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Claudia, filosofessa di Bretagna, scrignuta, nera e maghera venía, che della moltitudine si lagna e quel concorso intitola «follia». —Beata—vien dicendo—la campagna!— con un gobbo signor che la servia. Loda la solitudine, arrabbiata, perché la moltitudin non la guata.
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Ermenegilda Galega è venuta, orrida, nera, sperticata e lunga, zoppa dal manco piè, sicché saluta tutti alla parte manca, ov'ella giunga. Né si de' creder ch'ella venga muta, per storpio od orridezza che la punga, perch'è un'indiavolata di Galizia, piena di foco, d'arte e di malizia.
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Aveva seco quindici serventi, tutti gelosi di sí bella rosa. Ermenegilda ride ed alle genti dice:—Mirate cosa portentosa! Costor son tutti innamorati spenti di questa sfinge zoppa e mostruosa.— Un tal disprezzo franco di se stessa le faceva d'amanti quella pressa.
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Era giunta Ermellina senza gale, grassotta, allegra, semplice e sincera; e col marito Aldabella morale, con l'occhio in guardia, ruvida e severa. L'antica imperatrice, ancor gioviale, è quivi giunta ad onorar la sera, ma in figura privata col danese. Non dimandar se inchini fa il marchese.
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Da Montalban non veniva Clarice, ché Rinaldo le gioie le ha impegnate, e le andrienne ad una cantatrice ha date in don, le cuffie e le cascate. Per la ricreazion questo si dice dalle signore afflitte e addolorate; ma lo diceano tanto allegramente che dell'angoscia lor parean contente.