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Turpin prudente e grave partí zitto con la sua cappa magna e il pastorale, dicendo:—Un bel tacer non fu mai scritto.— Benediceva il mondo universale, ed alla mensa vescovil, che vitto pareva d'Epicuro, la morale rammemora del frate, disprezzando gli stravizzi del secolo nefando.

7

Ma dove scorro? Io chiedo umil perdono a Turpin, che dal ciel forse m'ascolta. Altro non penso ed altro non ragiono che fatti da lui scritti quella volta. Ora a Terigi ritornar fia buono, che la disfida del guascone ha tolta a esaminar col cappellan, dicendo: —Tu vedi, prete: me tibi commendo.—

8

Prete Gualtier non era senza testa: conosce ben che il guascone era accorto; che il gradasso facea nella richiesta, perché Terigi era grassotto e corto. E disse:—Nulla non temete; a questa disfida io vi trarrò con lode in porto. Qui deluder convien l'arte con l'arte, come c'insegnan le moderne carte.—

9

Gli pose innanzi penna e calamaio, dicendo:—Quel ch'io detto voi scrivete.— Disse Terigi:—Io scrivo tutto gaio; ma pensa a quel che detti, caro prete.— Dicea Gualtier:—Ho il guascon nel mortaio. Scrivete pur, ché non vi pentirete.— E finalmente il buon Terigi scrisse ciò che volle Gualtier, che cosí disse:

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«Io Terigi, marchese e duca e conte e signore di eccetera, al guascone Filinor dice ch'egli ha le man pronte al duello minacciato e lo spadone; che sceglie il campo, e fia di lá dal ponte, di Senna in sulle rive, al torrione; ma avverto Filinor che prima impari che i duelli non seguon che fra pari.