«Oggi, 22 maggio 1842, si sono finalmente celebrate le nozze. Dopo il tumulto di questa solenne giornata, eccomi di nuovo sola coi miei pensieri — Nella più lieta stagione dell'anno, quando tutto si riapre alla speranza e all'amore, quando la terra già rinverdita nell'orgoglio della sua giovinezza dispiega l'immensa moltitudine dei suoi fiori, m'apparve dinanzi per la prima volta questa bella giovinetta, che da sì lungo tempo io desiderava abbracciare, e da cui oramai dipendono tutte le gioie del mio avvenire. Ell'era vestita di bianco, velata fin quasi ai piedi da una magnifica sciarpa di merletto, che la faceva più vaga assai che non nel ritratto.... Ma oserò io dirlo? Nella sua faccia, ne' suoi occhi, nel suo sorriso io cercava indarno un raggio d'affetto! Alla mia cordiale accoglienza ella non rispose che con frasi squisitamente civili e rispettose; all'amore, con cui io le stesi le braccia, ella contraccambiò con un amplesso tanto freddo che mi parve forzato. Credetti allora d'accorgermi che questi capelli grigi e questa fronte corrugata dagli anni a lei così fresca e rosata inspirassero un senso d'invincibile ribrezzo. Forse io m'ingannava, ed era la soggezione di tanti occhi a lei rivolti, il frastuono di questo giorno solenne, i nuovi pensieri che la rendevano riservata e contegnosa. Quando mi conoscerà un po' meglio, e che trattandoci in piena confidenza sarà dissipata cotesta timidezza di fanciulla.... forse mi amerà.... Ah! che s'io guardo all'espressione di quei suoi occhi che così di rado e così agghiacciati mi si rivolgevano, un tristo presentimento mi dice ch'ella non vedrà mai altro in me se non la suocera!»


Dopo questa memoria l'Album appariva interrotto da quattro anni di silenzio, e quella che seguiva, in data del 30 settembre 1846, diceva così:


«È oramai molto tempo che ho smesso di scrivere. Una lunga successione di patimenti, il sentirmi ogni giorno più isolata e malinconica, le mie speranze che a una a una si son tutte dileguate, mi han chiuso il cuore e mi han tolta la forza di reagire. Dimani si anderà in campagna. Stamattina me ne hanno dato l'avviso, ed essi sono già partiti, sicchè questa sera in famiglia io sono sola. Sola come sempre, poichè è un pezzo ch'io non esco dalla mia camera, e qui è ben raro che nessuno ascenda! —


»1 ottobre 1846.

»Un impreveduto accidente ha rotto quest'oggi la trista monotonia della mia vita. Pioveva, e, poichè mi avevano mandato la carrozza ad onta del mal tempo, io mi era avviata per andare in campagna. Giunta al torrente, lo trovai fuor di misura ingrossato. Bisognava varcarlo sulla barca, ed io non aveva moneta da pagare. Quei buoni galantuomini, che da molti anni mi conoscono, volevano a tutti i patti tragittarmi, e, credendo ch'io avessi paura dell'acqua, si disponevano ad accompagnarmi in gran numero. Veramente in quel momento la mia povertà mi riesciva pesante oltremodo. Prima di partire non mi sono avvisata che avrei potuto trovare un tale ostacolo, ed era già un pezzo ch'io avevo disposto della mia mesata per quei poveri orfanelli che non hanno più nessuno che si ricordi di loro. I pochi soldi che mi rimanevano sarebbero stata una troppo meschina mancia per tutta quella gente, e feci voltare i cavalli; ma la pioggia continuava forte, e a M*** dovetti fermarmi. Mi ricordai allora che in quel villaggio doveva esserci un'amica di mia figlia Matilde, e, fattami condurre alla sua casa, le chiesi ospitalità per alcune ore. Oh la lieta e cordiale accoglienza ch'ella mi fece! Erano molti anni che non ci eravamo vedute. Io vivo così segregata dal mondo, che oramai ho perduto tutte le mie conoscenze, ed ella, maritata in una comoda famiglia, ma che abita sempre in campagna, si è interamente dedicata alle cure domestiche, e non esce quasi mai dal villaggio. Suo marito al sentire ch'io era la madre di un'amica ch'ella ha spesso in memoria mi trattò subito con una così affettuosa confidenza che mi pareva di esser tornata agli anni felici in cui anch'io avevo una famiglia. Mi condussero i loro bamboletti, mi misero a parte delle loro gioie, mi colmarono di mille gentili attenzioni, di modo che quantunque si fosse serenato e io avessi potuto ritornarmene a C***, non mi fu possibile dispensarmi dal restare a pranzo con essi. — Abbiamo lungamente parlato della mia Matilde. Quella commemorazione ci fece piangere, i sentimenti del mio cuore erano partecipati, ed io mi trovai come esilarata. Sedetti a tavola presso al parroco, vecchio venerando, loro amico, che avevano invitato perchè mi tenesse compagnia. I nostri discorsi furono lieti. Sbandita ogni etichetta, una reciproca e franca amicizia teneva luogo delle cerimonie. Il più grandicello dei fanciulletti, assiso all'un de' capi della mensa vicino al mio posto, mi chiamava col dolce nome di nonna, e ad ogni momento, disobbedendo ai cenni di sua madre, voleva ch'io gli mescessi da bere, che gli tagliassi il pane, che porgessi orecchio alle sue infantili dimande. Dio mio! è tanto tempo ch'io pranzo sempre sola, o, se discendo nei giorni d'invito, la numerosa compagnia e i riguardi delle nostre costumanze di città mi privano del vedermi dappresso i miei nipotini. Anzi, per solito, onde evitare disturbo, li fanno pranzar prima: — e oggi accolta con tanta cordialità in seno a questa onesta famiglia di campagnuoli, messa a parte delle loro consuetudini e dei loro affetti, mi pareva di essere in paradiso. Il desinare era semplice e alla buona come i loro modi, e, confesso, l'amicizia di cui era condito mi valeva a cento doppi tutta la ricercatezza e i comfort dei nostri sontuosi banchetti. — Non v'erano nè servi gallonati nè pompa di vasellame nè squisitezza da cuoco, ma schietta e piena libertà, ma cuore aperto. Dopo siamo discesi in giardino, e ci han servito il caffè in un chiosco di verdura. I convolvoli dei più vivaci colori attorcigliati intorno ai rami delle rose del Giappone ne tappezzavano vagamente le pareti e pendevano sulle nostre teste in una profusione di bizzarre ghirlande. La cara compagnia ed il lieto ed amichevole conversare mi facevano trascorrere le ore così graditamente, che solo tardi mi avvisai che bisognava partire. Mi accomiatai quasi piangendo da quella buona famiglia; al loro augurio di presto rivederci il mio cuore non poteva rispondere che con un tristo presentimento. Io sono vecchia, ho rinunziato a tutte le mie relazioni, e non potrei forse senza recar disturbo ai miei figli, rinnovare per puro divertimento cotesta gita. D'altronde, io sentiva con una profonda amarezza, che in mia casa non mi sarebbe stato possibile ricambiare in pari modo la loro cordiale ed affettuosa ospitalità. —