Egli scosse il capo.

—Mentirei se dicessi che le vostre parole non mi facciano male, tuttavia non rinunzio ad un'unione ardentemente desiderata, perchè sono certo che un giorno cambierete pensiero a mio riguardo e giungerò a toccare il vostro cuore.

Eravi una dolcezza infinita in quest'ultima frase, ma Adriana rimase fredda, seria e nello sguardo che rivolse al suo fidanzato, eravi un'espressione così strana, che Diego trasalì, come se l'innocente vittima gli avesse letto nell'anima!

CAPITOLO SETTIMO.

Le conseguenze di un'infamia.

Chiuso nel suo studio, seduto dinanzi ad uno scrittoio, Gabriele Terzi rileggeva per la quarta volta una lettera di Adriana, chiedendosi se sognava o diveniva pazzo. La lettera diceva:

«Signore,—Quando riceverete questa mia, sarò già lungi da Milano con mio marito. I vostri calcoli con me, non sono riusciti e se ancora vi resta un po' di coscienza, invece di mettervi alla caccia di qualche altra ricca ereditiera, sposate la vostra guantaia di Porta Vittoria, la bella Maria, che per un giovane astuto come voi, potrà recarvi molto profitto—Adriana.»

—Ah! questo è troppo—proruppe Gabriele livido, febbrile, esaltato,—Ella si prende giuoco di me. Maritata?… No, non è possibile. E chi è la guantaia di cui mi parla…? Io non ci vedo più, mi sembra che il cervello mi si turbi… è un orribile incubo questo…

Si rovesciò sulla seggiola come annientato, torcendo fra le dita convulse il foglio, mentre la bocca gli si raggrinzava agli angoli e gli occhi si empivano di lacrime.

Soffriva spaventosamente ed era da quasi un mese che aveva il cuore straziato.