— Il fatto sta, ch'egli è un bel pezzo ch'io sono ad attignere e ancora non si vede anima viva.
— Non la battezzano, no, comare, state certa. I ribelli sono tutti dannati, e non è mica un'oca il nostro curato per impacciarsi con simile genía.
— Ecco mo che vengono! sclamava una giovinetta; e tutte a guardare a quella volta.
— Ah mio Dio, non c'è che la levatrice!...
— E la creatura?...
— Eh perdinci! Trattandosi di roba sua, il diavolo se l'avrà sul fatto inghiottita.
— Oppure, soggiugneva una vecchia, la madre che dev'essere una strega maledetta, poichè dicono che in quello stato ha potuto scappare di mezzo alle fiamme, l'avrà partorita con un piedino di porco, e si saranno accorti, ed ora non la si potrà battezzare.
— Vedete la Menica che parla colla levatrice!... Ella saprà com'è questa faccenda.... — E tutte lasciato l'attignere si fecero curiose intorno alla nuova venuta.
— Non ponno trovare in tutto il paese chi voglia tenerla al battesimo, disse quest'ultima, poichè si tratta di ribelli, capite!
A queste parole la fraile si alzò dal sedile, e fatto segno alla Menica d'accostarsele, — Buona donna, le disse, vi prego, avvisate subito il curato che sarò io la santola di quella povera creatura. — E s'avviò a casa; indi di lì a pochi minuti era in chiesa tra una folla di curiosi, e con devoto raccoglimento teneva al sacro fonte una fragile creaturina i cui pianti prolungati pareva che implorassero la compassione degli astanti. Finita la cerimonia, le campane sonarono a festa, e furono forse la sola voce di gioia che si congratulasse colla madre di quella nuova animetta ch'ella aveva messo nel numero dei viventi e che allora era entrata nella fede de' suoi padri. In quell'istesso giorno la fraile si fece accompagnare al fenile di Valentino e volle salutare la puerpera. Ma qual fu la sua sorpresa, quando nella meschina che giaceva su d'un po' di paglia in quel luogo esposto a tutte le intemperie, ravvisò la poveretta di N***, a cui pochi mesi prima il barone aveva così crudelmente negato l'elemosina! E anch'ella, la donna, parve l'avesse subito ravvisata, poichè si turbò tutta quanta, e divenuta di bragia, colle mani si nascondeva la faccia. La fraile le si appressò, le si assise d'accanto, e con voce affettuosa: — Noi ci siamo vedute ancora, le disse, e in cattivo momento...! Or via, facciamo la pace, poichè io voglio per quanto posso riparare l'offesa di quella brutta sera, e oggi che ci siamo fatte parenti, e che in qualche maniera sono anch'io la madre della vostra creaturina, voi non potete negare di strignermi la mano in segno di perdono e di amicizia! — Oliva gliela baciò, e rassicurata da quelle benevole espressioni, osò pregarla che procurasse di far sapere a suo marito lo stato miserabile in cui si trovava. Dopo l'incendio, egli s'era messo a giornata in una bottega da falegname. Un contadino dell'Illirico, che possedeva alcuni campi a Jalmicco, aveva più volte tentato di acquistare da lui il fondo della casuccia distrutta. Sperando sempre in qualche risorsa, essi non avevano voluto acconsentire; ma finalmente costretti dal bisogno s'erano rassegnati, e Oliva, lasciati i fanciulli a una sua sorella, s'era avviata per trattare coll'acquirente. Gli stenti, la fatica del camminare e l'afflizione le accelerarono il parto: sorpresa dal male, aveva dovuto pregar ricovero in quel fenile, ed ora si consolava nell'idea di poter ancora protrarre cotesta vendita dolorosa al cuore. La fraile le promise di mandar subito a vedere di suo marito, e chiamato messer Valentino, gli ordinò che provvedesse in suo nome tutto ciò ch'era necessario per la puerpera; poi la sera colla gastalda cercò di combinare il modo di alloggiarla. In pochi giorni una polita casetta lì nel villaggio fu allestita con tutto l'occorrente per lei e pei fanciulli, e quando venne il marito trovò preparata una botteguccia da falegname con gli utensili che gli facevano duopo, sicchè per vivere egli e la famigliuola bastava che avesse lavorato. Quei poveretti piangevano di consolazione e di gratitudine, e la fraile era divenuta l'amica dell'Oliva e la madre de' suoi figliuolini, ch'ella spesso visitava, e le cui innocenti carezze e l'affetto ingenuo le compensavano in gran parte le molte lagrime ch'ell'era destinata a versare. L'inverno era intanto venuto, e il barone con lettere e visite frequenti la sollecitava a tornarsene alla città; ma essa a forza di preghiere seppe persuaderlo a lasciarla ancora in quella solitudine per lei piena di attrattive ad onta di tutti i rigori della stagione. S'occupava continuamente di qualche benefico provvedimento pe' suoi amati poverelli; una quantità di fanciulletti venivano a trovarla, ed ella aveva per tutti qualche regaluccio e qualche affettuosa parola. Alle giovinette insegnava alcuni facili lavori muliebri. Per la gente di campagna l'inverno ha molte ore disoccupate, ed esse se ne valevano per imparare dalla buona fraile a ricamarsi il fazzoletto de' dì solenni, a cucir con garbo un grembialino, e talune anche a leggicchiare qualche libretto instruttivo ch'ella, a forza di pazientemente tradurre nella lingua nativa, aveva loro appreso a capire. Talvolta venivano a cantarle le villotte del paese, ed ella le ricambiava coll'insegnar loro qualche bella canzoncina italiana, o qualche divota preghiera. Passò così gradevolmente l'inverno, e parve che in grazia di quella vita semplice e di quelle dolci abitudini di campagna le si fosse a poco a poco rifiorita la salute, tanto la sua faccia era divenuta serena e tornato lo sguardo a rianimarsi d'una secreta speranza.