— Il progetto non può essere più bello, rispose il dottore; ma temo di non poterne approfittare, perchè ho molti ammalati; — e guardava Massimina e coll'occhio pareva che la scongiurasse a guardarsi da un simile strapazzo. La povera giovinetta aveva ben compreso che il salire quel monte e l'esporsi all'intemperie d'una cena all'aperto non era piacere per lei, e vi si era rifiutata; ma nella gentilezza della sua anima avrebbe voluto che ne godessero almeno gli altri, sua madre, il dottore, e che nell'andarsene non fossero amareggiati dall'idea ch'ella restava. Perciò mostravasi lieta, e coi più cortesi modi cercava di far sì che il progetto venisse consolidato e che tutti ne approfittassero. Intanto il sole si raccoglieva nel verde degli abeti che incoronano la cima del monte di Fiellis. Era un di quei solenni momenti della natura che si fanno sentire nell'anima. La luce infranta dal folto degli alberi si spandeva più dolce, e i pratelli e i boschi che vestono il dorso delle ridenti montagne dirimpetto a Fiellis, per la fusione delle tinte e per la quietezza del lume apparivano come più freschi. Al di là della via che va a Paluzza, il tratto di fertile campagna che lieve s'inchina da Piano ad Arta era ancora illuminato, e quelle fiorenti biade parevano un tappeto di soffice verzura su cui tranquillo si riposava lo sguardo. A sinistra sulla più elevata pendice l'antica cattedrale col suo coperto di piastre, colle invetriate rutilanti di luce, e coll'ardito campanile che si slancia al cielo come un sublime pensiero, Zuglio più basso tra le rovine, e lungi, dove finiva la vista, Terzo quasi avvolto nella nebbia; a destra Arta candida nel grembo di tre verdi montagne, e Piano ed altre villette sparse qua e là nei punti più fertili della vallata, componevano un quadro, che veduto in quell'ora era veramente magnifico. Aggiugni il torrente le cui acque fragorose spandevano freschezza ed armonia, aggiugni il delicato effluvio dei ciclami misto al profumo di mille piante resinose che ti veniva alle nari con quell'aria sì pura e sì viva, onde senza saperlo tutti sentivano l'influsso della bella natura che li circondava, e la contemplavano assorti in religioso silenzio. Venne a trarneli una carniela che fu udita intonare sulla cima del monte vicino. Non arrivavano a discernere le parole: lor giugneva soltanto la cadenza, e quelle voci giovanili e quelle note semplici e prolungate scendenti dall'alto, e all'aperto, erano una musica ch'entrava nel cuore. Da lì a poco scoprirono due donne che venivano giù per que' grebbani leste e quasi saltando; s'assisero e di nuovo cantavano. Questa volta udivasi chiaro
Olin gioldi l'alegrie
Come zovins che no sin;
Sunerà l'avemarie
Dopo muartis che sarin.
Sia che quel canto armonizzasse colla disposizione degli animi, e colla gentile malinconia dell'ora, tutti lo trovarono bello, e fuvvi chi osservò come la Carnia, produttrice di acutissimi ingegni, ricca di tradizioni popolari, di memorie nazionali, di ruderi consecrati dalla storia, paese così eminentemente poetico; con un dialetto armonioso, particolarmente in bocca alle sue donne, pure non aveva un poeta. Ella vantava in Francesco Janis un bravo giureconsulto, in Ermagora un riputato antiquario ed elegante latinista, nel conte Camucio vescovo d'Istria e poi patriarca d'Antiochia un illustre teologo, in Floriano Morocutti un insigne letterato e famoso diplomatico, in Dalla Stua un erudito, e non vi era chi con patria canzone avesse celebrato questa bella natura così ricca e così pomposa! Le due montanine erano intanto discese, e s'appressavano anch'esse alla fonte. Con quella ingenuità ch'è loro naturale vennero a ber l'acqua senza soggezione dei signori che ivi erano. Una di esse attinse una tazza e la presentò all'altra, che assaggiatala fece una smorfia e ratto la gettò via.
— Diacine! sclamò con quel suo accento provenzale, e questi signori la bevono?
— Non vi piace?
— Ma sa di ova fracide! e rideva, e maravigliava che si potesse venir sì da lontano per tracannare quella nequizia. E non sarebbe meglio una tazza di buon vino? diceva alla compagna, sbirciando cogli occhi furbetti alcuna di quelle signore, che alla cera sparuta e malaticcia pareva a lei facesse gran fallo a non ristorarsi piuttosto con un bicchierino di quelli che si bevono nei dì di sagra dall'oste di Paluzza.
— Non ne avevate mai più bevuta? chiese il dottore.