III.

Avvennero intanto gli scompigli del quarantotto. Le lettere dell'Armellino mancavano. In paese dicevasi ch'ei potesse esser passato in Isvizzera, ma era una congettura: di preciso non sapevasi nulla, e la madre che non aveva mai potuto rassegnarsi, adesso con tante notizie di tumulti e di guerra che da ogni parte circolavano, si faceva sempre più sconsolata, e finì coll'ammalare. Al crepacuore e alle lagrime angosciose era successa una spossatezza mortale: ogni giorno più estenuata pareva che avesse cessato di soffrire; era una quiete lenta e placida, ma evidentemente foriera dell'ultimo sonno. Ridotta a non poter più uscire dal letto, in quelle lunghe ore mentre appariva assopita, pensava agli anni trascorsi, alle persone che le stavano d'intorno e che in breve doveva abbandonare; al suo povero figlio lontano, ai cari che l'avevano preceduta e che sperava rivedere nel seno di Dio: le risovvenne d'una creatura a cui ella per lungo tempo aveva portato un odio profondo, come causa del passo sconsigliato che aveva fatto il suo misero figliuolo, e prima di morire desiderò di riconciliarsi. Andarono per la fanciulla. Era un pezzo che non si vedevano, ed entrambe si commossero nel ravvisarsi tanto diverse. La fanciulla pallida, tremante venne piena di pianti ad inginocchiarsi a canto al letto; la malata stese le braccia ischeletrite, e stringendola con affetto sul suo cuore mormorò queste parole: — O Tina, che dovevi essere la mia figlia, perdonami il tanto male che ti ho voluto! — Rimasero qualche tempo così abbracciate e poi parlarono a lungo dell'infelice lontano. Pareva che per una intuizione sovrumana la vecchia leggesse a fondo il cuore mutato della fanciulla. Forse che l'anima presso ad uscire dalla terrena compage si faccia in quei supremi istanti alle sue visioni più libera e come divina. Un dì mentre la giovane, che non aveva più voluto partirsi da quella stanza, le andava con amorosa sollecitudine riscaldando del suo alito una mano che le si era aggranchiata, — Dimani, disse, questa mano sarà sotterra! — E poi tornando al solito argomento dei loro discorsi soggiunse rassegnata: — Non lo rivedrò! Pregavo sempre il Signore che prima di morire volesse farmi questa grazia, ma non gli è piaciuto: forse la concederà a te.... Oh sì, poverina!... Quando sarò lassù pregherò per te, e lo rivedrai.... Era un buon figliuolo e Dio gli darà fortuna. Non mi ha recato mai se non un solo dolore, ma io gliel'ho perdonato. Gli dirai, Tina, che sono partita da questo mondo senza rancore di sorte, e che gli ho perdonato tutto, anche quel danaro infame prezzo della sua povera vita. — Una volta aprì gli occhi e guardava verso la porta, consolata come se avesse veduto entrare qualche cara persona; indi usciva ad intervalli in queste sconnesse parole: — Era menzogna sai. Povera Tina! se anzi ti vuol tutto il suo bene.... Sono già quattro giorni che fa qui le tue veci. Ecco, mi sostiene fra le sue braccia, mi assiste e mi serve come se fossi una bambina.... Perchè non mi avete obbedita? Sareste maritati da un pezzo e io non morrei.... Oh! è brutto morire senza aver veduto una vostra creatura.... E la Tina è sola; non ha figliuoli, ma il Signore le ha dato allo stesso il cuore d'una madre. — Infatti la povera giovane era tutta intenta a procurarle sollievo. Ora le accomodava i guanciali, ora si sedeva in modo che potesse riposare sul suo petto; e adesso accorata da quel vaneggiamento lagrimava sommessa, e colla mano delicatamente ravviandole i capelli pareva che si studiasse a forza di carezze di tornarla in sè stessa. Quel po' di esaltazione febbrile andò via cessando, ma cresceva la difficoltà del respiro ed era caduta in una specie di sopore letale, sicchè aspettavano che di momento in momento passasse. Avevano accesa la candela benedetta, il Sacerdote recitava le preghiere dei moribondi, quando tutto ad un tratto si risvegliò, sforzandosi di sorgere a sedere; volle che le aprissero la finestrella e chiedeva dove fosse la posizione della Svizzera. Il sole era già sparito dietro i picchi delle azzurre montagne, un ultimo riflesso di luce imporporava ancora il nitido orizzonte; stette un pezzo colla faccia rivolta a quel punto e guardava intenta, ma l'anima s'era già ritirata dagli occhi che apparivano offuscati e come coperti dal velo della morte: scosse mestamente la testa, poi disse alla Tina: — Inginocchiati, figlia mia. Egli lontano e tu qui! ma io vi benedico tutti due! — E la sua mano tremante fece un segno di croce verso la finestra e cadde a posarsi fredda come un ghiaccio sul capo della fanciulla. Udirono un ultimo soffio — era l'anima, era l'alito di Dio che tornava in quel momento al suo creatore. Allora si sollevò un gran pianto e uscivano dalla stanza desolati. Sola la Tina era rimasta. Immobile al suo posto lì presso al cadavere orava e piangeva in silenzio. Poi quando venne l'ora di trasportarla nella bara, pregò che nessuna mano straniera la toccasse, ed ella stessa le compose le vesti e il bruno fazzoletto e la candela benedetta e il rosario fra le mani. Le collocò il capo sovra un nitido guanciale, sollevandola con dilicato riguardo come se fosse stata viva, ed era infinito l'affetto e la riverenza con cui ella compieva tutti questi pietosi uffizi. A canto a quel letto aveva passato alcuni giorni d'indicibile agitazione e di angoscia tremenda, aveva tanto patito, versate tante lacrime; eppure nel tornarsene a casa dal cimitero si sentiva nel cuore una pace e una dolcezza da gran tempo ignorate. Le pareva che quell'anima santa pregasse ora per lei, riandava commossa le parole di perdono e la benedizione ricevuta; e come se il dolore avesse avuto potenza di rigenerarla, il pensiero del giovane lontano le veniva adesso quieto e quasi senza rimorso. — Una sera che tornava a casa dai campi trovò sulla sua porta il sacerdote che aveva assistito la madre dell'Armellino. Il vecchio venerando quando la vide si tolse gli occhiali mettendo in saccoccia il breviario che aveva recitato lungo la via, e chiese di favellarle. Qualche tempo innanzi un buon prete di Cividale suo intimo amico gli aveva scritto raccomandandogli d'informarsi se in que' dintorni si fosse trovata una giovane disposta ad accettar servigio presso le monache del Monastero così detto maggiore di quella città. Siccome le contadine di rado si adattano ad abbandonare i loro campi ed è poi difficilissimo che si sentano vocazione per la chiusura, così egli non si era dato nessuna premura di eseguire cotesta commissione e non aveva neanche risposto in proposito. Ma nell'occasione di quella malata avendo avuto agio di osservare la singolare pietà della Tina ed essendosi informato della vita solitaria e ritirata che menava, veniva adesso appositamente per fargliene proposta. A lei che non aveva mai potuto cavarsi dal cuore l'immagine dell'Armellino, e che al suo amore senza speranza e all'amaro rimorso che la consumava non aveva mai trovato altro lenimento che i pensieri della religione, parve bello adesso potersi ritirare a piangere nel santuario del Signore. Rispose dunque adesivamente, e senza pórci tempo in mezzo si risolvette a lasciar la famiglia e il paese nativo. Il sacerdote le diede una lettera di raccomandazione, e alcuni giorni dopo col suo fardello in testa ella partiva mattutina alla volta di Cividale. Teneva la via più corta, cioè i viottoli che a traverso i prati e le colline mettono sulla sponda del Nadisone presso il villaggio di Premariaco. Era sulla fine d'autunno, una di quelle giornate nuvolose in cui si cominciano a sentire i primi buffi del vento iemale. Dagli alberi ingialliti si staccava ogni tratto qualche foglia che veniva a rotolare dinanzi a' suoi passi; camminava spedita e deliberata nella presa risoluzione, ma i suoi pensieri involontariamente armonizzavano colle malinconie della natura. Quando fu sull'alto delle colline rivolse un ultimo sguardo al paese che lasciava. Le gioie dell'infanzia, le sollecitudini e l'affetto della famiglia, le memorie dell'amore stavano là. Si sentì al cuore come uno schianto, e pianse alcuni minuti la sua povera vita tradita. A guisa di tappeto vagamente intarsiato le si spiegava dinanzi un ampio tratto di pianura, il basso Friuli fino al mare; ma i suoi occhi non vedevano che un punto, il villaggio nativo, e lì dappresso quasi impercettibile la bianca chiesetta del cimitero, dove le pareva di tristamente abbandonare le sante ossa della pia donna che morendo l'aveva chiamata col dolce nome di figlia e che adesso dinanzi al Signore doveva pur pregare per lei.... Riprese la via, ma era accorata, e a misura che s'avvicinava alla meta, l'animo repugnante le correva al passato. Giunse a Cividale che non erano ancora suonate le dieci. Si recò subito all'abitazione del sacerdote a cui l'avevano indirizzata. Con tutta l'energia di cui era capace, procurava di ricomporsi e di cancellare ogni traccia dei mesti pensieri che suo malgrado l'avevano conturbata; ma quando entrò nel parlatorio e vide le fitte inferriate di quella tenebrosa finestra a cui poco stante s'affacciava la figura austera e l'abito strano d'una vecchia conversa, ella che non aveva nessuna idea di quel che fosse un monastero, le parve di riscontrare qualche cosa che grandemente s'avvicinava alla trista dimora dei delinquenti, e si sentì ghiacciare il sangue. Venne la Badessa. Era una donna sui sessanta, allegra, rubizza, di modi franchi e cordiali, che salutò con enfasi l'amico sacerdote che l'accompagnava, e appena ebbe udito il motivo della loro venuta fece spalancare la porta e l'accolse con cortesia mostrandosi a prima vista compiaciuta del buon aspetto della giovane. Suonò ella stessa una campana con certi rintocchi convenuti, e capitata l'anziana delle converse, gliela consegnava subito perchè le facesse vedere il monastero e conoscere le diverse persone che vi soggiornavano, ed ella tornò in parlatorio dal sacerdote che stava aspettandola. C'era là entro un numeroso popolo feminile diviso in monache, converse, giovani inservienti, ed educande. L'edifizio, antica rovina longobarda a diverse epoche restaurata, posto sulla estrema sponda del Nadisone che ivi trascorre inabissato tra pittoreschi dirupi, ha un aspetto singolare che desta ad un tempo meraviglia e ribrezzo. In qualche sito il terreno su cui ponta, ha evidentemente franato; ne fanno fede i massi precipitati nel profondo e le radici penzolanti tra i virgulti che vestono in parte la scoscesa ed altissima ripa; e c'è un muro del tempietto che dicono di Piltrude principessa, tutto a crepacci, avendo al disotto ceduto le fondamenta. Ei si presenta all'occhio in una retta perpendicolare fino alle ghiaie dall'alveo, tanto trovasi adesso rasente al precipizio. Parte di un acquedotto che si suppone opera romana attraversa le viscere del convento e sotto a' suoi piedi getta nel torrente una cascata perenne. Il sotterraneo dove passa è ridotto ad uso di magnifico lavatoio di cui le monache si possono valere a loro agio anche nei giorni di piova. Hanno lì sopra un picciolo giardinetto posato sullo sporto del dirupo come innaccessibile nido di aquila; vi si discende per una sola porticella praticata nel fianco del fabbricato che ivi lascia libero quell'angolo di fertile terreno. La vista che vi si gode dal parapetto è una delle più incantevoli. Domina gran parte dell'alveo fino al ponte gigantesco tra i cui archi ineguali sorride una scena di vago paesaggio. Quella linea che con mirabile ardimento dell'arte fu ivi gittata a congiungere le due parti della città, nei dì di mercato è formicolante di gente che diresti quasi sospesa nell'aria. A basso, vicino all'acqua verdastra, sorge un molino ed altri opifici che nella loro distanza ti paiono casine da fanciulli. Di contra stanno i fantastici dirupi della sponda opposta e gli edifizi a fisonomia antica e ruderi bizzarri coperti di edera, e un po' più lungi, posato nel verde di un ameno praticello, l'elegante caseggiato che fu un tempo il monistero di Santa Chiara e poscia collegio militare. Se guardi dall'una parte, è il serpeggiare del torrente che viene dalle alpi, è la vallata nevosa che s'apre tra i picchi del San Lorenzo e quel solitario di Monte maggiore, è la cima consacrata alla Vergine a cui concorrono continue processioni di devoti, e poi da levante a mezzogiorno il digradare di monticelli e di colline fino alla fertile pianura; e l'orizzonte si chiude colle più lievi colline e colla più dilatata pianura che sfuma nella lontananza dal lato di ponente.

IV.

Cotesta poesia della natura che s'apriva così ricca dinanzi agli occhi di quel romanzesco monistero, la vita affatto nuova, gli usi per lei singolari e l'attendere alle mansioni che le avevano affidate, assorbirono per qualche tempo tutto l'animo della Tina di modo che trovavasi pienamente contenta della presa risoluzione. Le lagrime e i turbamenti passati le apparivano adesso come un sogno, nè se ne voleva più ricordare, se non per purificarsi e farne espiazione a forza di lavoro e di preghiera. Anche le monache avevano pigliato ad amarla. Il suo aspetto attraente, la dolcezza e la serenità de' suoi modi, la sua non comune intelligenza le conciliavano ogni anima. Passò così diversi mesi, e se allora le avessero offerto di cingere anch'essa il velo e proferire gl'irrevocabili voti, facilmente l'avrebbe considerato come un favore, e si sarebbe da sè stessa incatenata per sempre su quello scoglio inaccessibile e diviso da ogni umano consorzio. Ma quando venne la primavera cominciò a sentirsi come un secreto desiderio della terra nativa. Lo reprimeva ella con tutta la sua forza, ma spesso così insensibilmente gli entrava nel sangue che già n'era dominata tutta quanta prima che la sua volontà avesse potuto neanche avvedersene. Sullo scorcio dell'inverno, quando i rigori del freddo avevano cominciato alquanto a mitigarsi, le era stato affidato un novello incarico ch'ella accettò tutta contenta come quello che meglio d'ogni altro, per la pratica che ne aveva, le dava agio di dimostrare la propria abilità. Si trattava di preparare la terra del giardinetto sul torrente. La coltivazione dei fiori era una delle mansioni della sagrestana suor Maria Eletta, il solo individuo di quel recinto che la Tina non aveva ancora mai potuto vedere. Di una salute dilicatissima, passava molta parte dell'anno ritirata nella sua cella, e il freddo come il caldo eccessivo talmente l'offendevano che ne rimaneva malata; le compagne per altro gliene avevano più volte parlato e sempre con tale venerazione da fargliene desiderare la conoscenza, ma eccetto la conversa che l'assisteva, senza un ordine espresso della Badessa, nessuna avrebbe ardito varcare la soglia di quella camera. Suor Maria Eletta amava la solitudine, e, a meno che non fosse all'estremo sofferente, impiegava le sue ore in ogni sorte di leggiadri lavori, tra cui tenevano il primato i fiori artificiali. Un mazzolino ch'ella aveva creato per le feste di Natale parve alla Tina tale portento da non potersi capacitare che fosse opera umana. I fiori più minuti come la luisa, la vainiglia, diverse specie di verbene erano perfettamente imitati, la mammola difficilissima somigliava così vera da invitarti ad odorarla, ma due rose sovrattutto erano veramente incomparabili. L'una appena sbocciata pareva che avesse nel grembo le gocciole della rugiada, l'altra appassita, coi petali scolorati pronti a sparpagliarsi al minimo soffio, guardava la terra con tanta malinconia, ed era così leggiadra nel suo dilicato pallore da farti pensare sospirando al fuggevole sorriso degli anni giovanili. Siffatte meraviglie, che ogni qual tratto uscivano da quella cella misteriosa, crescevano ognor più la grande curiosità della Tina. Quando un giorno la Badessa le disse che per i lavori del giardinetto bisognava dipendere dalle istruzioni di suor Maria Eletta, ed ella stessa la condusse a riceverle nella camera della malata. Strada facendo le raccomandò di non parlare a voce alta, perchè, soggiungeva: — Quell'anima benedetta non se ne lagna, ma è evidente che soffre. — La Badessa aveva per suor Maria Eletta i più dilicati riguardi. Per lei faceva eccezione alle austere leggi del monistero, la dispensava dal comparire in coro, dal refettorio comune, da parecchie obbedienze della regola; e non solo quando trovavasi sofferente, ma tutto l'anno la sua vita era affatto libera e poteva occuparsi come meglio le aggradiva, nè v'era tra le consorelle chi di ciò avesse mosso il menomo lamento; pareva anzi che tutte la tenessero per una persona affatto eccezionale e privilegiata. Entrarono nella stanza; le impòste socchiuse e colle cortine abbassate lasciavano penetrare appena tanta luce da discernere gli oggetti. La malata stava seduta sul suo letto, ma peraltro vestita, e lo scapolare si distendeva sulla rimboccatura delle candide e finissime lenzuola; teneva la testa china e come intenta al lavorio delle sue piccole mani, che così quasi all'oscuro rapidamente frastagliavano alcuni fogli di carta verde; il velo venuto innanzi le adombrava la faccia di modo che la Tina non potè pienamente raffigurarla.

— Eletta mia, le disse la Badessa procurando di attenuare il suo grosso metallo di voce, ti conduco la ragazza, fà d'intenderti con essa, la troverai pronta ad eseguire tutti i tuoi ordini.

— Oh vi ringrazio, buona Madre, proferì Maria Eletta con un tono così dolce che pareva un'armonia; e tu, giovanetta, siediti qui. — E quando la Badessa si fu ritirata, e la Tina tutta rispettosa ebbe preso il posto che le aveva indicato, continuò ancora più dolcemente:

— Mi han detto che vieni dal contado e devi saperne di fiori. Anch'io, giovinetta, ho vissuto parecchi anni in campagna e amavo la buona gente che lavora la terra. Oh! è bella la vita all'aperto, nell'aria libera e tra il verde di tante piante. Dopo questa consecrata al Signore, è la più bella! — Poi dopo varie interrogazioni ed alcuni precetti risguardanti il giardinetto, le ingiunse di tornare ogni giorno a trovarla; e quando prendeva congedo,

— Ricordati, disse, che noi dobbiamo volerci bene; l'amore dei fiori e il passato in qualche parte uniforme, ora che stiamo entrambe nella casa di Dio e siamo diventate sorelle, ci devono legare insieme d'amicizia perenne.

Così la Tina ebbe la chiave del giardinetto, e divideva quasi tutto il suo tempo tra la cura dei fiori e le amabili lezioni della monaca malata. Ed erano queste due cose che ne facevano nascere mille altre per cui ogni giorno più sentivasi involontariamente strascinata alle antiche memorie. Tutte le volte ch'ella andava dalla Sagrestana i loro discorsi finivano sempre col rammemorare la vita dei campi. Era un eterno ritornello che usciva naturalmente dall'argomento dei fiori. Suor Maria Eletta si lasciava andare così volentieri a far menzione ora delle colline di Butrio, ora dei prati di Soleschiano, ora della magnifica vista che si gode sul Torre venendo da Percoto, che la Tina in quella camera si vedeva continuamente dinanzi agli occhi le cognite scene del suo amato paese nativo. Pareva che, in altr'epoca, la monacella avesse assai bene conosciuto quei luoghi e che ne serbasse cara la memoria. Talvolta interrogava se dinanzi alla chiesetta di Madonna di Strada erano tuttavia così rigogliosi i due secolari cipressi ch'ella si ricordava d'avervi un tempo ammirati, se nella seconda domenica di maggio costumavano ancora di ballare sul prato all'ombra dei pioppi che fanno argine al torrente, e cento altre domande affatto frivole in apparenza, ma a cui la fanciulla commossa rispondeva col cuore pieno di lagrime. Nell'orticello ella vi entrava sempre colla ferma intenzione di lavorare indefessa, ma finiva spesso coll'appoggiarsi al parapetto e rimaner lì molte ore assorta a contemplare nell'abisso le onde continuamente succedentisi che si rompevano spumeggiando nei massi, passavano via sotto gli archi del ponte e correvano verso un paese, dove il suo pensiero le aveva digià precedute. Che se anche resisteva alla prima tentazione di porsi in quel posto, sorgevano in seguito mille altre che involontariamente ve l'attiravano. Era un delicato profumo di biancospino che ascendeva dal sottoposto torrente a farla desiosa di scoprire dove fosse. Erano le lavandaie che cantavano in coro sbattendo i loro panni; le vedeva in lontananza, non poteva afferrare le parole, ma la cadenza le suonava nell'anima ricordandole le patrie canzoni. L'uccellino che le passava sul capo, le farfallette carolanti intorno alle sterpaglie della sponda opposta, le miriadi di moscerini che vedeva alzarsi in colonna lungo l'alveo, spandersi come ondate di fumo, disparire nel verde, lo stesso sonito fragoroso delle acque, la stessa aria primaverile impregnata di mille fragranze che le metteva nelle ossa un nonsocchè di molle e di voluttuoso, tutto aveva una voce che le risvegliava il desiderio de' suoi anni trascorsi. Allora coll'innamorata fantasia ricostruiva a suo modo la felicità che aveva perduta, e in mezzo al paradiso di quel sogno sorgeva a sorriderle una immagine che da lungo tempo ella si sentiva indelebilmente scolpita nel cuore, ma sfumava come lampo, e un rimorso cocente la riempiva di pianti. Così s'era dileguata la pace ch'ella aveva sperato rinvenire in quella pia solitudine, e gli atti languidi, il pallore delle labbra, la malinconia sempre crescente dello sguardo indicavano come anche la salute stava già per dileguare. Se ne accorse suor Maria Eletta, e un giorno fisandola con grande attenzione le posò una mano sul cuore e le disse:

— Tu hai male qui! — Poi accoltala tra le braccia la baciò con accorata tenerezza come se si fosse sentita le viscere di una madre. La povera fanciulla diede in singhiozzi e nascondeva il viso fatto di porpora.