimon. Non abbiate paura, ché vi fa grande onor la mia scrittura.—
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Questo viglietto il prete, buona lana, fe' che Terigi a Filinor spedisce. Al guascon la risposta parve strana: pensa e ripensa e nulla stabilisce. Lasciar l'incarco non è cosa sana; questa risoluzion forte abborrisce, perocch'è necessaria la prebenda: e par che la risposta non intenda.
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Replica la disfida e chiama vile il marchese Terigi e poltroniere. Gualtieri è corbacchion di campanile: risponde che l'accetta con piacere; ma che rinunzi prima, s'è civile, il suo pubblico incarco all'imperiere, e poscia che sará di lá dal ponte, in sulla Senna, come un Rodomonte.