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Era quivi in disparte certa suora, che al romore, alle cose, al parapiglia, non s'era mai degnata d'uscir fuora, come chi saviamente si consiglia. D'una bellezza è tal, che, se in un'ora la descrivessi, farei maraviglia: bianca, ben fatta, giovine, d'un viso, d'un occhio, d'un guardar di paradiso.

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Se le scolpiva in faccia dell'interno la contentezza, la quiete vera; al piú cocente state, al peggior verno, godea quella forte alma primavera. Conoscea veramente che l'eterno Bene desiderabile, e solo, era. Raccolta mai per monaca richiesta non avea detto il ver siccome a questa.

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Al ragionar furente di Marfisa, bizzarro ed empio e scandaloso e forte, disse all'altre sorelle in questa guisa e alla badessa, c'ha le luci torte: —Suore, scorgete mai ch'ella è divisa dal pensar dritto? usciamo delle porte, e lasciatela in pace, ché i rimbrotti fan mal peggiore ne' cervei corrotti.

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Queste parole, ch'ella ha dette, sono de' libri suoi moderni, che l'han guasta; insegnamenti che le han dati in dono gli spirti forti di novella pasta. Ugualmente a' conventi è il secol buono, ma la rete oggi in quello è troppo vasta. La rabbia, ch'ella or prova, e la vergogna son frutti del suo secolo carogna.

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Tutte dinanzi al Crocifisso nostro andiamo ad intuonare il Miserere, perché la sventurata questo chiostro soffra con pace, e a noi la lasci avere.— Marfisa ha nero il cor piú che l'inchiostro: la rabbia l'avea priva del vedere. Le monachette dietro a quella santa andâro a salmeggiar dove si canta.