Nata in una numerosa famiglia di contadini, dove non regnava la pace domestica, la Mariuccia assaggiò assai per tempo il tristo calice della sventura. Da bambina mal gradita alle zie ed all'ava paterna, che in lei puniva il carattere bisbetico e la lingua insolente della nuora, cresceva a stento fra una turba di fanciulli e quasi coetanea ad una bella cuginetta che divideva con lei i giochi puerili, ma non le carezze e l'affetto dei vecchi. Trascurata e spesso maltrattata quando ancora aveva lo scudo della madre, perduta questa, nessuno più pensava alla povera piccola, e la si lasciava languire priva perfino delle cose più necessarie. Le contese sempre più acerrime che sorgevano fra i diversi membri della famiglia, sovente finivano collo scaricare la tempesta sul suo capo innocente, e quando il disaccordo giunse a tale da partorire la divisione, ella col padre cacciata di casa, dovette mettersi nella meschina condizione di chi vive del lavoro giornaliero. Poichè le suppellettili, gli animali, gli attrezzi agricoli che in unione bastavano a farli campare onestamente su d'un terreno da coloni, così ripartiti, furono per tutti una miseria. Quella divisione l'era sempre rimasta impressa come il più gran dolore della sua infanzia; non già ch'ella avesse compreso le conseguenze che ne dovevano nascere, ma lo staccarsi dalla cuginetta e dagli altri fanciulli che con lei ridevano e giocavano, il cambiare la buona casa colonica fino allora abitata, in una miserabile abitazione da sottani dove le toccava di rimanere quasi sempre soletta, anche così bambina le facevano capire ch'era una disgrazia. I sottani, cotesta piaga delle nostre campagne, sono la più meschina e la più infelice delle classi della società; quella su cui pesa maggiormente il lavoro senza compenso, e dalla quale scaturiscono i mendicanti, i vagabondi, e spesso anche i ladri e gli assassini. I possidenti che vanno in rovina danno sovente origine alla loro esistenza, perchè cominciano dall'alienare i fondi produttivi, e in ultimo affittano o vendono le case mezzo diroccate a una specie di speculatori che poi le subaffittano a dei miserabili, che, o per disgrazie, o per discordie domestiche divisi, non hanno più la possibilità di condurre una colonía. Questi speculatori, per lo più possidenti di fresca data, a tali orribili tuguri, uniscono uno o due campicelli, dei quali esigono affitti spropositati. Coloro che accettano, sanno che se anche l'annata andasse propizia, l'assiduo lavoro e la più industriosa diligenza non faranno mai che il fondo produca tanto da soddisfare al debito assunto; ma la necessità di un po' di tetto che li ripari, e di un campo dove raccorre almeno le legna per riscaldarsi l'inverno, o che se non altro serva di pretesto a ciò che altrove si raccoglie, fa che pieghino il capo a tutte l'esorbitanze del locatore. Malattie, tempi burrascosi, mancanza di lavoro, sono poi disgrazie ch'essi non prevedono, o che certo non entrano nei loro calcoli. Colui che affitta sa bene anch'egli che il suo campo, se anche fosse la terra promessa, non potrebbe giammai dargli il provento che richiede; ma egli spera d'aver a fare con gente avveduta che sappia ingegnarsi e profittargli, e, pur che paghi, il modo non importa; se no, guarda a ciò che portano sotto i suoi coppi, e alla fine dell'anno col sequestro fa il conto rotondo. Anzi vi sono di quelli che nelle quattro pecore, nelle vaccherelle e ne' pochi attrezzi dell'inquilino, veggono preventivamente il loro affitto. Così gli sciagurati, che si trovano nella necessità di abbracciare tal vita miserabilissima, passano d'uno in altro tugurio sempre più nudi, finchè, spogli di tutto, vanno ad ingrossare la schiera dei mendici e dei vagabondi. Infatti il padre della Mariuccia in pochi anni consumò tutto quel poco che aveva redato, e dopo aver fatto soggiorno in questo e in quel villaggio sempre nei peggio abituri, finì coll'ammalarsi e morire all'ospitale. Cosicchè a dodici anni la povera fanciulla, coperta di cenci e ridotta sulla strada, andava elemosinando. Un giorno ell'ebbe la buona ventura di capitare alla porta di un contadino benestante, la cui moglie colpita dalla sua bella fisonomia, la prese seco a servire. I contadini trattano per solito i loro servi come tanti membri della famiglia. Se non possono dar conveniente salario, non fanno almeno sentir tanto la diversità della condizione. Cibo e lavoro in comune, quasi nessuna disuguaglianza di vesti, e quel che val più, non disprezzo ne' modi, non imperiosa acerbità ne' comandi. La povera creatura, che non aveva mai goduto il bene di trovarsi in una famiglia dove regnassero l'ordine e la pace, si affezionò ben presto a' suoi padroni. Lavorava con essi nei campi, filava la sera nella stalla o d'accanto al fuoco con le figlie del suo padrone, che la trattavano come sorella, imparava da esse e dalla loro madre a trattar l'ago, ad accudire alle faccende domestiche. Era divenuta una bella ragazza, e rimpannucciata e rinsanichita e in comunione del loro affetto, più quasi non s'accorgeva d'essere un'orfana. Ma quegli anni spensierati volano rapidi e succede un'epoca nella quale ci si accorge di avere il cuore, e i suoi palpiti fanno pensare all'avvenire.

Una domenica di agosto la Mariuccia insieme con la Lisa, la figlia de' suoi padroni, trovavasi alla sagra di Madonna di Strada. Una quantità di gente era là convenuta, e le due giovanette l'una al braccio dell'altra giravano amorosamente chiacchierando insieme, e soffermandosi ogni qual tratto a guardare le tavole di ciambelle e di frutta esposte in vendita sul praticello dinanzi alla chiesa campestre. Alcuni giovinotti le avevano notate e lor tenevano dietro, desiderosi di entrare con esse in discorso. Il sole, benchè oramai vicino al tramonto, dardeggiava ancora i suoi raggi cocenti sulla testa della moltitudine. Le due fanciulle ripararono all'ombra dell'un dei cipressi che fiancheggiano l'entrata nel praticello, e lì sedute sul basso del muricciuolo, si facevano fresco coi lembi dell'ampio fazzoletto a croce, che loro adornava la testa, mentre lanciavano sorridendo qualche furtiva occhiatina che diede coraggio ai giovanotti di farsi dappresso e cominciar la conversazione. In poco d'ora s'erano fatti amici. Esse offerirono cortesemente la sagra che avevano comperata. Un giovane accettò un paio di noci dalla Mariuccia e le regalò in ricambio un bel garofano ch'ella adattò subito nella sua cintura dalla parte del cuore. Era un bruno ancora quasi imberbe, alto e ben fatto della persona, con un certo cappellino di paglia, messo un po' alla bula e che dava risalto ai molti capelli neri, che tutti uniti gli scendevano fino alla metà del collo e gli lambivano la candida camicia arrovesciata sulle spalle. I suoi occhi neri avevano un non so che di dolce, e con qualunque degli astanti avesse parlato, quasi sempre s'incontravano in quelli di lei. Venne l'ora della partenza e i giovani vollero accompagnarle fin presso al villaggio. Da quella sera la Mariuccia non dimenticò più quello sguardo, e anche appassito conservò come una reliquia quel fiore. Ma la sua fronte ilare era divenuta pensierosa. Più non rideva così facilmente, nè più la sera con le compagne si lasciava andare al solito allegro cicaleccio; meditava invece, e una leggera tinta di malinconia s'era impossessata di tutti i suoi atti. La povera fanciulla aveva saputo che quel giovane apparteneva a una buona famiglia di contadini del vicino villaggio. S'egli avesse eletto la meglio ragazza del paese, certo i genitori s'avrebbero baciato la mano nel concedergliela, perchè l'entrare in quella casa era tenuto da tutti una fortuna. Or ella non era che una povera orfana, una serva.... Che cosa gli avrebbe portato in dote se poteva appena campare? Ma Vigi veniva tutte le domeniche a funzione nel villaggio di lei, l'accompagnava a casa nel sortire di chiesa; se talvolta la mandavano in su quell'ora ad attignere, egli le portava la corda, l'aiutava sul pozzo in presenza di tutti, e oramai non v'era più dubbio sulle sue intenzioni. Allora la Mariuccia divenne più attiva nel pensiero di apparecchiarsi un po' di mobile. Stava in fin tardi a filare di guadagno. Alzavasi prima di tutti la mattina, affinchè i suoi padroni fossero contenti di lei e le concedessero qualche ora di lavoro per suo conto. Se buscava qualche carantano, guardavasi bene dal gittarlo in ispese inutili. La vecchia Maddalena, che l'amava come se le fosse figlia, s'era accorta di queste sue cure e procurava di facilitarle qualche piccolo provento. Ma per accumulare quanto bastasse alla compera almeno del letto nuziale e dell'indispensabile coltrice, ci voleva! Passarono così alcuni anni, quando in quel villaggio avvenne il mercato ch'io qui sopra accennai. Chi può dire la consolazione della Mariuccia nell'aver potuto così utilmente impiegare i suoi risparmi? Ella si aveva portati a casa quegli arredi, e se li custodiva nella sua cameruccia e se li guardava con quell'affetto istesso di adorazione con cui l'avaro, quando è solo, contempla i suoi ricchi tesori.

III. LA VISITA.

Per lo stradale che da Gorizia mette a Udine due magnifici cavalli neri facevano volare una elegante carrozza discoperta. Dentro a fianco d'un signore piuttosto avanzato in età stava mollemente adagiata una gentile damina, la cui mise, benchè da viaggio, annunziava il buon gusto della capitale. I suoi bellissimi occhi intenti al sole che tramontava avevano un'espressione piuttosto melanconica. Era d'estate. La vasta pianura rinfrescata da un leggero venticello moveva placidamente il ricco suo verde indorato dagli ultimi raggi. Una quantità di picciole nubi tinte nei più vaghi colori dell'iride s'andavano agglomerando sull'orizzonte come per far corteo al sole moribondo che già cominciava a tuffarsi nella lontana marina. Parevano i flutti di un immenso mare di porpora, parevano un'infinita turba di pecore dal vello d'oro che dopo aver pascolato tutto il giorno pegli azzurri campi del cielo or si riducevano all'ovile dietro i passi del loro sfolgorante pastore. La giovinetta, innamorata della magnifica scena, metteva sì poca attenzione agli animati discorsi del suo compagno da viaggio, che questi a trovar la parola che pur le penetrasse l'udito dovette cercarla in un'allusione a quel bellissimo tramonto.

— O mia Cati! ei le diceva, se il nostro progetto s'avvera, i miei ultimi giorni saranno lieti e io terminerò felice la mia mortale carriera, come quel sole che ora in sì placida e maestosa pompa discende all'occaso. Una lagrima corse per le guance alla giovinetta. — Dio, che mi vede l'anima, sa come io lo preghi, padre mio, di concedervi una lunga vita e tutta felice, — diss'ella con un timbro di voce così soave che pareva un'armonia. — Oh! io lo sarò felice e pienamente, ripigliò il vecchio, quando ti vedrò in possesso della bella fortuna che ti si prepara. Fin da quando tu eri fanciulletta nell'istituto delle Dame X*** a Vienna, e io ti vedeva crescere ogni giorno più aggraziata e gentile, cotesto era il più caro de' miei voti; ma non ardiva pensarci da senno, perchè troppo grande mi pareva la distanza fra te umile figlia di un barone di provincia ed egli sangue di principi, collocato sì dappresso alla santa maestà del trono. Chi mi avrebbe detto che proprio nel momento in che la sua fortuna fatta di tanto più cospicua pe' segnalati servigi prestati al nostro buon Imperatore, io fossi così vicino a veder realizzata cotesta mia secreta speranza? Eppure la lettera della tua nobile zia e l'invito della Contessa che ora ci chiama in sua casa, dov'egli ritorna dopo la sua gloriosa vittoria, mi danno certezza che il mio è qualche cosa di più di un castello in aria. Mia Cati, poichè egli desidera di rivederti, credi, non può essere che per deporre a' tuoi piedi la sua immensa fortuna. E quando ti avrà riveduta non sarà, no, più sogno il mio! Le tue adorabili qualità lo faranno superbo della sua scelta, nè l'amore grandissimo che io ti porto mi fa ora velo dinanzi agli occhi. Allorchè mio fratello moribondo ti confidava nelle mie braccia, io mi accorsi subito che l'orfanella era un grande tesoro... — Tesoro, padre mio, è stata la vostra bontà, le cure e l'affetto più che paterno che voi sempre mi prodigaste, al quale, soggiunse ella abbassando la voce e facendosi sempre più melanconica, al quale io sento rimorso di non saper corrispondere come dovrei!... — Senti, Cati, noi vogliamo vivere sempre insieme. Quando sarai maritata, io mi stabilirò a Vienna vicino a voialtri: ti vedrò ogni giorno, la tua felicità sarà tanta vita per me. Vienna è un gran bel paese! L'allegra, la gaia Vienna, il paradiso terrestre delle feste e dei piaceri! Oh si sa vivere a Vienna!... Qui, poverina, tu se' fuori di sito. Chi sa comprenderti qui? Cotesti rozzi provinciali non possono apprezzare le grazie squisite della tua nobile educazione; le tue amabili maniere, il tuo buon gusto, i tuoi distinti talenti qui sono perduti, sprecati, e per questo mi sei così melanconica. Ma a Vienna avrai campo di brillare. Tu se' nata fatta per essere la delizia di una capitale, per destare l'ammirazione e la simpatia nei nostri eleganti salons. Oh pensa la mia gioia quando ti vedrò finalmente collocata nella luminosa atmosfera che unica ti si conviene! Il riverbero di tanto splendore farà ringiovanire il povero vecchio. Non dubitare, torneranno i bei tempi della pace. In breve le armi vittoriose del nostro sovrano finiranno di ristabilire dovunque l'ordine e la tranquillità. Una volta estirpata la ribellione, tu pure tornerai lieta. Il tuo cuore sensibile non è fatto pe' trambusti della guerra. Essi ti turbano, ti fanno male, ed è perciò che le tue belle guance si sono illanguidite. Povera la mia Cati! Tu se' un nobile fiore, ma dilicato: coteste villane bufere ti offendono, ed hai bisogno della ricca e tepida serra per poter spiegare tutto il tesoro de' tuoi colori e de' preziosi profumi. La tua serra è la capitale. Là mi tornerai fresca ed allegra, colle tue belle rose sul volto, cogli occhi pieni di vita e di brio.... Ed entusiastato continuò per buona pezza a discorrere dell'avvenire che gli prometteva un così dolce sorriso. La fanciulla taceva, e contemplava gli ultimi sprazzi della luce che quietamente facevano rubiconda la cima dei nostri monti. Una volta nel passare dinanzi a un cimitero campestre i suoi occhi si fermarono sui tumuli coperti di recente erbetta a' piedi degli ulivi le cui frondi commosse dall'aura vespertina tremolavano or bianche ed or verdi lasciando piovere la porpora del tramonto che come un affettuoso addio pareva accarezzare quei poveri morti, e sentì che a tutte quelle gioie mondane ella avrebbe preferito di dormire eternamente, ma lì nella sua terra nativa. Frattanto la carrozza giunta a N*** s'era soffermata alla sbarra dove si paga il pedaggio. Vedendo signori, una povera donna trasse innanzi a chiedere l'elemosina. La seguivano tre bambini, portava il grembo fecondo di un altro. L'atto strano con cui stese la destra volgendo dall'altra parte la faccia vergognosa e queste parole: Abbruciati di Jalmicco! — ch'ella proferì invece di preghiera, ferirono il barone. Ei rimise nel borsellino la moneta che già stava per gittarle e guardandola con severo cipiglio — Ribelli eh? disse, oh bene vi sta la terribile punizione che vi tiraste addosso! A simile genia nessuna compassione! — e ordinò al cocchiere di sferzare i cavalli. Come l'inesperto, che nell'adoperare un coltello a due tagli s'insanguina le mani, così quel rimprovero ferì tremendamente da due parti. La pietosa fraile vide quella povera donna farsi di bragia e tirare a sè l'ultimo de' suoi bambini che stendeva ancora le mani ad implorare misericordia dalla carrozza che partiva, videla accarezzarlo con un sorriso d'indefinibile amarezza, mentre inavvertite le gocciavano a quattro a quattro le lacrime sulla bionda testa dell'innocente. Un'orribile scena d'incendio, di rapine, di dolori e di miseria le si dipinse dinanzi all'anima commossa... Quai che si fossero le colpe di quella meschina, ella pativa: pativano quei poveri fanciulletti che certo non potevano aver colpa. Chi sa quante lacrime erano condannati a versare!... Quella moneta rifiutata avrebbe pur potuto tergerne qualcuna! ed ella, che in tal momento avrebbe voluto tergerle a costo di sangue, sentiva di abborrire quel metallo rimasto lì inerte. Oh! ei le pesava sul cuore come un rimorso. E le pareva peccato pensare a comparir bella e spiritosa nell'istessa ora che quella raminga piangeva per non aver pane da dare alle sue creature; far pompa di mille inutili adornamenti, godere una lieta serata, tutti i comodi e il lusso della vita, mentre colei senza tetto, gittata su d'una strada nel profondo della miseria rammemoravasi forse la crudeltà di quei signori, che invece di soccorrerla l'avevano rimproverata.... E lo sforzo terribile di dimandare l'elemosina pagato con un rifiuto!... Doveva averle costato quell'umile dimandare l'elemosina! Tutto il sangue l'era corso alla faccia. L'aveva ben'ella veduta come si nascondeva e come le tremavano le labbra, quando proferì quella solenne parola: Abbruciati di Jalmicco! E le si ridusse dinanzi alla memoria la sera in cui salita sulla terrazza della sua casa aveva veduto ardere quel povero villaggio insieme cogli altri in quella notte distrutti. Quando smontò nel cortile della Contessa, e fatta salire nella camera da ricevere ella fu accolta con ogni maniera di cortesia così dalla padrona di casa come da diversi graduati austriaci che lì stavano aspettandola, la sua mente funestata non ravvolgeva che tristi pensieri. Era pallida fuor di misura, un cerchio di ferro le strigneva le tempia, di modo che parevale sentirsi scoppiare il cervello, la luce dei doppieri le offendeva la vista; nondimeno procurò di raccogliere tutta la sua forza per corrispondere ai gentili complimenti che le venivano indirizzati. Un bel giovane biondo dalla tinta dilicata e dagli occhi cerulei le si assise dappresso. Parlavano della capitale, dov'ella era stata educata, delle conoscenze comuni ad entrambi, di un magnifico giardino, che da fanciulli avevano una volta visitato insieme.... Procurava di comporre al sorriso le labbra smarrite; discorreva di fiori, e cogli occhi dell'anima non vedeva che macchie di sangue. Le pareti della stanza erano adorne dei ritratti dei più famosi tra i generali dell'armata austriaca. La luce dei doppieri dava nei vetri e nelle cornici dorate dei quadri, e quel riverbero agli occhi ammalati di lei pareva lo splendore infausto degli incendi altre volte veduti e dappoi continuamente meditati; cominciò ad offuscarsele la vista. I lumi, la stanza, le persone che la circondavano, i quadri, tutto le si mesceva. Quelle immagini ch'ella vedeva come a traverso le fiamme, le si tramutavano dinanzi: assumevano le forme esecrabili di cadaveri scarnati, di serpenti, di luridi vampiri. I muri le si mostravano tutti insozzati di larghe strisce di sangue, il pavimento un bulicame di sangue; perfin la croce di brillanti che scintillava sul petto del suo giovane interlocutore le parve grondante di sangue. Chiuse gli occhi inorridita e lasciò sfuggire un gemito. Tutti s'accorsero che le veniva male, e la contessa s'affrettò a condurla sulla terrazza a respirar l'aria fresca della notte. Rimbombava il cannone di Palma e l'aria appariva ad intervalli accesa dalle bombe che da quattro lati lanciavansi contro la fortezza. I loro scoppi facevano tremare fin dalle fondamenta la casa, e talmente offesero i nervi di lei, che spaventati per la sua vita dovettero subito pensare a coricarla.

IV. I RIBELLI.

— Lela! su po', Lela, cammina! gran fatto che stasera tu non possa tenerci dietro.

— È colpa Tinetto, mamma, che va come una lumaca.

— Ho perduto uno zoccolo io,... piagnucolava zoppicando il piccino, e mi fa male al piede, e non ci posso ire io....

— Butta via anche l'altro, gli diceva la sorella, chè già gli è tutto sdrucito, e si va meglio scalzi. Ma il fanciullo piangeva, e udivasi sempre più distante lo scalpitare della madre e dell'altro bambino ch'ella si strascinava seco.