— Se tu mi guardi, soggiunse la monaca, ti accorgerai facilmente che il dolore ha lasciato più d'un'orma su questa faccia estenuata.... forse le lagrime che tu poverina versi in questo momento le avrò versate anch'io. Aprimi il tuo cuore, ti consolerò! pregheremo insieme! — e colla mano scarna l'andava dolcemente accarezzando. La desolata che da gran tempo sentiva il bisogno d'un poco d'affetto, ruppe il silenzio e nell'amplesso dell'amicizia così versava senza mistero il suo tristo secreto.

— Potessi pregare! Ma che volete ch'io faccia in chiesa, se dinanzi agli altari, se nelle devote immagini, se perfino.... o Dio! Dio! non oso dirlo: perfino nell'ostia sacrosanta io non vedo che lui?...

— Misera creatura! Ma chi mai poteva mandarti in un santuario di vergini? Or non sai tu — e continuava in tono sommesso, come paurosa che qualche orecchio indiscreto potesse ascoltare — or non sai tu, ch'esse sono tutte pure come gli angeli del Signore, e che non potrebbero intenderti giammai, nè sentire pietà de' tuoi mali? I loro cuori sono troppo nel cielo perchè li tocchi dolore di questa nostra povera carne umana. — E stette un pezzo meditando, mentre dalla faccia inspirata le balenava il pensiero di proteggere la infelice, e, quai che si fossero i raggiri che l'avevano tratta là entro, infrangere le sue catene e ridonarla all'amante. Ma quando la Tina le narrò con tutta ingenuità la sua pietosa istoria, e vide com'ella amava senza speranza,

— Povera sorella mia! le disse, fors'è provvidenza che tu sia venuta in questo luogo di pace. Il tempo ti guarirà; intanto piangi con me: ho anch'io passato lunghi anni di dolore; eppure il Signore mi ha consolata.

E tutte le volte che veniva nella sua camera, con una dolcezza rassegnata e serena le parlava della brevità della vita, delle illusioni misere della giovinezza, del buono Iddio che conta le nostre lagrime e premia il sacrifizio, delle ineffabili consolazioni di chi fa un poco di bene in questo mondo, del paradiso dove finalmente rivedremo i nostri cari e dove il nostro cuore non sarà più nè ingannato nè frainteso. La primavera quasi a mezzo inoltrata e il bel tempo stabilito non lasciavano più temere dei rigori della passata stagione, e suor Maria Eletta anche in quell'anno disponevasi ad uscire dalla sua cella e per alcuni giorni partecipare alla vita delle sue consorelle. Tosto che se ne sparse la notizia, tutto il convento fu in festa. Le monache e le converse vennero ad aspettarla a' piedi della scala, la Badessa le dava braccio, e quasi processionalmente la condussero in coro. Una letizia diffusa su tutti i volti palesava come ell'era universalmente amata, e in quel giorno recitavano l'ufficio con tale un'enfasi di devozione che pareva che ognuna nell'interno ringraziasse il Signore di sentire ancora una volta in unione alle loro quella voce così pura nella sua malinconia, così soave ed armoniosa che dava come una novella inspirazione ai cantici e alle laudi degli antichi profeti. L'altare era adorno di fiori per la maggior parte usciti dalle sue mani: i dilicati trapunti e i veli delle tovaglie erano suo lavoro. Ritta nella sua cattedra, colle mani incrociate sullo scapolare, teneva gli occhi abbassati sul breviario, ma dalla sua pallida faccia traspariva un'indicibile commozione per questa così amorosa accoglienza. Nell'uscire, si fermò nell'atrio dove dormono le ossa delle antiche madri del monistero. Orava tacita, contemplando le iscrizioni logore dal tanto passarvi sopra. Ce n'è una di quelle pietre di marmo bianco senza parole, ma vi corre intorno un fregio. Sono crani ed ossa tra cui passano leggiadre foglie d'acanto e serpeggiano convolute in graziosi arabeschi, e la rosa leggera esce dagli occhi della morte, quasichè lo scultore avesse voluto epilogare su quel sepolcro la fugacità delle nostre povere gioie, e quella speranza divina che la fede fa rampollare dal grembo istesso della distruzione. Alla Badessa che l'aveva raggiunta e che in quel punto le offeriva l'acqua benedetta: — Ecco, disse, un bel sito. Vorrei che mi ci mettessero qui! — e si segnava sorridendo mestamente. Lungo i portici le vennero incontro diverse ragazzine. Erano giubbilanti del rivederla, e dopo aver baciato la mano alla Badessa, si fecero a salutarla colla vivacità propria dei loro anni. Ella chiese il permesso che tutte le educande venissero in quel giorno a passare la ricreazione del dopo pranzo in sua compagnia nell'orticello sul torrente. Quelle fanciullette allegrissime corsero via saltando a portarne la lieta notizia e a convocare le compagne. In refettorio la Badessa dispensò dal silenzio come nei dì solenni, e sul finire del pranzo suor Maria Eletta fece recare una cesta in cui c'erano diversi lavorucci ch'ella aveva compiti per ognuna delle consorelle durante il tempo che le sue sofferenze l'avevano tenuta confinata nella sua cella. Anche alle fanciulle nell'orticello dispensò dei regalucci. Erano santini col margine a trafori, portafogli graziosamente ricamati, lavori di perline, rosarietti, cestelle; e per le piccine giocarelli di palle, sonagli ed altre galanterie: nessuna fu dimenticata, nè delle converse, nè delle serve; ed offriva questi piccioli ricordi in maniera così umile, che pareva che fosse un chiedere scusa dei tanti giorni in cui la sua poca salute l'aveva costretta a vivere segregata da tutte, ma nei quali pure aveva pensato ad ognuna di esse. Dimostrossi poi così soddisfatta dei vari lavori che la Tina aveva eseguiti nell'orticello, che questa non potè difendersi dal sentirne in cuore una dolce compiacenza. Le fanciulle aiutarono a portar fuori i vasi che nell'inverno erano stati a riparo in una stanza interna, e la Tina e una conversa li collocavano con bell'ordine sul parapetto e sovra alcune panche disposte a gradini lungo il muro. Que' spiritelli delle ragazzine, benchè fosse l'ora dei loro chiassi, attente a' cenni di Maria Eletta eseguivano ogni cosa senza confusione e si guardavano bene dal calpestare le aiuole. Era per esse una festa l'obbedirla, e nel convento correva il proverbio che il comparire della monaca malata faceva ogni anno più buone e più assennate le educande. Eppure non s'ingeriva giammai nelle cose di scuola, ned era il caso che dalle sue labbra uscissero ammonizioni, o consigli di sorte. Il prestigio stava in una parola: l'amavano. Per solito, dal momento in cui, superati i rigori del freddo, le diventava possibile uscire dalla sua camera, fino agli eccessivi calori della canicola, ella godeva di una perfetta salute. In pochi giorni s'andava così per grado rinforzando, che non l'avresti creduta la stessa persona. Allora, nelle vigilie di solennità, era capace di durare tutto il giorno in piedi ad adornare la chiesa come richiedeva il suo ufficio di sagrestana, e quand'anche fosse sórta qualche improvvisa stravaganza di tempo, l'osava affrontare senza paura per cogliere a suo modo i fiori del giardinetto; anzi quando dopo un dirotto di pioggia e l'imperversare della bufera avveniva una qualche straordinaria piena del Nadisone, ella chiedeva subito licenza alla Badessa d'andarla a vedere, e lo star lì molte ore a contemplare quel magnifico spettacolo della natura, era uno de' suoi gusti prediletti. E un altro favore ella otteneva ogni anno dalla Badessa; ed era di passare una giornata tutta intera sull'alto del campanile. Vi ascendeva affatto sola la mattina assai prima che albeggiasse. Protetta dalle griglie che circondano il sito delle campane, poteva invisibile dominare la città e tutto all'intorno un orizzonte assai vasto, che trasformavasi in vari aspetti a seconda delle diverse ore del giorno e degl'infiniti accidenti di luce che andavano dispiegandosi dal mare lontano alle prossime alpi. Quando scendeva, per consueto il sole era già tramontato. Le monache tenevano opinione che quella fosse per lei una giornata straordinariamente santa e che passasse colassù il suo tempo assorta in devote orazioni. Certo, per molti giorni consecutivi avresti notato nella sua faccia pensierosa l'orma d'una singolare esaltazione. La fisonomia di suor Maria Eletta, benchè improntata d'un'amabile soavità, era una di quelle che il tempo non ha forza di tramutare. Si faceva d'anno in anno più pallida e più sparuta, ma que' lineamenti che s'andavano come assottigliando, nella loro fina espressione lasciavano meglio trasparire l'anima, e gli occhi inspirati d'una luce serena mandavano lampi sempre più vivi, quasichè attingessero dall'avvenire la consolazione di qualche cara speranza. — Ella e la Tina trovavansi un dì affatto sole nell'orticello; avevano terminato d'annaffiare le piante, ed appoggiate al muricciuolo scambiavano tra loro ogni qual tratto qualche parola il cui tono affettuoso ti chiariva subito la reciproca amicizia che oramai le teneva legate. Era sul finire di maggio, nitida e quieta l'atmosfera, e il sole vicino al suo tramonto spandeva come un sorriso d'amore su quella magnifica scena. Suor Maria Eletta aveva gli occhi al di là del ponte, sull'ultima linea di lievi colline i cui dorsi gentili van dolcemente serpeggiando dinanzi alla pianura che confina col mare. Il velo di luce, che s'andava a mano a mano ritirando dal creato e aveva digià lasciate fredde le montagne a mancina, accarezzava ancora quel tratto di lontano paese. Così tranquillo e nitente nella purezza dell'aere, così delicatamente illuminato dalle rose dell'occaso, era pur bello! Ma quali memorie andava egli richiamando dinanzi all'anima della santa monacella? Certo il lieve sorriso della sua faccia piena di pace ti diceva, che se anche erano di lagrime, non avevano però la forza di turbarla, e che ella guardava al passato a guisa dei beati, che nell'alto delle loro sedi più non possono essere tocchi dalle vanità di questo nostro mondo.

V.

Una volta suor Maria Eletta disse alla Tina:

— Vedi in quella riga di collinette che l'ultimo raggio del sole fa adesso così verdi? Ivi io ho passato molti de' miei anni.... — La fanciulla da un pezzo guardava anch'ella a quel punto, ma con desiderio accorato, ma col rammarico di una ricordanza indelebile; aveva la faccia bagnata di pianto e preoccupata dai propri pensieri rispose fra i singulti:

— Oh paese mio benedetto, dove potrei adesso essere felice!... e io sciagurata non ho saputo intendere il suo cuore, e in cambio del tanto bene che mi voleva l'ho fatto fuggire disperato; sono stata la morte della sua povera madre!...

— Non cruciarti così, non piangere, Tina, le diceva Maria Eletta, che solamente allora s'accorse a che tristi meditazioni s'era in quel frattempo lasciata andare la poveretta, e dolente di non averlo preveduto cercava adesso di quietarla col santo pensiero della rassegnazione.