Tant'è, Morgante; stiam costanti e fissi, trapassiam della vita l'ultim'ore; e morendo co' nostri crocifissi, speriam trovar di lá vita migliore. Io dirò sempre:—Ciò che scrissi, scrissi.—E qui piangeva il roman senatore. Anche il gigante gli occhi imbambolava, seguendolo alla staffa, e singhiozzava.

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Lasciamgli andar verso Parigi. Il testo ritorna a Filinoro saltimbanco, che, fuggendo il palchetto sí molesto, trova la moglie, travagliato e stanco, e fece fare i suoi fardelli presto, ché pargli aver qualche sicario al fianco; poi, caricata una sua gran carrozza, quella notte partí di Saragozza.

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Di cittade in cittá, di fiera in fiera espose gli stagnoni e i bossoletti, ma il suo commercio scarseggia in maniera da non poter comperar sei panetti. Anche all'uccellagion della mogliera venien pochi tordi e magheretti, perocché i capitali erano mezzi e v'è stagione in cui son schifi i vezzi.

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L'arte del ciurmadore Filinoro lascia in una cittá che nol conosce, e torna cavalier posto in decoro per cercar via di riparar le angosce. Si mette al petto un bell'ordine d'oro e cammina diritto in su le cosce; nelle ricreazion si producea; le dame d'esso gelose facea.

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D'una tra l'altre, vedova opulente, a Filinor molto garbava il core, e giá le avea rubata sí la mente, ch'ella sposato l'avria per amore. Ma v'era il nodo fatto anteriormente, ostacolo importuno a côrre il fiore. Filinor, dotto nei nuovi sistemi, né ammaina vele né ritira i remi.

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