E vennero al letto della malata. Reginetta prese la mano di suo padre, poi quella di sua madre e le unì insieme stringendole colle sue piccole manine.
— Il Signore, diss'ella, mi ha fatto la grazia di vedervi qui tutti due prima di morire. Or bene, se volete che vada sotterra contenta, tornate ad amarvi come una volta!
La contessa allora si lasciò cadere inginocchioni. Egli guardò quella faccia lagrimosa da cui traspariva tutta la desolazione dell'anima, e sentì che aveva ancora viscere di misericordia per lei. La raccolse fra le sue braccia, e se non poteva richiamare i giorni felici dell'età passata, si prefisse almeno di alleviare la sua sorte, di proteggerne la debolezza, di piangere insieme e d'essere amici per sempre. Fu tanta la gioia della fanciulla nel vederli l'uno nelle braccia dell'altro, che il suo cuore non bastò a contenerla. Alzò gli occhi, giunse le mani come in atto di ringraziamento, mosse le labbra per dire ancora una parola; ma l'anima era già volata in Paradiso.
Pura angioletta passata per tanta prova di dolore, nel cospetto di Dio ella non si sarà certo dimenticata dei suoi poveri genitori, nè della sua sorella adottiva a cui lasciava in eredità la propria famiglia.
XII. IL VECCHIO OSVALDO.
All'albergo capitò questa mattina una superba carrozza da viaggio tirata da due cavalli stornelli. Ne smontò un ricco signore che abita la città di T***, e aveva seco la nuora, bellissima donna, e due leggiadri bamboletti figli di lei. Andavano a passar qualche giorno in un loro villaggio situato tra queste montagne. Il suocero mi salutò, mi presentò alla Signora, che tra superba e graziosa mi fece un freddo complimento. Era vestita da viaggio, nondimeno elegante. Quegli occhi così neri e quella fisonomia altera e capricciosa mi fecero risovvenire d'averla veduta ancora. Ella, che vestita di finissimo velluto, adorna di trine, scintillante di preziosi monili io vidi altra volta salutata regina della soirée, veniva ora a passare alcuni giorni in Carnia, tra questi dirupi? Veniva nella patria del suocero.... Presi l'ombrellino, e sola m'avviai alle acque salutari. Un vecchio montagnolo pascolava una meschina vaccherella a' piedi della montagna di San Pietro. Nel venerando suo volto mi parve vedere alcuni lineamenti a me non ignoti. Se altro fosse stato il suo arnese, l'avrei creduto padre del ricco mercatante che pochi momenti prima mi aveva salutata, tanta si era la rassomiglianza. Sorrisi, e sedetti sulle pietre della fontana che in quell'ora era affatto solitaria. Di lì a pochi minuti il vecchio venne anch'egli, s'assise a me dappresso e narrava dei tempi passati. Erano settantacinque anni, ch'ei giovanetto di dodici aveva, diceva egli, per la prima volta guidato un medico a quella scaturigine. Venuto a caso nel paese, cenava con due suoi amici, all'aria aperta, sulle sponde pittoresche della But: sentì l'odore dello zolfo, chiese da che proveniva e scoprì le famose sorgenti. Ma allora, continuava il vecchio, esse erano migliori, l'odore che spandevano si sentiva perfino a Tolmezzo; un bel prato le circondava di verzura, v'erano delle acacie piantate all'intorno, egli stesso aveva dipoi veduto trecento forestieri incoronare il bacino. A quei giorni fortunati, soggiugneva sospirando, era ben altro il paese! I monti più verdi, le notti della Carnia più limpide, una luna più lucente del sole che ora ci splende le illuminava, e stelle più scintillanti ricamavano i cieli. Egli allora era garzone e cantava armonie cento volte più belle che non si sanno oggigiorno.
Povero vecchio! e il suo occhio commosso piagneva una lagrima. Gli anni avevano offuscato il suo sguardo, irrigidite le sue membra, quietato il palpito del suo cuore, ed ei così tramutato deplorava i tempi cangiati! Stette ivi un pezzo con me, bevette nella mia tazza l'onda medicinale ch'io stessa attinsi per lui, mi promise le carniele ch'egli aveva cantato nell'amore della sua prima gioventù. Amava con passione il suo paese dal quale non era mai uscito, quindi la sua anima era ancora vergine e piena di poesia come la superba natura che ci stava d'intorno. Finchè gli anni giovanili gli durarono, egli aveva lavorato nella Sega che ci stava difaccia sulla riva opposta del torrente, e ch'egli m'additava con una specie d'affetto. Adesso viveva in una piccola casuccia ad Avosaco co' suoi risparmi, e col latte dell'armenta che pascolava. Mi narrò le tradizioni del paese, le costumanze, le feste. M'apriva l'animo come se stata fossi sua figlia. Chiesi il suo nome, e seppi ch'era fratello del negoziante, e zio della gentile signorina da me veduti poche ore innanzi. Coloro che passando sull'alto della via che va a Paluzza m'avran scòrta sedermi così a lungo presso quel vecchio cencioso, non avrebbero forse immaginato ch'io preferissi la sua semplice conversazione a quella de' suoi educati parenti.
XIII. LA FILA.
In quel giorno la Menica s'era alzata più del solito mattutina, e postasi nel mastello, aveva con tanto gusto dimenate le braccia robuste, che prima delle undici tutte le sue pezze già stavano fuori del bucato, ed ella senza aspettare il pranzo della famiglia, mangiato così alla svelta un boccone, e caricatasi le spalle, era corsa fuori della villa a risciacquarle nel vicino torrente. Era di dicembre; l'aria fredda dei monti aveva già fatto morire il verde della campagna; per le siepi un solo fiore ancor s'arrampicava ad appendere le sue ghirlande: la vitalba, che inaridita lo stelo e nudato di foglie, pareva essersi tramutata in fili di candida seta, o in mazzetti di piume di cigno; e il soffio che ve li faceva tremolare penetrava già così acuto nella carne, come se l'avesse morsicata con sottili spille di ghiaccio. Ma la Menica giovane e gagliarda e riscaldata dal continuo lavoro non lo curava, anzi con le maniche rimboccate fin sopra al gomito e puntata la gonna con uno spillone dietro alle reni, mentre con le gambe nude s'era inoltrata nella corrente, pareva che ve lo sfidasse, tanto quelle sue membra fresche e colore di rosa apparivano vivaci ed animate dal sangue della giovinezza. Solo ogni tratto guardava sospettosa al sole che indorava i cucuzzoli delle montagne e delle colline, che al di là delle ghiaie del torrente incoronavano il paese, ed affrettava l'opera per terminarla prima che imbrunisse, onde le pezze non le si agghiadassero e non le riuscisse poi malagevole l'accomodarle sui becchi dell'arconcello. Sbatti, sbatti e risciacqua, in poco d'ora ell'ebbe finito. Colle mani ancora bagnate si lisciò e si rifece i ricci che le si erano scompigliati lungo le gote, poi gittatosi in capo il suo fazzoletto a croce, ed allacciatone i lembi al sommo della testa, in modo che la frangia di scarlatto passandole per di sotto al mento e contornando quel suo grazioso visetto, le faceva come una specie di bizzarra aureola, si caricò l'arconcello sulle spalle, e via spedita, cantando se ne ritornava tutta contenta al villaggio. — Ehi Menica! Sai che domani per la nostra villa passeranno i soldati? — E tanti, tanti!... colla musica, colle bandiere.... — Soldati che vengono da un paese lontano. — Figúrati! dicono che saranno almeno tre mesi che sono in marcia.... Così con voce concitata, una a dispetto dell'altra, narravano alla Menica due ragazzette, che vedutala venire le erano corse incontro sulla strada in capo al villaggio. — E chi vi ha raccontato tutte codeste novità? chiese la giovinetta appoggiando la mano sulle sue pezze e facendo girare all'altra spalla l'arconcello, che col suo peso l'aveva fatta per un momento desiderosa di sosta. — È capitato or saranno due ore un picchetto, e insieme col cursore e coll'agente comunale, sono andati intorno ad apparecchiare gli alloggi. — Gli alloggi! Vuoi tu che si fermino nel nostro villaggio? — Ma sì, ti dico; anzi da qui innanzi ne passeranno, non so quante migliaia.... — Uno sterminio infinito! L'ha detto in questo momento il signor Lionardo, ch'è venuto dalla città dov'è stato a comperare la cera per la chiesa. — E che confusione nella villa! Madonna Barbara è corsa a nascondere le galline.... dicono di sotterrare le masserizie, la biancheria.... — Quel villaggio era fuori di mano, e dall'epoca dei Francesi per di lì, non c'erano passati soldati, sicchè codesta pareva una grande novità, e la gente s'era messa in paura, e fantasticavano per trovare la ragione di ciò che forse non era che una semplice esperienza onde accorciare la via. Correva il 1847; la lunga pace avea fatto dimenticare il passaggio delle truppe francesi e tedesche degli anni delle guerre; ma ora questa novità faceva ricordare i danni di que' tempi infausti, e le vecchie comari tiravano fuori mille istorie di prepotenze, di spaventi, di saccheggi, di modo che la Menica e le sue compagne a forza di sentirne parlare avevano concepito una sinistra idea di cotesti soldati, e nel dimani avevano pensato di non lasciarsi trovare nel villaggio. La sera, com'era d'aspettarsi, nella stalla di compare Martino, dove di consueto s'adunavano, cotesto fu il tèma di quasi tutti i discorsi.
Hai tu mai veduto uno di questi notturni convegni che i contadini chiamano File e che, se mal non mi appongo, potrebbero servire di rustico pendant alle profumate soirées dei vostri eleganti salons? Così nella capitale come nel remoto villaggio sono questi i centri dove si spande il seme della parola e germina nelle anime i suoi frutti di bene e spesso anche quelli del male. I ricchi e i poveri figliuoli d'Adamo vi convengono per motivi quasi eguali. Trovarsi in buona compagnia, fuggire il freddo e la noia delle lunghe notti invernali, libare qualche sorso di gentile o di rustico amore.... Solo qui, invece delle stufe, delle costose mobiglie, dei serici tappeti, dello sfarzo degli abiti e dello splendore dei doppieri, non ti si presenta che una povera stalla riscaldata dall'alito degli animali, e una turba di gente rozzamente vestita, rozzamente adagiata su fasci di stoppie in mezzo al fieno, rischiarata dalla luce rossastra di qualche fanale appeso alle travi; e v'è anche la differenza, che per cianciare qui non tengono le mani inerti nei guanti olezzanti, o ne' manicotti d'armellino, ma le donne le adoprano a trar la chioma alle loro conocchie, e gli uomini lavorano qualche paio di zoccoli, o impagliano una sedia, o col coltellino cuoprono d'intagli e di ghirigori qualche utensile destinato ad amata persona. Gruppi fantastici, mosse svariate ed armoniche; graziosi effetti di lume ti fanno balzare all'occhio più di una forma squisita ed improntata di quella ingenua bellezza che potrebbe tentare il pennello dell'artista forse più delle adorne e lisciate celebrità delle vostre sale, dove il costume straniato dalle tiranniche leggi della moda, e l'artificioso e il convenzionale sono spesso morte sicura del bello. Oh se l'istruzione, deposto il cinico suo manto e le burbanze dogmatiche, si degnasse di penetrare inosservata tra questa povera gente! Gli è un terreno vergine ed assetato del bene che darebbe il cento per uno. Ma chi ci pensa? Invece i discorsi fatti a caso e il bisogno di pascere di un qualche cibo dilettevole le anime curiose e giovanette, spesso getta la malizia delle generazioni passate a germogliare con danno funesto nell'avvenire.