Disse la dama:—Senti: s'egli è vero, alla croce di Dio! con un pugnale gli spacco il cor, lo mando al cimitero: conoscerá Marfisa quanto vale.— E detto questo, va come il pensiero. Ipalca replicava:—Chi e quale?— La dama irata si rivolge e dice: —Ella è una cantatrice, cantatrice.

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È saltimbanco, vende teriaca, guadagna sulla moglie, fa il ruffiano, e m'ha ficcata questa pastinaca, il turco, l'assassino, il luterano!— E pur s'infuria, bestemmia, s'indraca. Ipalca rispondeva:—Dite piano.— Ma pure strologando indovinava per qual ragion Marfisa furiava.

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Di quel sospetto nulla piú fa sdegno a Ipalca, che il sentire il traditore si fosse sottomesso all'atto indegno di dar la mano a una cantante e il core. —Che sia ruffian—diceva—io mi rassegno, ho pazienza che sia ciurmadore; ma che una cantatrice sposata abbia, santissimo Gesú, questo fa rabbia.

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Io mi sento agghiacciar piú che nel verno. Una cantante! oh, san Francesco mio! una donna dannata in sempiterno, per cui non ha misericordia Dio; che ha mandate tant'anime all'inferno, cantando in sul teatro e che so io! una cantante, una scomunicata! o Vergine Maria sempre laudata!

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S'egli avesse sentito un cappuccino a predicare un dí, com'ho sentito, e gridare e sudar quell'angelino contro queste donnacce da prurito, e a provar che son diavol con l'uncino sotto il belletto e sotto un bel vestito, diguazzando una barba veneranda, le avria il guascon lasciate da una banda.—

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