— Per i poveri, signore, disse Maddalena, il medico è inutile.

— Non sapete, adunque, ch'io sono pagato precisamente per i poveri?

— Ma voi se foste venuto a visitarmi, replicò la donna, avreste ordinato delle medicine.... e se anche mi fossero state date per carità, quando si prendono, bisogna pur far un po' di brodo.... e mio marito è un povero bracciante, che, dopochè mi sono gittata in letto e non posso più aiutarlo, arriva appena a buscarsi la polenta.... Ah, signore, conchiuse ella in uno scoppio di pianto, se vi avessi chiamato, l'unica provvidenza per me, sarebbe stata l'ospitale!

— Per carità, gridò allora in atto supplichevole Miutte; vi prego, no, all'ospitale!

— Ma io vorrei sapere, esclamò il medico, perchè a voialtri contadini faccia tanto orrore questa parola ospitale? Certo che in nessuna delle vostre case, neanche presso i meglio benestanti del paese, un ammalato può essere trattato e servito come lì dentro. Lì sono pronti tutti i soccorsi dell'arte, si può avere ad ogni ora il medico, non manca nè biancheria nè alimento.... Io vedete, se mi ammalassi, non avrei nessunissimo riguardo a farmi portare all'ospitale. La donna per tutta risposta aveva preso tra le braccia il suo bambino, e stringendolo al cuore con una specie d'angosciosa tenerezza lo copriva di baci e di lacrime.

— Or via, diss'egli, non si parli più d'ospitale, ma narratemi invece della vostra malattia. Miutte allora tirò innanzi un deschetto, affinchè il dottore si sedesse, gli prese il cappello, e dato d'occhio al suo piccolo che s'era cacciato tra gli arcioni della cuna e la ninnava a tutto slancio empiendo la stanza di sussurro, corse a lui, gli disse all'orecchio alcune paroline dolci, poi lo portò a sedere sul letto dell'ammalata vicino a Giannetto, e baciatili entrambi, ed accarezzatili un momento, tanto che stessero quieti, tornò a sedersi al suo posto, e aiutata dall'amica raccontò l'origine del male. Era un gennaio, freddissimo, la neve al ginocchio e un continuo soffiare di borea. Miutte, ammalata da parto, non reggeva ad allattare, e non ardiva palesare il sopravvenutogli malore, perchè in famiglia, gente di natura forte e tutti sani e robusti di corpo, l'avrebbero creduta delicata. Già al momento del suo matrimonio s'erano mostrati poco contenti di lei a motivo della sua complessione piuttosto gracile. Sua cognata, un bel pezzo di donna, massiccia e d'una tempra di ferro, durante la gravidanza lavorava senza nessun riguardo, e quando le cominciavano le doglie, era il suo solito che si metteva a lustrar le caldaie, i lebeti, i paioli, e dato alla luce il bambolo, ventiquattro ore dopo era in cucina, e in capo a tre giorni di nuovo al lavoro al pari d'ogni altro della famiglia. E queste male imprudenze, da quella gente rozza si decantavano per bravura, e i vecchi di null'altro tanto menavano vanto come di aver cresciuto prole vigorosa, amante della fatica e sprezzatrice del disagio. Miutte che temeva le loro derisioni, soffriva in silenzio; e Maddalena tre volte al giorno veniva a far da madre al bambino dell'amica, che senza lei sarebbe indubitatamente morto d'inedia. Nè per cadere di pioggia o di neve, nè per imperversare della stagione, giammai tralasciò dal pietoso uffizio; se non che ella pure era fresca di parto; il marito per non perdere giornata lavorava allora in un mulino fuori del villaggio, ed essa, a forza di aggiungere alle sue quotidiane fatiche quello strapazzo, ammalò, tirò innanzi senza curare il male fino alla buona stagione, ma poi finì col perdere le gambe e trovarsi inchiodata in letto. Impedita così di lavorare, quando più l'era necessario per supplire ai bisogni della sua cresciuta famigliuola, trovossi oppressa dalla miseria. Il marito per non lasciarla morire di fame stava via tutto il giorno a lavorare; ella sola colla sua creatura a languire fino all'avemmaria; e il piccolo privo degli aiuti della madre anneghittiva anch'egli, nè i brevi momenti che suo padre gli dedicava la sera, erano bastati in due anni neppure a insegnargli a camminare. Solo conforto della poveretta era l'amicizia e la gratitudine di Miutte. Ma innestata in una famiglia piuttosto ruvida, dove il lavoro era indefesso, poco ella poteva. Qualche scappata a trovarla, qualche tenue soccorso, e del resto non era al caso d'offrirle se non un cuore che sanguinava al suo patire! In quella domenica ella le aveva portato i pochi soldi che il suocero le aveva dati per la merenda dei pastori, e invece d'andare sui prati, era venuta lì a farle compagnia. Erano ancora in questi discorsi, quando sentirono abbasso in cucina un pispillare di pollastri.

— Sicuro, sono tornati i nostri uomini, disse Miutte, e corse alla scala. Infatti erano essi ed avevano provveduto di che fare un po' di brodo all'ammalata. Il dottore la esaminò, poi le fece alcune ordinazioni, e raccomandò alla Miutte di sorvegliare perchè nulla mancasse. Dopo quella sera ci fu spessissimo a visitarla. Vicino al letto di lei trovava spesso Miutte, e avrebbe potuto parlarle d'amore: ma aveva discoperta troppo bella la sua anima per più osar di profanarla. In grazia di lui Maddalena riacquistò la salute, e in capo all'anno alla festa dei prati, ei godeva di una di quelle compiacenze dell'anima, che valgono più di quanto possono offrirci i sensi, e che il cielo ha riservato in premio alla virtù. All'ombra dei pioppi, sul margine del torrente erano sedute sull'erba due donne in compagnia dei loro mariti e di due graziosi bamboletti, e godevano d'una merenduccia a cui prendeva parte anche il dottore. La Maddalena era allegra, sulle sue candide gote rinfrescate dalla salute, il sangue tornava a rifiorire con tutta la grazia della giovinezza, i suoi occhi rianimati si posavano con emozione, or sull'amica che tutta lieta le stava d'accanto, or sul suo bambinello che vedeva correre e far capriole sull'erba, or su quel giovane signore, alle cui cure affettuose doveva la felicità di quel momento. Quando le cime dei monti cessavano di rosseggiare, e che la dolce curva delle collinette che lor si stendono ai piedi si confuse nel bruno del loro dorso, il dottore tornava alla sua dimora affatto solitario come l'anno innanzi. La festa era sparita, spopolato il prato; il silenzio era venuto colla notte a distendersi su quella pianura un momento prima così piena d'allegria e di rumore. Egli guardava allo stellato dei cieli, e si sentiva l'anima commossa e piena d'una gioia che l'anno addietro, in quell'istesso sito, sarebbe stato ben lontano dal sapersela immaginare.

XI. REGINETTA.

Fra le quaranta giovinette che si educavano nel collegio di S*** nella città di V*** era una fanciullina di circa nove anni, una cara bamboletta che si distingueva per la sua fisonomia di angelo, e per la dolcezza e delicatezza del suo carattere. Erano due anni che i suoi genitori l'avevano affidata alle cure di quelle buone madri, e già tutte l'amavano, e le sue compagne non sapevano guardare con invidia la predilezione con cui veniva trattata; tanto i suoi modi erano carezzevoli ed affettuosi. Docile, compiacente, pareva un agnellino a cui non si può usare senza rimorso una malagrazia. Il cielo non le aveva a dir vero largito nè grandi bellezze nè talento distinto. Delle quattordici fanciulline sue coetanee ell'era quasi sempre l'ultima ad apprendere le lezioni, e le sue picciole manine dilicate e bianche come una goccia di latte non segnavano i meglio punti, nè sapevano agucchiare disinvolte la più bella calzetta; suppliva peraltro la sua buona volontà, che ella con tutta attenzione ascoltava gl'insegnamenti; e quando in coro pregavano unite dinanzi alla Vergine, Reginetta colla sua bionda testina inchinata sul petto tutta candida e pura, stava con tanta divozione, che l'avresti presa per un vero angioletto. Nelle ore di ricreazione, invece di prender parte ai giuochi ed all'allegria chiassona delle sue vispe compagne, la povera fanciullina era spesso obbligata a terminare il compito della mattina, od a studiare la lezione, chè la sua memoria indocile abbisognava d'un più lungo tempo, che non era d'uopo alle altre. Suor Serafina, la maestra della classe, compassionava alla poveretta, e per non costringerla a rinunciare ai giuochi della sua età era più mite del solito, e spesso a lei perdonava i punti a sghimbescio. Ma contuttociò la fanciulla, o che sentisse vergogna del suo poco profitto, o che la vita del chiostro non le si confacesse, era quasi sempre malinconica, e bisognava un comando per farla partecipare ai divertimenti ed alle corse tanto care alle ragazzine della sua età.

Avvenne, che una signora amica di quelle madri e lor benefattrice, che spesso visitava l'educande, avesse notato l'aria di mestizia che sempre regnava sul volto della piccola Reginetta. E un giorno chiamatala in disparte: — Reginetta mia, le disse, perchè sei tu sempre così mesta? La maestra e un'altra monaca incalzavano la dimanda, finchè la fanciulla ruppe in uno scoppio di pianto. Allora la buona signora dimandò che gliela lasciassero sola, e presala tra le sue braccia a forza di carezze e di baci la incoraggiva ad aprirle il suo cuore.