La stizza del sentir discorsi sciocchi pose a Marfisa l'altra ira in bilancia, e disse:—Non può far che l'ora scocchi; t'immaschera al costume della Francia, perocché le tue ciarle da pidocchi gorgogliar presto mi farien la pancia.— E brievemente andarono a vestirsi per gir alla commedia a divertirsi.
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E mascherate al teatro sen vanno, l'una com'uomo e l'altra come dama. Al numer diciassette picchiato hanno: Ferraú tosto, per acquistar fama, apre, mettendo Ipalca a saccomanno con ceremonie, e quel momento chiama felice, glorioso, e dá del resto; ma Ipalca affatto era inesperta a questo.
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Sei volte un'«umilissima» infilzando, con rossor di Marfisa, entra e s'asside: il sipario, che allor si andava alzando, il complimento, grazie a Dio, recide. La commedia si fa. Di quando in quando si picchiano le mani e il popol ride, e perch'ella era alquanto curiosa, Turpin ci lasciò scritta qualche cosa.
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V'erano in essa di molti cristiani posti in aspetto obbrobrioso e tristo, preti papisti e frati veneziani, ch'altro eran ben, che imitator di Cristo. Ma tra gli altri cattolici romani, entro a quella commedia un ne fu visto d'un secolare spigolistro avaro, che all'uditorio turco assai fu caro.
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Il poeta pagan fingea che morta fosse la moglie del divoto arpia, e che i preti gli fossero alla porta per le candele e per portarla via. L'avaro, ch'era una persona accorta, per l'avarizia spender non volia, ma per unirla alla religione, col piovan facea scena in un cantone.
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