— A provvedere uccelli di richiamo, rispose l'uccellatore. Ci andai con alcuni compagni, e di quella strada ci siamo spassati un poco a cacciare. Che siti di delizia! le beccacce ci davano ne' piedi ad ogni minuto. E tra que' pometi a piè di quei poggi, in quei praterelli irrigati da tante acquerelle, ci si levavano intorno storme di oche e di anitre selvaggie.

— Ma se là fanno il nido....

— Ed è da di là che ci vengono quelle belle bionde Marinze dagli occhi piccoli e vivi, bianche e rosse come un bel pomo di Carnia, a cui la natura ha fatto appositamente la testa piatta affinchè possano portarvi sopra con facilità quelle immani ceste....

— Eh di' piuttosto che un tal costume è la cagione per cui sono così conformate! ma già fa lo stesso. Tira, tira innanzi.

— Signor no! diss'egli, la è proprio una particolarità del paese che loro vale un mondo per i trasporti delle derrate tra quei dirupi dove non ci sono strade. Eh! anch'io guardando le giovinotte che passano qui la state colle frutta, pensava che fosse il peso che a forza di comprimere il cranio avesse lor ridotta la fronte a sole due dita di dimensione, e fatti riuscire in fuori gli zigomi delle guance. Ma non è vero. Sono stato lassù, e ho dovuto convincermi che proprio nascono così, e che è stata la mano di Dio che ha loro dato una così fatta schiacciatina. — E alla carlona continua a dar loro lezioni di storia naturale, Dio lo sa quanto esatte, ma che condite col racconto del suo viaggio e dell'impressione che gli aveva lasciata nell'anima la vista di quel lembo del nostro Friuli che confina colle genti slave, li divertivano, e lor facevano trovare amena la conversazione di quell'uomo che consideravano non più di un rozzo bifolco.

Finita la colezione, i giovinotti si accommiatarono, e tornavano a casa meno avversi alla sorella, i cui capricci in buona coscienza non trovavano poi tanto di cattivo genere. In tale disposizione d'animo, durante il pranzo, a cui in quel giorno assisteva anche la zia, al solito riaccamparsi delle accuse e dei lamenti contro l'Ardemia, osarono avventurare qualche parola in di lei favore, ma fu un versar olio nel fuoco. Avevano mal calcolato la forza del partito contrario. Oltre le due dame, che collo scrivere la lettera della mattina, e col rammemorare a tal uopo e ponderare insieme tutte le avventataggini della giovine avevano finito col sempre più disgustarsi, c'era il marchese anch'egli all'ultimo segno malcontento, e per fino la sorella, ad onta del bene che le voleva, in quel dì si univa a darle biasimo. Da un pezzo ella soffriva a malincuore quelle tante chiacchiere; le pareva che in qualche maniera si riversassero sopra di lei, e che unite al passo clamoroso del divorzio e alla cattiva fama che si aveva acquistata nella società accrescessero sempre più per lei le difficoltà di un buon collocamento. Cosicchè la narrazione che i giovani fecero del piacere goduto, non fu che un nuovo capo d'accusa. Simili sollazzi, oltrechè inusitati per una donna, non avevano secondo essi per niente il merito di mostrare un cuore umano e ben fatto. Poi si trovò affatto volgare e plebeo il mettersi in compagnia d'un uccellatore che non era altro che un rozzo contadino, il sedersi a far merenda su di un prato, il mescolarsi con persone tanto al di sotto e per nascita e per educazione; e qui indignati tutti d'accordo si scatenarono contro a cotesto nuovo delitto di lesa nobiltà. La zia Gran Dama della croce stellata mostravasi particolarmente offesa, e nell'impeto della sua eloquenza arrivò perfino a conchiudere, che questi cattivi gusti, e la propensione che si vedeva nei giovani a dimenticare così facilmente il proprio grado, doveva nascere dalla pratica oramai così fatalmente diffusa del vaccino, per cui le stirpi le più nobili e più gentili si trovavano al terribile contatto di vedersi inoculare il sangue d'un marcio bifolco. Quantunque quest'acuta osservazione avesse avuto il vantaggio di far sorridere un cotal pochino le labbra sottili ed ironiche del marchese, pure si risolvette di punire l'Ardemia col troncare con essa per intanto ogni relazione d'amicizia, e ai giovani si giunse fino a dar ordine di ricordarsi bene di non metter più piede in casa di lei.

A prima vista la giovane contessa, quando lesse la lettera della madre, rimase dolente d'avere involontariamente recato un così grave disgusto, ed era quasi per andar subito da lei a promettere di rinunciare all'uccellata; ma poi, riflettendo, che se faceva questo passo per mantenere la buona armonia, le sarebbe stato d'uopo sacrificare anche un altro piacere ch'ella aveva proposto, e che certo non era di loro approvazione, pensò di tirar innanzi. Ormai l'autunno era per terminare, si trattava solo di pochi giorni, e in suo pensiero, giacchè si erano corrucciati per le mattoline, tanto valeva che durassero in quel corruccio e le lasciassero così più libertà all'adempimento del suo progetto, dopo il quale si sarebbe accomodata a tutti i loro desidèri, e un solo perdono e una sola pace avrebbero fatte le spese del necessario rappattumarsi.

In molti luoghi del Friuli esiste un'antica costumanza, per cui, sul finire dell'autunno, dopo terminata la raccolta e fatto i conti ai coloni, il padrone invita a pranzo ogni capo di famiglia a lui soggetta, e questo banchetto si chiama il Licof. Ora l'Ardemia aveva pensato di dare in quell'anno questo Licof con tutta la solennità possibile; e poichè ella era una donna aveva invitato non solamente tutti i capi di famiglia tra i suoi affittaiuoli, ma anche tutte le padrone di casa. Nella sua bizzarra testolina aveva divisato di dare con ciò un esempio, per cui tra i contadini sparisse quel brutto costume che vuole escluse le donne dalla mensa de' loro mariti, e le condanna a mangiare in disparte o in un cantuccio del focolare, perfino nei giorni solenni di nozze o di battesimo. Aveva fatto apparecchiare dei regalucci che intendeva dispensare sul fine del pranzo a tutti gli invitati, e particolarmente a quelli e a quelle che avevano meglio acquistata la sua approvazione, distinguendosi o in qualche utile industria agricola, o nell'economia domestica, o nell'allevare il bestiame, o infine con una esemplare condotta o con qualche bell'azione di cui ella si faceva render conto dal suo fattore, uomo integerrimo e grandemente amato in paese.

E a questo banchetto, che per solito s'imbandisce nelle cucine dei signori, e che ella aveva divisato di trasportare in un salotto a pian terreno che dava sul suo giardinetto, e che aveva a tal fine appositamente fatto allestire, si proponeva di sedere anch'essa attorniata da' suoi buoni affittaiuoli, e di prenderne parte, che che ne dovessero poi dire i suoi illustri parenti. Per lo passato, in mezzo ai capricci e alle bizzarrie con cui spesso aveva dato motivo di disgusto alla famiglia, s'era peraltro sempre mostrata affettuosa e per lo più docile ai loro rimarchi; sicchè, ora vedendola non far caso dei ricevuti rimproveri e continuare l'uccellata, parve questo suo procedere una muta protesta con cui avesse in animo di sfidarli, e s'accrebbe il mal umore, che poi giunse al suo colmo quando riseppero del divisato banchetto. Tanto più, che, come in tutte le occasioni, non mancarono neanche in questa le ciance esagerate e i soliti mali uffici indiretti, che dipinsero la cosa come un baccano per ogni lato disdicevole alla sua condizione e alla sua nascita. Fu narrato come erano già accaparrati i sonatori per la musica durante il pranzo; ciò che faceva temere non si terminasse con una festa da ballo, a cui essa si sarebbe forse anche degnata di prender parte. Erano stati visti portare alla sua casa diversi cofani di provviste, e ognuno voleva dire la sua su ciò che potevano contenere. Si era saputo d'una visita fatta al Parroco ad oggetto di ottenere il permesso per una messa solenne, a cui dicevasi ch'ella voleva intervenire la mattina in gran treno accompagnata dal fattore e seguíta da tutti i suoi dipendenti. La malignità poi non si risparmiava di vociferare sulla bizzarria dell'abito ch'ella avrebbe in quel giorno indossato, e che si diceva già ordinato alla sarta. Questo dava gran materia di discorso, particolarmente alle signore dei contorni sue conoscenti ed amiche, che al toccarsi di una tal corda non mancavano di rammemorare tutte le volte che s'era mostrata in un abbigliamento alquanto capriccioso; e tanto più si scatenavano contro la sua mania d'inventar nuove fogge e farsi originale, quanto gli uomini per difenderla che anche in onta a tutte le regole della moda e del buon gusto, ella sapeva benissimo scegliere quei vestiti che meglio le tornavano alla persona e facevano più spiccare la sua incontrastabile bellezza. Allora il vespaio era stuzzicato: si mettevano in campo tutti i suoi casi passati, si recriminavano tutte le sue azioni, le si leggeva la vita, si sentenziava, si condannava; e invece di placare, soffiavano nel fuoco; e sempre più s'ingigantiva il malcontento dei parenti già di troppo esacerbati. Or egli avvenne, che proprio la vigilia di questo pranzo che faceva tanto chiasso, capitò in casa del marchese il cavalier di F***, allora nominato governatore a N***. All'università di Bologna egli aveva conosciuto il padre dell'Ardemia, e s'erano legati in una di quelle intime amicizie, che la giovanile vigoria degli affetti persuade dover durare eternamente; ma che poi troppo spesso dileguano al variare della vita. In fatti, i due giovani dopo quell'epoca disgiunti e sobbalzati in assai diversa carriera, non avevano mantenuto che una rara corrispondenza ed anche questa col tempo venne meno. Nel cuore del cavaliere.... era rimasta però una viva e gratissima memoria dell'amico; ed ora nel suo viaggio da Vienna a N*** passava per le terre di lui, e sentiva ad ogni passo declinare il nome de' villaggi ch'egli mille volte li aveva ripetuti, volle rivederne la vedovella e conoscerne la figlia, de' cui casi aveva udito qualche cosa nella città di R*** dove ne aveva chiesto, e dove s'era fermato alcuni giorni ad oggetto di esaminare un istituto ivi eretto di recente.

Il cavaliere di F*** aveva sortito dalla natura un'assai bella mente e un cuore caldo per tutto ciò che stimava tornar utile alla società. Possedeva la rara prerogativa di far adottare agli altri quasi all'insaputa le proprie opinioni e tendenze. Il suo guardo acuto e scrutatore discerneva, a primo slancio, anche di mezzo alle debolezze ed alle follie, quella scintilla di bene che la provida natura ha collocato in ogni cervello umano, e che spesso quanto è più ingombra e nascosta nella cenere, posta in attività, altrettanto è più efficace. Per lui non era uomo, per rotto e malvagio che fosse, che non possedesse qualche secreta virtù, capace di redimerlo, e sapeva valutarla, e trarne profitto fin in coloro che gli erano nemici ed oppositori. In somma, era uno di quei rari uomini, che in qualunque posizione sanno farsi centro di movimento e di vita; ma che se la sorte fa salire al potere e pone a capo delle cose, sono benedizione al paese che li possiede, e segnano un'epoca certa di progresso e di ben essere universale. Salito rapidamente in carriera, ed in grazia del suo merito e dei servigi prestati onorato di un impiego importante, egli tornava nella provincia affidata al suo governo; dove la sua attività, cresciuta in proporzione del suo grado, poteva paragonarsi al perno che fa girare la ruota, o alla possente locomotiva che trascina il convoglio d'una strada ferrata. Il marchese fu sensibile all'onore che gli recava questa visita inaspettata, e in sua casa fu posta in opera ogni possibile diligenza, perchè ei ne trovasse splendida l'ospitalità. Alla conversazione della sera comparvero invitate tutte le più gentili signore dei contorni, nè mancarono a rallegrare la brigata i dolci accordi del piano e dell'arpa, quest'ultima particolarmente toccata con molta grazia dalla giovane marchesina. Il cavaliere, ch'era seduto presso la madre, nel fargliene complimento domandò dell'altra sorella, della figlia del suo amico. Alla succinta risposta che ne ricevette e al pronto cangiar d'argomento, s'avvide ch'egli aveva toccato una corda ingrata. Richiamando allora quanto pochi giorni prima nella città di R*** aveva udito vagamente narrarsi intorno al suo mal avventurato matrimonio, sospettò che fosse infelice e fors'anco colpevole, e si sentì stringere il cuore per la memoria dell'antica amicizia. Nel dimani poi, quando furono soli, volle esserne meglio chiarito. Alle risposte evasive con cui la contessa procurava di schermirsi, egli oppose il desiderio di far una visita innanzi di partire a questa figlia del suo amico, che aveva veduto una sola volta quand'era ancora bambina prima della morte del padre. Allora mortificati gli dissero della sua condotta, delle sue stravaganze, gli narrarono assai dolenti i dispiaceri che avevano di fresco ricevuti; nè gli tacquero del plebeo convito che proprio in quel giorno doveva consumarsi. Il cavaliere ascoltò in silenzio tutte queste lagnanze, fece alcune inchieste relative alla sua vita passata e al carattere del marito che le avevano dato, poi conchiuse pregando il marchese a volerlo accompagnare dopo pranzo alla villetta dov'ella dimorava. Non era possibile più oltre rifiutarsi, e appena pranzato, attaccati i cavalli, partirono.