Col ramo dell'ulivo benedetto tra le mani, al rientrare della processione, egli s'era inginocchiato vicino alla pila dell'acqua santa. Nubi d'incenso velavano l'altare; gli osanna avevano cessato; finito il Passio, e il santo Sacrificio procedeva quieto al suo fine, accompagnato soltanto da una soave e maestosa melodia dell'organo. Alcune pie donne, che al postcommunio s'erano accostate a ricevere dalle mani del celebrante il mistico pane scendevano dai gradini della balustrata. A guisa di visione, una gli passò dinanzi. Bruna le vesti, bruno il fazzoletto, gli occhi raccolti e la faccia pallida concentrata in santi pensieri. Si ricordò del giorno in cui, inginocchiato nello stesso luogo, la vedeva a sè dinanzi tra i ricami del candido velo. Allora in tutto il sorriso, in tutto l'orgoglio della giovanile bellezza; ma l'olezzo dei fiori e il luccicare dei ricchi pendenti gli veniva al cuore siccome veleno. Adesso la lagrima che le rigava le guance sparute, lo aveva commosso. Tornò col desiderio ai tempi trascorsi. Un sogno gli passò per la mente e si sentì rivivere in un moto di generoso perdono. Nel dì solenne di Pasqua, Antonio era tornato a trovare la Menica. Benchè i lineamenti del suo volto serbassero le tracce dell'orgasmo di quegli otto giorni combattuti, pure in quel momento era calmo e ferma la voce, come di chi, dopo molti riflessi ha finalmente preso una risoluzione irremovibile. — Io ti ho più volte detto: o questa mano o nessun'altra; diss'egli, mentre nell'effusione del suo affetto le aveva presa la destra. Oggi vengo a ripeterti la stessa parola. O Menica, se non abbiamo potuto incominciare insieme la vita, chiudiamola almeno insieme! Pallida, più pallida del consueto, senza ardire di guardarlo gli rispose, e le tremavano le labbra: — Iddio vi benedica per il bene che avete voluto farmi con la vostra visita e con queste generose parole! Quaggiù sulla terra, io non isperava di rivedervi più mai, Antonio. E voi siete venuto, e io tengo ancora una volta fra le mie questa mano che voleva farmi felice. No: io non posso e non devo accettare; ma se sapeste come il mio cuore vi ringrazia!.... E le lagrime che le piovevano dagli occhi bagnavano le loro mani riunite. — Oh ti prego, non mi respingere così! Tu piangi.... e anche domenica in chiesa piangevi, poveretta! Io ho detto subito: ella ha bisogno di versare le sue lagrime sul cuore di un amico. Ecco, io t'apro le braccia. Non ti domando che di lenire il tuo dolore, e di compensare a forza di affetto quel tanto che gli altri ti hanno fatto patire. Ella scosse mestamente la testa, poi chiamato sulle labbra scolorate un sorriso tanto amaro che pareva una nuova lagrima, — La mia vita è già chiusa, disse. Ancora qualche giorno penoso di prova, ma in breve la fine. Io lo sento: e poi c'è una voce che continuamente mi chiama, la voce della mia povera madre. Ella è partita da questo mondo senza benedirmi. Sul suo letto di morte, tra i volti dei suoi cari ella ha cercato indarno il mio. Io, infelice! ero lungi allora, e non pensavo al cuore che avevo calpestato e che mi chiamava per darmi il suo perdono e il suo ultimo addio. Ora è laggiù nel cimitero ch'ella mi aspetta; e se sapeste come io desidero di rivederla! Miseri i figliuoli che hanno contristato il cuore della madre! Ma più miseri, se l'hanno perduta senza una parola di riconciliazione. Tutte le notti ella mi è dinanzi nelle lagrime ch'io le ho fatto versare, e mi guarda severa, e talvolta mi pare che alzi la mano per maledirmi. O Antonio, io ho bisogno di rivederla!.... Stettero entrambi alcuni istanti in silenzio; ella col grembiale si teneva nascosta la faccia; poi come scossa da improvvisa visione, ripigliò: — Amare ed essere riamati, patire l'uno per l'altro, pensare con un'anima sola, mettere insieme la vita e poi rivivere insieme nei figli, e cotesto dinanzi agli occhi di Dio senza paura di colpa, anzi benedetti da da lui, oh! mi pareva il paradiso in terra; la suprema delle gioie umane! Ma io, infelice, quando mi si rivelarono le profanazioni del mondo, volli persuadermi che fosse un sogno e che non poteva esistere nessun cuore capace di volermi bene così! E voi, Antonio, venite a mostrarmi ch'era vero, e che tutta questa felicità poteva, poteva essere mia!.... — Dimentichiamo il passato. Non hai tu fede nel perdono di Dio? Or bene, lascia che anch'io ti perdoni! Uniti nel pianto, uniti nella preghiera, se è possibile, Menica, io voglio amarti ancora di più.... — Ah! non è più tempo, diss'ella. Non ho che una speranza, che quest'amore che ora ci vien tolto, Iddio ce lo renderà lassù. Promettete, Antonio, che nel giorno dei morti ogni anno voi verrete a trovarmi e farete dire una messa per l'anima mia e per quella della mia povera madre! Egli si portò alle labbra la mano di lei e promise col cuore. Indi si divisero.

Era venuto l'autunno; quella stagione in cui la terra friulana, siccome a festa, fa pompa del più lieto de' suoi prodotti. Dal mare alle alpi, disposti in innumerevoli filari si dánno la mano i tralci delle sue viti. Spesso il frutto pende più copioso delle foglie, e chi visita in quell'epoca le colline della sua regione di mezzo, benedice ai grappoli d'oro di quelle tante ghirlande. Ma nell'ottobre del 52 la campagna del povero Friuli era mesta. Tristi anni si erano successi, e per colmo di sventura in quest'ultimo anche i suoi bei vigneti infracidivano. Il flagello venuto dal mare s'era propagato fino alla montagna. A guardare quelle trecce fiorenti di verdura e d'un momento all'altro affummicate, passe, quelle uve fetenti ed abbrustolite, pareva che l'angelo della desolazione fosse passato per il paese e l'avesse tocco col tremendo suo dito. La vendemmia si compieva in silenzio, turbe di contadini seguivano avviliti i carri che percorrevano le vie, trasportando nei tini il sucido avanzo del frutto che crepitava come se fosse carbonato. Aggiungi che ad accrescere malinconia, i giorni si succedevano continuamente annebbiati o piovosi, e le foglie ingiallite prima del tempo incominciavano a cadere; sicchè i cittadini venuti in quei due mesi a godere la campagna avevano un mal divertirsi. Tra le famiglie signorili, la cui molta agiatezza non lasciava che s'accorgessero di cotesto lutto universale, una ve n'era presso alla quale, siccome a centro, soleva concorrere quasi tutta la gioventù d'una tal qual condizione, dei dintorni. Oltrechè la signora era un'assai compita e gentile persona, che sapeva piacevolmente intrattenere la compagnia, si combinava ch'ella teneva ospite in casa una giovine forestiera molto in voga a quell'epoca. La dicevano oriunda di Parigi. Certo il suo fare disinvolto, lo spirito del suo conversare e quel non so che di semplice insieme e peregrino, che appariva costantemente nella graziosa e svariata sua mise, sapevano di capitale, o almeno di molta esperienza di mondo. I sommovimenti del 48 l'avevano gittata in Friuli, dove in grazia di alcune aderenze di alto bordo fece in breve delle relazioni ed era diventata l'eroina del giorno. Nel numero di quelli che aspiravano a farle la corte, c'era una nostra conoscenza; il giovane conte. Amico del marito di lei, amico della famiglia nella quale erano ospiti in quell'autunno, lo si vedeva assai spesso al suo fianco. Quai che si fossero le occulte loro mire, pareva che entrambi con grande accorgimento si studiassero di darsi reciprocamente nel genio. In lui forse vanità, o desiderio di procacciarsi un passatempo che gli rompesse la triste monotonia della vita disoccupata, o fors'anco nuovo capriccio; in lei.... — Ma io m'intendo così poco di cotesti sentimenti di seconda mano che spesso costituiscono tutto il romanzo delle classi elevate in mezzo alle quali non vivo, che credo meglio non dirne. Per chi lègge già sarà cosa affatto ovvia, sicchè mi perdonerà se invece di seguire tutti i fili intricati di cotesta tela cangiante e fragilissima che chiamano galanteria, io salto al solo punto che tocca la mia storia. — Un dì che il tempo faceva un po' di tregua, uscirono a una scampagnata. Giovinotti e signore comodamente assisi su d'un carro allestito con soffici cuscini di lana spiegavano i loro variopinti ombrellini. Il conte, come di consueto, aveva trovato modo di porsi vicino all'elegante parigina. S'erano impegnati in un assai caldo colloquio, e vi si lasciavano andare colla spensieratezza di due giovanotti di vent'anni. All'improvviso sentirono il carro che si arrestava. Veniva una croce nera accompagnata da fanali, poi sacerdoti in lugubre stola, e un cadavere, dietro una quantità di lumi e una lunga processione di popolo piangente. Erano usciti dal villaggio a man ritta, dove tra il folto dei viali scorgevasi il palazzo del conte. Il tristo incontro turbò l'allegria della brigata, e le signore, sgomentate, avrebbero voluto ad ogni costo evitarlo. Ma la strada angusta, in mezzo ai campi e fra due fossi capaci, non lasciava nemmanco pensarci. Bisognò proprio fermare in disparte, ed aspettare che passassero. Rasentavano il carro dal lato dov'era seduto il conte colla sua elegante compagna, e la cassa segnata d'una croce bianca gli venne tanto dappresso che quasi lo toccava. Chi era l'umana creatura, che nell'andarsene al luogo dell'eterno riposo, veniva lì a cercarlo, come se avesse voluto dargli ancora un addio?

Egli nol chiese; ma se anche gli avessero detto il nome della povera Menica, che gl'importava di lei? Ella non era che una delle tante che per la via dei sensi avevano potuto entrare, un momento, in quello ch'ei diceva suo cuore, e che al pari delle altre n'era poi uscita per sempre. Viva, o morta che fosse, ei non si curava di saperlo. Immerso ne' suoi progetti, continuò l'allegra sua gita; ella fu deposta nel cimitero accanto alla sua povera madre in quel posto di eterna pace che da parecchi anni così ardentemente invocava.

Oh! se nella stalla di compare Martino, invece delle sucide reminiscenze di quell'orgia straniera che ha contaminato la generazione che ci precedette, e che Madonna Sabata sciorinava con tanto gusto a quei poveri cuori di vergini, ci fosse stato un qualcuno che avesse letto le tue gentili novelline, o Pietro Thouar!

XIV. LA COLTRICE NUZIALE.

I. UN BAZAR DI NUOVO CONIO.

— Diciotto braccia di buona tela casalina.... — Cinque carantani di questo pastrano — Una caldaia! la fodera di un pagliericcio.... — Due fiorini una bella coltrice nuova. — Chi vuol comperare questa sottana? Un paio di calzoni, fazzoletti, camicie. — Una camicia di bucato.... due paiuoli. — Tutte le masserizie d'una cucina per dieci fiorini. — Donne, madonne, messeri! ci sono dei bei vestiti.... — Guardate questa gonna di fioretto per metà prezzo! — Vendo i cavalli a chi dà venti fiorini. — Chi vuol dare una svanzica di un lenzuolo?... Belle ragazze, comprate, ci sono dei grembiuli.... Comprate il rigatino nuovo a un carantano il braccio.... — Un giustacore per un carantano! — Una copertina da letto per un fiorino! — Messeri, madonne, comprate, comprate!....

E una quantità di gente s'era affollata d'intorno alle due carrettaccie dalle quali una mano di soldati andava scaricando alla rinfusa diversi arnesi, suppellettili d'ogni maniera e di ogni uso, robe vecchie e nuove, gridando il prezzo che ne volevano ritrarre come se si avesse trattato d'una vendita all'incanto. Codesto accadeva su su d'un piazzale, dinanzi alla chiesa in un villaggio tra l'Isonzo e il Nadisone. Era la seconda festa di Pasqua. La stagione lieta per l'apparire della primavera, faceva una consolazione del sereno dei cieli e della verzura della campagna. Diffuso un giubbilo per tutto il creato e nell'aria tepente delle ore meridiane gli effluvi del biancospino e delle prime viole; il mormorio del fiume in armonia coi canti degli augelletti di già solleciti del nido; l'orizzonte limpido; solo di là dalle acque verso ponente, qui e colà, in diversi punti vedevi ancora sollevarsi alcune colonne di fumo; erano i villaggi incendiati nella passata settimana santa.

La chiesa aperta e tuttora inondata d'incenso annunziava come fosse in quel punto terminata la funzione; ne uscivano ancora alcune comari, e veduto lì sulla piazza quella confusione non guardavano ad anima viva, ma intenti all'oggetto agognato, pareva che per lo sforzo di quella per lei ardita intrapresa, fossero vicini a gonfiarseli di lagrime. Giunta a farsi largo, afferrò colla mano tremante il lembo di una coltrice, che il soldato aveva in quel punto dispiegata, ed — Io, disse, vi do i due fiorini! La sua voce argentina impose silenzio alle altre comari, che stavano d'intorno, e ritirate le lasciarono conchiudere il contratto. Poi cavati dalla saccoccia altri danari, comperò la lentima di un letto nuziale, una copertina di rigato e non so che altri oggetti, dei quali fatto un fardello se lo caricò sulla testa, e lieta della sua buona ventura tornò a traforare la folla. — Ehi Mariuccia! le gridavano le amiche, non occorre più dirci che il tuo damo l'ha da nascere. — Che sì, che cotesto l'è un bell'apparecchiarsi il nido! — Guardate la Mariuccia quanta roba si porta via! — E le correvano dietro per esaminare con più agio gli avvantaggi dell'affare ch'ella aveva conchiuso. In grazia di que' prezzi così facili, in poco d'ora tutta la mercanzia fu smaltita. Come un cesto di piuma gittato dalla finestra quando soffia la borra, quelle suppellettili, quegli arnesi, e persino i cavalli e le carrette sparirono. Nettata la piazza, i soldati entrarono all'osteria, e bevuto e sghignazzato, tornavano per d'onde erano venuti a' loro quartieri. Nel passare il torrente s'incontrarono in altre carrette cariche di roba razzolata tra le macerie dei villaggi incendiati. Erano villici, che più avveduti non avevano aspettate di comprare da essi, ma erano stati da soli a far raccolta, ed ora allegramente se ne tornavano col bottino. Quell'incontro non fu per certo una buona ventura. I soldati, quantunque briachi, pretesero che lor si dovesse almeno il tributo dell'acquavite. Convenne vuotare le saccocce contenti di asciugarla al costo di pochi carantani e di qualche piattonata. Quando entrarono i contadini nel villaggio, si sentiva ancora di là delle acque rimbombare nell'aria gli urrà della brigata militare.

II. CHI ERA LA MARIUCCIA.