Riccardo I. non solamente volle, che la Storia de' suoi Daco-Geti Normanni, al tempo della loro idolatria, si scrivesse da Dudone di San Quintino; ma vivi serbò nella sua mente i concetti dell'Architettura Oltredanubiana di que' Daco-Geti. Gli piacquero innanzi ogni cosa ne' Tempj l'elevazione, che chiamerò Visigotica, ed il pensiero di circondarli con le Torri. Stando egli un giorno sulle soglie del suo Normannico Palazzo di Fecampo, vide in qual maniera questo vincesse nell'altezza l'opposta Chiesa della Trinità; e tosto mandò per un Architetto, al quale impose d'alzar la nuova Chiesa cotanto, ch'ella superasse le mura sì del Palazzo e sì della città. Il nuovo Tempio, ricco di Torri come quello di Santa Eulalia in Merida, non tardò a levarsi maestoso nell'aria, con due file d'archi: »Delubrum MIRAE AMPLITUDINIS, hinc inde Turribus praebalteatum, dupliciter arcuatum et de concatenatis artificiose lateribus DECORAE ALTITUDINIS CULMINE... Intrinsecus depinxit historialiter[133]». La Casa di Dio, disse Riccardo I., dee superare tutte le sommità d'ogni altra fabbrica.
Notgero, Vescovo di Liegi, a' giorni di Riccardo I., riedificò nella sua città la Basilica di San Lamberto, della quale si conserva l'immagine nelle Lamine, descritte dopo il Dittico Liegese dal Wiltheim[134], ove tutti possono scorgere il Gotico artificio delle Torri e de' molti angoli, compagni di que' della Chiesa di S. Tirso d'Asturia. Non è questa, esclama il Wiltheim, non è questa l'Architettura da noi chiamata Gotica? »Vidisti in singulis tabellis tria FASTIGIA ACUMINATA, et sub unoquoque horum singulos ARCUS ACUTE ANGULOSOS, genus structurae a Vitruviana seu Romana Graecave veteri longe diversum: vulgo Gothicum hodie appellant». In tal guisa, gli esempj della Mano Gotica di Roano si veggono passati dalla Normandia in Liegi, appartenente al Regno de' Franchi d'Austrasia. Un esempio più illustre diessi nella stessa Normandia da Riccardo I. quando egli cominciò nel 966 a costruire un Monastero sul Monte S. Michele. Ottenne dal Pontefice Romano Giovanni XIII. e da Lotario, Re de' Franchi, grandi privilegj pel grandioso edificio, collocato su quella marina rupe[135], ma le fiamme lo consumarono, ed il nuovo Duca Riccardo II. lo ricostruì nel 1022: della quale ricostruzione il Mabillon[136] pubblicò le figure. Ivi si ravvisano agevolmente le forme dell'Architettura Gotica, e l'elevazione aerea delle mura, che n'era il principal distintivo. Non leggo in niun Documento, che Riccardo I. e Riccardo II. avessero chiamato sul Monte San Michele a lavorare alcuno de' Culdei o degli Architetti Laici di Scozia e di Inghilterra; ma la Cronica del Monte San Michele[137] ci assicura che nel 966 e nel 1022 gli Abati di quel Monastero, Mainardo e poscia Ildeberto, ne furono gli autori: Monaci entrambi, ed entrambi Cattolici.
Orderico Vitale, il quale nacque nel 1065 e fu Monaco di Santo Ebrulfo in Normandia, dove mori nel 1141, parla d'un celebre Architetto delle Gallie a' giorni di Riccardo I e del suo uterino fratello Rodolfo, Conte d'Ivry e di Baieux. Chiamavasi Lanfredo; ed Albereda, moglie d'esso Rodolfo, pregollo di fabbricare in Baieux una Torre. Questa riuscì famosa nelle guerre di Normandia (Turris famosa, ingens, munitissima[138]): un sinistro romore intanto si divolgò, che Albereda fatto avesse mozzare il capo a Lanfredo, acciocchè mai più egli non costruisse di simiglianti lavori per alcuno[139]. Lo stesso lagrimevole fine attribuiscasi all'Architetto della Meclenburghese Badia di Dobberano, e ad altri; atroci fatti, pe' quali gli Architetti e simili Operatori dell'arti si teneano più stretti ne' loro particolari Collegj, e si circondavano di misterj, occultando la pratica dell'arte loro, ed ogni procedimento Matematico.
XXIX.
Mentre Riccardo I edificava sul Monte San Michele, i Visigoti della Gallia Gotica non aveano perduto il godimento, pattuito nel 759 col Re Pipino, del Fuero-Juezo, nè l'esercizio dell'antica loro Architettura Gotica. Nelle loro contrade s'erano stabiliti non pochi Franchi, viventi a Legge Salica; ed i Romani del decimo secolo erano da lunga stagione rientrati nel possesso del Breviario Alariciano, abolito nel settimo da Cindasvindo in Ispagna; del quale riacquisto sopravanzano luminose memorie ne' Placiti e nelle donazioni del 918, 935, 942, 949[140]. Ecco tre Leggi diverse nella Gallia Gotica: nondimeno presso que' Romani e presso quei Visigoti s'insinuava sempre un qualche uso de' Franchi dominatori; e non di rado nelle due lingue, Ulfilana e Latina, si faceva un qualche innesto d'alquante Germaniche voci. Già negl'Istromenti Visigotici del decimo secolo si vede introdotto il costume dei Feudi: ma il vocabolo Allodio, della Legge Salica di Clodoveo, divenne frequentissimo fra' Visigoti, sebbene se ne fosse voltato il senso a dinotar le possessioni libere di qualunque dritto feudale.
L'essersi cominciati gli ordinamenti de' Feudi a propagare più o meno rapidamente fra' Visigoti non tolse a costoro il lustro della loro schiatta, ed essi conservarono la più gran parte delle ricchezze, mercè le quali si facevano tuttodì a fabbricar volentieri un numero, che talvolta sembra favoloso, di Monasteri e di Chiese. Le donne Visigote andarono innanzi ad ogni altro in questo arringo d'Architettura Sacra; le donne, a cui erasi propizio il Fuero-Juezo; e massimamente in una Legge del Re Cindasvindo[141]. Niuno impaccio ad esse recavano il Mundio perpetuo, de' Longobardi, nè il Reippus[142] stabilito contro le vedove da Clodoveo, e rinfrescato dopo tre secoli da Carlomagno nella Legge Salica[143].
E però due donne illustri, senza il consentimento d'alcun tutore o Mundualdo, fecero una larga distribuzione de' loro Allodj e de' loro servi a pro di molti Monasteri e di non pochi Laici. Nel 26 Febbraio 960 la Contessa Berta, moglie del Marchese di Gozia, Raimondo I, conferì, senza interrogarlo, una gran copia di Allodj e di servi al Monastero di Monte Maggiore, nuovamente fondato vicino ad Arles in Provenza. Disse voler donare tutto ciò che per le Leggi erale toccato in sorte nel Regno di Gozia (in Regno Gociae[144]) sul retaggio di suo zio Ugo di Provenza, il quale dianzi era stato Re d'Italia. In pari modo, nel 977[145] e nel 990[146], Adelaide, Viscontessa di Narbona, scrisse due testamenti, profondendo i suoi doni alla sua famiglia ed a' suoi amici. Non meno generosa mostrossi verso i Monasteri; fra' quali non dimenticò l'Anianense di San Piero in Cauna, e quello proprio di Aniana.
Poco appresso, nel 1002, celebrassi un Placito insigne, ove Gausfrido, Abate di Santo Ilario di Carcassona, vinse una lite contro Arnaldo, Visconte di quella città, coll'allegare in suo favore la Prima Legge del Libro Quinto delle Visigotiche, ossia del Fuero-juezo[147]. Nella stessa guisa, essendo già innoltrato l'undecimo secolo, Adelaide, figliuola di Pietro Raimondo, Conte di Carcassona, rinunciò ad ogni suo dritto su' Feudi e sugli Allodj di quella Contea (Feva et Alode) in favore del Conte di Barcellona, senza l'intervento d'alcuno, e sol per effetto, com'ella disse fin dal principio, delle facoltà concedutele dalla Legge Sesta, Titolo Secondo, Libro Quinto della Lex Gothorum. L'istromento si scrisse in Agosto 1070[148]: testimonio certissimo della vita nazionale de' Visigoti fino a tutto quel secolo nella Gallia Gotica: ma ben presto in quella medesima Provincia ed in tutto il resto delle Gallie, verso i principj del duodecimo, l'intelletto Latino trionfò, cacciando in fondo sì le Leggi del Visigotico Fuero-Juczo e sì le Saliche de' Franchi, non che degli altri popoli Barbari. Con queste disparvero tutti gl'istituti Germanici del guidrigildo, e cessò la lunga onta della stirpe Romana, la cui vita si tassava da Clodoveo e da Carlomagno una metà meno della vita d'un Franco.
Diasi ora uno sguardo indietro, e si vegga quel che nel nono secolo fecero i Visigoti Spagnuoli del Regno d'Oviedo, i quali viveano parimente col Fuero-Juczo. Don Ramiro, succeduto al Re Alfonso il Casto, avea nell'846 vinto i Mori, che ardirono chiedergli la rinnovazione dell'annuo tributo di cento donzelle Cristiane; e tosto con le spoglie tolte a' nemici fabbricò nelle vicinanze d'Oviedo un Tempio alla Vergine Maria, il quale sussistea tuttora nell'età del Mariana. Ma poco elegante sembrò allo Storico illustre quell'opera, essendosi veduto quanto egli avesse in dispetto le fabbriche d'Architettura Gotica; uso ad ammirar solamente l'arti de' Greci e de' Romani: »EXTAT, egli dicea, structurae genere ac totius operis IN PAUCIS ELEGANTISSIMA[149]». Nè belle sarebbero parute al Mariana, se si fossero, come questa, conservate fino a' suoi dì le primitive fabbriche di Compostella e l'altre de' Re Visigoti d'Oviedo; cioè, da Don Ramiro fino ad Ordogno II. Costui prese nel 918 il suo regio titolo dalla città di Leone, dopo averne scacciati gli Arabi. Cessò allora la gloria di Oviedo, e le Chiese d'Alfonso il Casto andarono a male, del che si doleva fortemente lo stesso Mariana[150].