— Certo fu grande sventura la tua! Ma, giacchè non v'è più speranza e nessun bene di questo mondo potrebbe mai consolarti, a che desiderare i luoghi testimoni di tanto dolore? Non è meglio che tu sia qui con me? Ti amo io, come una figlia, come una dolce sorella! perchè mi vorresti abbandonare? Se si trattasse della tua felicità, direi: il Signore me la toglie, ma le dà un compagno, una famiglia, un dovere da adempiere: questi occhi ch'ella doveva chiudere, si spegneranno senza rivederla, ma ella si ricorderà allo stesso della povera monacella; pregherà per me anche colaggiù; insegnerà il mio nome e la mia istoria a' suoi figli: perchè, Tina, io voglio narrarti la mia istoria; e sarai contenta: ma se tutto è finito e non vi sono che lagrime, oh, allora piangiamo insieme! — Poi guardandola colla tenerezza d'una madre:

— Povera colombella, le diceva, venuta a rifugio su questo creto inaccessibile, all'ombra del santuario del Signore, tu rimpiangi adesso il mondo lasciato, perchè, quando ti colse la procella, non ne avevi ancora veduto che il suo lato bello. Chi sa quanti crudeli disinganni ti aspettavano! fra quegli uomini colaggiù dove vorresti ritornare ci sono delle prepotenze, delle falsità, che a te inesperta non passano neanche per la mente. Vedi qui sotto come le onde si accavallano, si urtano, si infrangono nei massi: giugneranno tutte sotto quei due archi là, e arriveranno un giorno libere al mare; ma noi intanto siamo fuori, e ringraziamone il buono Iddio. Ti ho detto che voglio narrarti la mia povera vita, e vedrai che ci sono lacrime più amare delle tue. Ho peraltro perdonato e guardo adesso senza cordoglio a' miei anni giovanili e ai sogni che allora mi sorridevano, lieta che la volontà del Signore mi abbia invece chiamata in cotesta solitudine. — E per vari giorni consecutivi all'ora istessa esse venivano insieme nell'orticello, e, dopo la cura dei fiori, così la monaca si faceva a narrare i suoi casi passati:

— Avevo dieciotto anni, quando conobbi un giovane, la cui memoria rimastami pura come quella di un angelo, è anche adesso una delle mie più care consolazioni. Orfana fin da bambina, i miei genitori mi avevano lasciata unica erede di un ricco patrimonio. Nella famiglia della zia che mi aveva raccolta, io godevo d'illimitata libertà. Suo marito, buon uomo, di cui mi ricordo sempre con tenerezza, pretendeva che l'educazione dovesse farsi da sè, e non per via di comandi, o di leggi, alle quali dappertutto si sogliono più o meno assoggettare i fanciulli. Se desideravo, m'insegnavano; del resto, purchè non disturbassi, io era lasciata affatto padrona di me stessa, nè mai m'accorsi d'essere sorvegliata, o che si volesse farmi pensare o sentire alla loro foggia. Bene o male che fosse, almeno la mia fanciullezza non fu abbeverata di lagrime, e quegli anni, che la natura destina ad ogni creatura umana così belli, io non li ebbi contrariati giammai dal prepotente volere degli altri. Passavo con loro una parte dell'anno in città, e l'altra in un casino ch'essi tenevano su quei colli là vicino al tuo paese. Agiati, ospitali, la loro famiglia era grandemente frequentata. Questo ho dovuto dirti per farti capire in che maniera io avessi potuto strignere una così intima amicizia col giovane che ti ho accennato. Perchè, Tina, quel giovane non credeva come noi, non pregava nelle nostre chiese; era un ebreo. Avevo fatto la sua conoscenza per puro accidente. Ecco come avvenne.

Credo che fosse di carnovale. I collegiali davano una rappresentazione, così come hai veduto qui le nostre educande. Mi ci trovavo in compagnia di molte signore, madri e sorelle dei giovanetti. La sala angusta non permetteva comodo spazio a tutti gl'intervenuti, sicchè sul dinanzi sedevamo noi donne, e gli uomini e gli ultimi arrivati dietro in piedi. Sento alle mie spalle un accalcarsi di gente. Era il giovane che entrava con a mano due fanciulli, ma non poteva aprire il varco e le creaturine rimanevano quasi soffocate dalla folla. Due dame che l'avevano adocchiato, e forse sapevano chi fosse, fecero le viste di non si accorgere, e colle loro pellicce sciorinate sulle sedie finirono di otturare il solo spiraglio per cui i poveri piccini procuravano di contemplare anch'essi un tantino dello spettacolo. M'ingegnai d'accennare che avanzassero, e a forza di strignermi sull'altro lato riescii a farli passare sul dinanzi; e il più piccolo, ch'era una bella bambina ricciuta e bionda come un angioletto, me la presi sulle ginocchia.

Sul momento della partenza, nel ripigliarsi la sorellina, non so che complimento ei mi facesse; certo non doveva aver nulla di particolare, ma io sento ancora nel cuore il tono timido e la dolce emozione di quella voce. Dappoi egli trovò modo di venire a farci visita. La zia lo accolse gentilmente; pure in sulle prime, forse a causa della diversità di fede, traspariva in lei un non so che di contegnoso che a me faceva male e che mi credevo come in debito di compensare; ma il marito, a norma dei larghi principii che ti ho detto, riconobbe allo stesso le rare qualità del giovane, e lo trattava con tanta benevolenza che presto ei divenne uno dei nostri più intimi amici. Non puoi credere come quell'anima era bella e quanto bene mi fece la sua conoscenza! Fino a quell'epoca io ero vissuta affatto spensierata e senza prefiggermi nessuno scopo; cominciai a riflettere ed amai l'occupazione e cercavo più che potevo di arricchirmi di utili cognizioni; e un'altra sorgente di gioie purissime ed ineffabili mi aprì la sua benedetta amicizia. Mi sono sempre stati cari i fiori, e allora io n'ero veramente appassionata. Un giardiniere, che veniva qualche volta in famiglia, mi aveva promesso una piantina di non so che giranio. La nostra casa era situata in uno de' più bei borghi della città; dietro aveva un cortile interno, in fondo al quale c'erano le scuderie e un'uscita che metteva sur un vicolo popolato da povera gente; sicchè dall'una parte edifizi signorili, larga la via, moto continuo, aspetto di opulenza; dall'altra sudiciume, casucce infelici, miseria. Eravamo intesi che la mattina prima di andare al giardino dove lo aspettavano a giornata, ei mi avrebbe portato il vasetto per cotesto ingresso che gli accorciava la via. Nella mia infantile impazienza mi alzai coll'alba, e attraversato il cortile, sul portone che dava nel vicolo, mi misi ad aspettare ansiosa la cara pianticella. Passa il giovanetto. Così mattutino, per quella remota contrada.... non potevo persuadermi; ma egli mi aveva riconosciuta, e un po' esitante, un po' arrossito, pur si ferma a salutarmi, e mi narra d'una famiglia infelice che abitava pochi passi lontano. Erano quattro fanciulletti orfani e due vecchie, una delle quali cieca; tutti senza pane. Entriamo insieme nel miserabile tugurio. La cieca stava seduta in un angolo vicino al fuoco, sentì il suo passo e, riconosciutolo, stendeva le mani come per tentare dove fosse: egli le si assise dappresso colla tenerezza di un figliuolo. Aveva trovato da collocare il ragazzino maggiore e veniva a portargliene la notizia. Di sopra si sentirono le voci dei due piccoli che l'altra donna stava vestendo. Scesero le scale, oh Dio mio come sparuti! li seguiva una fanciulletta coi piedini nudi.... Io, vissuta sempre negli agi, non avevo giammai sospettato una scena di tanta miseria, e mi si strinse il cuore per infinita pietà. Egli comprese, e come se gli fossi stata sorella, mi affidò l'incarico di cucire alcune camice e i vestitini per quelle povere creature. Oh! di che gratitudine non mi sentii io allora legare a quell'anima benedetta! Serbammo fra noi due il segreto, e io lavoravo nella solitudine della mia camera con una gioia che in mia vita non avevo provato la più soave. Quando veniva la sera, erano questi i nostri colloqui, e ci mettevamo un così vivo interesse, come se fossero stati d'amore. Quel giovanetto, Tina, era buono, e faceva il bene quasi per istinto; era onesto, pieno di rettitudine, benefico per natura così come uno è gentile. Dolevami ch'egli non avesse la nostra fede, ma mi pareva sventura e non colpa, ed anzi la compassione per questa sua immeritata disgrazia me lo faceva ogni giorno più caro. Pativo di ogni parola che potesse toccare cotesto argomento ad offender lui anche lontanamente, e cominciai allora a riflettere su molte umane ingiustizie. Pregavo Iddio, e tuttora lo prego che infonda invece la sua carità nei nostri cuori, e ci faccia miti e mansueti e tutti fratelli.

Erano già passati alcuni anni di questa nostra intima amicizia, nè giammai c'era uscita una sola parola, o un menomo atto che indicasse amore, e ci amavamo, è certo, con tutta la potenza delle anime nostre. Un giorno e' mi fece una strana dimanda: — Poniamo, diceva, ch'io fossi un vostro pari e nato nella vostra fede, se chiedessi la vostra mano...? — Sospettai: potrebbe forse la passione indurlo ad un cangiamento per cui non istanno le sue convinzioni? felicità suprema unire la mia alla sua vita; ma sua madre che ne sarebbe desolata! Io strappare un figliuolo dal seno della madre! Se non è per comando di una verità profondamente sentita, cotesto è delitto. E fatto uno sforzo supremo, con patente menzogna risposi: Non l'accetterei!... Miseri! avevamo entrambi raggiunto un'ora d'irrevocabile dolore e dissipati per sempre i nostri dolci pensieri. Egli lasciò accartocciarsi il disegno rappresentante due sposi all'altare che stavamo insieme guardando e che aveva dato occasione a quella fatale inchiesta, e io sentii cadermi sulle mani alcune sue lagrime di fuoco. Non ardii sollevare il viso e stetti lungo tempo immobile.

Quando finalmente mi scossi, egli era partito, senza darmi un addio, senza proferire una sola parola. — E non ci siamo mai più riveduti! Seppi peraltro più tardi che stabilitosi fuori di paese, s'era ammogliato. Tutto l'amaro del sacrifizio mi piombò allora sul cuore. Fino a quel punto non so che filo di sognata speranza m'era andato sostenendo la vita. Mi pareva che doveva tornare, che avrei potuto spiegargli ogni cosa, mostrargli a nudo l'anima mia, dirgli quanto l'amavo: che se non ci era concesso d'esser felici, avremmo almeno pianto insieme e ci saremmo l'un l'altro consolati col santo pensiero d'un immutabile affetto. Ma quella notizia fu un colpo di fulmine che non avevo saputo prevedere, e dinanzi alla quale mi trovai affatto annichilita. Oh le lagrime ch'io versava in quelle lunghe notti insonni tormentate dall'infinito desiderio di rivederlo e dalla certezza di averlo irreparabilmente perduto! Ma a che narrarti gli spasimi di un cruccio che tu, poverina, devi pur troppo conoscere? È stata la somiglianza dei nostri casi, Tina, che mi ha aperto l'adito al tuo cuore, e adesso m'inspira tutta questa confidenza. Sì, sorella mia, anch'io come te ho amato e ho pianto; ma, più debole di te, mi lasciai talmente sopraffare dalla mia sventura che caddi malata. Un languore invincibile mi consumava, ogni giorno più stanca e più pallida io era oramai vicina a non potermi più alzare dal letto. I miei buoni parenti sgomentati mi trasportarono in campagna, e la loro tenerezza mi circondò di affetto, di tanta delicata pietà che finalmente valsero a riavermi. Là su quelle colline cominciò per me un'esistenza affatto nuova. Mi piacevo della solitudine dei siti e uscivo spesso a diporto pel verde dei declivi all'aria pura ed aperta, sotto l'occhio del sole. Qualche volta mi sedevo al margine d'un fonte salutare, e quelle acque mi ricreavano. Salivo d'una in altra pendice, lieta di contemplare da vicino il cipresso che me l'aveva indicata, o se m'internavo dalla parte dei boschetti, erano le dolci note degli usignuoli ch'io mi fermavo lungamente ad ascoltare. Io andava così placidamente bevendo la pace serena della bella natura che mi stava d'intorno e a poco a poco me la sentii come trasfusa nel cuore, che finalmente quietato, mi si aprì di nuovo alla vita. Fu in quel torno di tempo che un mutamento domestico nella famiglia de' miei buoni parenti venne a colmarli di gioia. Un nipote ch'essi grandemente amavano e al quale avevano destinato l'eredità dei loro beni, compiuti gli studi e tornato da un lungo viaggio stava per contrarre un matrimonio di loro pieno assentimento. Gli sposi dovevano stabilirsi in casa quasi figli, e lo zio si occupava nel sopraintendere ai diversi lavori che aveva ordinati all'uopo di apparecchiare l'appartamento nuziale. Queste faccende, e le molte visite di costume per tale occasione li obbligarono a tornarsene alla città. In quanto a me, non ignoravano che mi sarebbe stato di peso, e mi lasciarono in piena libertà nell'allegro casinetto delle colline. Oramai riacquistata la primiera salute e fatta amicizia con diverse giovanette, facevo con esse frequenti escursioni nei dintorni. Ho percorso tutti quei luoghi e ne serbo assai cara la memoria. Ecco perchè, quando sei venuta qua entro, provavo tanto piacere a discorrere teco del tuo paese nativo. Nel tuo villaggio ci sono stata parecchie volte, e vedo il viale dei Conti, il Palazzo, la Manganizza, come se tuttora mi fossero dinanzi agli occhi. Amavo la buona gente che lavora la terra, e a poco a poco dimenticati della mia condizione anch'essi mi amavano e mi ammettevano senza riguardi nella loro intrinsichezza. Confusa con essi ho pregato nelle loro chiese, prendevo parte ai conviti nuziali, ai battesimi, alle danze della sagra, mi sedevo come una sorella al capezzale degli ammalati, colla candela benedetta fra le mani intervenivo alle devote processioni, e su quel monte che ci sta dirimpetto più d'una volta sono stata in pellegrinaggio a visitare in loro compagnia la Madonna benedetta. Quando gli sposi vennero a passare l'autunno sulle colline mi trattarono col più cordiale affetto. In quella famiglia regnava un mirabile accordo: rispettosi e devoti i giovani, condiscendenti i vecchi, e tutti lieti e benevolenti, e a me poi s'usavano i più dilicati riguardi e tante attenzioni che pareva che si fossero come uniti per compensarmi delle lagrime passate. Partecipavo col cuore aperto alla contentezza de' miei buoni zii, alle giovanili speranze e alla gioia dei cugini, alla crescente prosperità della famiglia. Sì, una memoria veniva talvolta anche allora, come ombra, a funestarmi; ma io pregavo rassegnata e in pace; e ogni sera potevo offrire al Signore qualche poco di bene operato nella giornata; e se anche nel mio secreto piangevo perduta per colpa di quello sfortunato amore la famiglia che mi era stata forse destinata, mi consolavo nella speranza di quella degli amati cugini. Lieta della solitudine dei campi ch'io stessa mi avevo eletto e che mi era dato godere senza contrasto, spaziavo libera nell'aria e nel verde come uccelletto respirando la poesia del creato, e nessuno faceva male interpretazioni e il mio nome rispettavano. Avevo dimenticato la città e le sue costumanze per istrignermi sempre più alla povera gente che mi compensava col suo amore disinteressato e colla sua stima. Chiudere in pace i miei giorni in quella solitudine ignorata, sotto gli occhi di Dio, facendo quel più di bene che mi era possibile, amando con sincerità e purità di affetto tutte le creature che mi circondavano e ricevendo in contraccambio il loro amore, quest'era il mio fine, questa la speranza e la gioia della vita che mi avevo prefissa.

VI.

— Ebbene, Tina! continuò suor Maria Eletta, un uomo che io non avevo cercato, che certamente non potevo avere offeso, venne su' miei passi, turbò la calma che con tanta fatica avevo riacquistata, distrusse i miei sogni e mi precipitò di nuovo nelle lagrime. Oh, cadere colaggiù tra i vortici di quell'onda perigliosa e, dopo avere lungamente lottato colla morte, a forza di lena affannata riuscire alla riva, e invece d'una mano amica trovare chi ti risospinga nel gorgo!... Lungi, lungi l'uomo! Ci sono dei cuori freddi ed impermeabili che come se fossero di marmo stanno immobilmente attaccati al loro dovere. Per essi non ci sono gioie dell'affetto, ma neanche i pericoli: passano incolumi fra le lusinghe della vita e nulla può infrangerli. Ma i nostri, Tina?... Io ho messa la mano sul tuo e so come batte.... Oh! poichè non han potuto battere a bene la prima volta, credi, per noi deboli creature non resta altro asilo che la solitudine assoluta e il santuario del Signore. — L'uomo, che ti dicevo, era un dottore di legge, antica conoscenza del cugino, che teneva allora fra le sue mani molti affari della famiglia. Nel tornarmene a casa dalla consueta passeggiata del mattino, lo trovai con la mia buona zia che discorreva di non so che pio istituto. Era venuto a passare alcuni giorni in campagna con noi, e mostravasi così rapito della pittoresca bellezza di quelle nostre colline, che si conciliò subito la mia simpatia. Aggiugni che, benchè avesse di molto viaggiato e conosciuto il mondo, a differenza in cotesto di tanti altri suoi colleghi, dalle sue labbra non usciva giammai una parola men che riverente per tutto ciò che accennasse a credenza od a culto religioso; anzi nelle pratiche nostre più minute pareva semplice e devoto come la più umile femminetta. Colla zia s'intratteneva sovente delle cose della fede, e l'accompagnava alla chiesa e assisteva con essa alla Messa con una pietà così singolare che al solo vederlo ti sentivi commossa. Cólto d'altronde e nei modi estremamente politi di una scioltezza così elegante e così nello stesso tempo riservata e modesta, la sua conversazione era come un'armonia che dolcemente attraeva. In casa tutti l'amavano, non eccettuato lo zio che discorreva assai volentieri con lui, perchè ei sapeva finamente rilevare ciò che v'era di vero in quelle sue opinioni in apparenza strane e quasi sempre eccentriche. In quanto a me, un po' alla volta era diventato il compagno ordinario delle mie escursioni, e come se le nostre anime sentissero all'unisono, i miei gusti erano sempre anche i suoi. Appassionato per i fiori, quasi inavvertitamente portava all'occhiello del vestito quelli che io prediligeva. Che se talvolta mi fermavo a contemplare estatica qualche bel punto di vista o qualche magnifica scena della natura, nel ripigliare il passo trovavo che anch'egli l'aveva notata, tanto apparivano nella sua faccia i segni di una viva commozione. Di certe leggere attenzioni ch'egli mi andava usando così alla lontana, e con una delicatezza quasi impercettibile, io mi ero accorta, ma siccome tutti sapevano che da gran tempo avevo rinunziato a qualunque idea di matrimonio, le accettavo sempre nel loro più semplice significato, persuasa che conscio della mia risoluzione ei non potesse nutrire secondi fini. Non valsi peraltro a scansare ch'egli non mi parlasse finalmente all'aperta. Invece di rivolgersi a me, avrebbe potuto chiedere la mia mano ai parenti e suscitarmi, particolarmente per parte della zia, una di quelle affettuose persecuzioni, dalle quali altre volte non avevo potuto cavarmi che a forza d'infinite amarezze. Gli fui quindi riconoscente, e nell'impeto di quella subitanea commozione stavo già per rivelargli l'anima mia, ma un'invincibile ripugnanza mi trattenne. Mi avrebbe egli rettamente intesa, o non più tosto sospettata e calunniato l'angelo ch'io tuttora adoravo con tutta la devozione di un primo amore? Risposi che non potevo accettare, che la mia sorte era già irrevocabilmente fissata, che s'ingannava nel creder puro il mio cuore; e tornata alle antiche memorie piansi per alcun'istanti inconsolabile. Il mio rifiuto non valse ad allontanarlo; solo pareva che il suo affetto per me si fosse cangiato in una candida e quasi fraterna amicizia.

Egli s'andava intanto destramente insinuando nella mia anima, ch'io infelice gli abbandonavo quasi a compenso del negato amore. Ed a cotesto contribuì non poco il conoscere entrambi un pio sacerdote, che a quell'epoca la voce pubblica venerava come un santo. Egli era stato al mio letto, quand'io mi trovavo in fin di morte, e la sua parola di pace in quei terribili momenti di disperata angoscia aveva lenito le mie lagrime e messomi nel cuore il desiderio di rassegnarmi. Ora quell'uomo del Signore amava il giovane con viscere di padre e sapeva della nostra amicizia, e col mezzo di lui, che andava spesso a visitarlo nel suo romito oratorio, si può dire che teneva entrambe le nostre anime nelle sue mani. Era col suo assentimento che aveva stretto il patto fra noi di avvertirci scambievolmente dei nostri difetti e di renderci l'un l'altro migliori, e il modo franco e nello stesso tempo pieno di dolcezza con cui egli l'adempiva, mi era gioia sincera ed accresceva la mia fiducia nella sua amicizia. Una sola cosa mi rammaricava, ed era ch'egli sempre credeva maggiore del vero quel po' di bene ch'io andava facendo. Una volta còlti dalla pioggia entrammo a riparo in un casale dove da più anni giaceva malata una povera figliuola ch'io conoscevo. Mentr'egli trattenevasi in cucina colla famiglia, salii alla sua camera. Io la visitavo talora; ma i miei conforti a quel letto di dolore consistevano più che altro in parole, essendo assai tenui i soccorsi ch'io era venuta di tratto in tratto arrecandole. Nel tornarcene a casa egli mostravasi così commosso, e mi parlava con tanto entusiasmo delle molte beneficenze che mi permettevano di spargere tra i poverelli le mie non comuni ricchezze, ch'io mi sentii veramente umiliata. La sera, quando fui sola nella mia camera, pensavo a cotesto con una amarezza indicibile.