Crearsi coll'anima innamorata un sogno, e dopo averlo lungamente vagheggiato indarno, vederselo tutto ad un tratto realizzare, e giugnere il fatto laddove non ardivano neanche i più segreti desiderj del cuore, dovrebb'essere la suprema fra le gioie umane, e la Giannetta l'aveva conseguita. La fortuna s'era compiaciuta di regalarle il suo bel castello in aria: per una specie di miracolo, ella aveva non solo trovato, ma possedeva l'idolo della sua fantasia. Contuttociò la Giannetta non era felice.
Affascinata dalla bellezza del giovane, poi da' suoi modi attraenti, ella non aveva avuto tempo da riflettere al più essenziale, all'anima ed al cuore di lui, e gli si era donata prima di conoscerlo; o per meglio dire, sulla base di alcune esteriori qualità che l'avevano invaghita, ella aveva immaginato a suo modo un'anima ed un cuore che il tempo doveva ben altrimenti rivelarle. Ella si aveva lasciato entrar l'amore per gli occhi, e gli occhi l'avevano tradita. — Il brutto mestiere che Dino esercitava fin dall'infanzia, lo metteva troppo spesso al contatto di gente rotta ad ogni sorte di vizi, perchè egli avesse potuto conservare i semplici costumi dei campi tra cui era nato. La vita arrischiata e sempre in lotta ch'ei conduceva gli aveva insegnato assai giovane a disprezzare ogni legge, e la sua mente s'aveva formato a suo modo l'idea dei propri doveri e diritti. Circondarsi di menzogne e di frodi, disobbedire all'autorità e anche talvolta resisterle colle armi; far vita scioperata e girovaga, frequentare le città e immergersi nelle gozzoviglie di equivoche taverne, dove spesso divideva le sue gioie col libertino, col ladro, col micidiario, gli avevano da gran tempo avvelenata la coscienza.
Oh! se la semplice giovanetta, che nella sua serena solitudine lo sognava con tanto affetto, avesse potuto vederlo tra i bicchieri e gli amici e le profanazioni di quelle orgie abbiette dove così spesso ei protraeva le notti! Se avesse potuto udire un solo dei loro discorsi.... udire da quelle labbra così soavemente amorose, che cosa egli intendesse per amore!... La schifosa lumaca che talvolta si nasconde nel bocciuolo della rosa, il rettile che comparisce improvviso fra l'erba a contaminarla del suo alito pestilenziale, le avrebbero inspirato assai meno orrore. Erano anime degradate che nel calice della gioia oramai più non bevevano che la impura feccia. Come la farfalla che col lungo volare perde la dilicata peluria e la freschezza e i brillanti colori delle ali screziate, come la sensitiva che una mano indiscreta finisce coll'appassire e privarla del nerbo della vita, così a forza di sprecare l'amore, essi l'avevano per sempre perduto. Anime invalide a mai più sentire i divini entusiasmi del bello, a cui dinanzi la magnifica tela del creato passava scolorata e senza poesia. O che mai valevano le loro gioie sguaiate e il cinismo dei loro sorrisi in confronto di una lagrima di soave emozione! Ed era a una di queste anime inaridite ch'ella, l'inesperta, aveva profuso i ricchi tesori del suo cuore! Povera Giannetta quando s'accorse dell'inganno, quando ad uno ad uno dileguati tutti i suoi sogni, finalmente s'avvide che di quanto amava quaggiù sulla terra non altro l'era rimasto che la forma esteriore! Avesse almeno trovato un conforto nella famiglia ch'ella aveva adottato per sua!... Ma ella, altrimenti educata, altrimenti avvezza a guadagnarsi il suo pane, non trovava simpatia tra quella gente ardita, i cui costumi erano tanto disformi dai suoi.
Ridevano della sua timidezza, si burlavano della dignità dell'anima sua, e i suoi modi miti ed affettuosi le erano quasi una specie di colpa. Aggiugni che affatto inetta a' loro traffici, invece di giovarli spesso serviva d'imbarazzo. Da principio rifugiavasi nell'amicizia della Tonina. L'età quasi pari, l'esser ella la prima della famiglia che aveva conosciuto, e il suo fare, che in mezzo a molti difetti pure aveva del franco e del leale, le conciliavano confidenza. Poi la Tonina anch'ella le voleva bene, e nel suo modo s'ingegnava di proteggerla, e pareva quasi si avesse assunto di educarla ai pericoli e alle difficoltà di quella nuova vita. Ma anche questo conforto durò poco. In paese la Tonina era una ragazza discreditata. La vedevano troppo spesso alle sagre bazzicare con ogni sorta di gente. Non amava il lavoro; invece sempre fuori, e all'osteria entrava disinvolta, e le piaceva scialare vestiti più a modo cittadino che da campagna. Era stata in promissione prima ad un mugnaio, poi con altri, ed alla sua porta venivano a farle all'amore i meglio trincati giovinotti del paese, ed ella se ne teneva; ma oramai nessuno le si proferiva a marito. Cominciò ad accorgersi ch'ell'era lasciata in disparte, e vedeva intanto farsi spose le compagne più giovani. Offesa nel suo amor proprio si mise in malinconia, e un bel giorno alla Giannetta disse che andava a Trieste e che non sarebbe ritornata. — A Trieste, soggiunse ella, ho trovato un damo che vale per tutta cotesta genía che mangia il pan d'oro e poi marcia in zoccoli. Vo' far la mia fortuna. — Giannetta lo credette uno scherzo; ma purtroppo ella rimase a Trieste. Qualche tempo dappoi morì la vecchia Maddalena. Allora la povera creatura si trovò affatto sola in questo mondo. Nessuno divideva le sue lacrime, nessuno sapeva intendere il suo cuore. Avesse almeno potuto, come una volta, passare le ore nel verde dei campi, occupata nel lavoro della terra o nella custodia del bestiame, e abbandonarsi senza testimoni al suo dolore, e disfogare l'amarezza dell'anima tradita! Ma la catena ch'ella stessa s'aveva imposto la strascinava suo malgrado dietro quella gente, come fragile schifo attaccato alla nave da guerra, fra i pericoli e le tempeste di una vita ch'ella oramai abborriva. Questo stato di continua violenza agiva intanto anche sul suo fisico. Visibilmente dimagrita, ogni giorno si alzava più pallida e più stanca. I suoi grandi occhi neri, perduto il brio della giovinezza, guardavano sempre più mesti e malati: nessuna speranza, nessuna gioia li rianimava, ed e' si posavano lenti sugli oggetti, quasi non avessero avuto la forza di raccorne l'immagine. Nessuno ci badava, ed ella deperiva; deperiva come la pianticella che una mano incauta ha posto a morire trapiantandola in un terreno che non le si affà. Nella sua misera condizione unico sollievo le era il ripensare al passato. Quando la vita amareggiata da immenso dolore ha perduto tutte le sue attrattive, l'anima oppressa dall'ingrato presente si getta nei campi dell'immaginazione o si ripiega sopra sè stessa e rivive di memorie; ed ella del continuo richiamava i suoi giovani anni, la vita innocente, le gioie e l'affetto della casa paterna. Curva le spalle sotto il fardello che le veniva assegnato, confusa nella turba dei contrabbandieri, in quei tristi viaggi ch'ella cotanto abborriva, spesso col pensiero si segregava dalla loro compagnia, e taciturna e sorda a tutti i loro sarcasmi ritornava con accorato desiderio ai dì sereni della sua infanzia. Tra le continue visioni dell'ameno paese nativo, tra le carezze della sua povera madre, e le amate persone con cui allora divideva la vita, e i giuochi puerili e le consuetudini e gli affetti di quegli anni beati, come una specie di eterno ritornello le si mesceva una immagine ch'ella aveva per gran tempo dimenticata, e che allora, suo malgrado, si sentiva risorgere dal profondo del cuore e a guisa di rimorso la riempiva di pianto. Vedeva la faccia affettuosa di Meni e la malinconia ed il tacito rimprovero di que' suoi lunghi sguardi appassionati con cui l'aveva lasciata nell'ultima sera; ed ella che allora non aveva saputo intenderlo, adesso lo rammemorava con un desiderio sempre crescente. Oh! se avesse potuto rivederlo e posare la sua povera fronte afflitta su quel cuore che per tanto tempo l'aveva amata colla tenerezza di un fratello, e narrargli i suoi falli e le tante lacrime che l'abbeveravano; se avesse potuto parlare con lui della sua povera madre perduta, e piangerla e pregar per essa fra le sue braccia!... Come al solito, erano questi i pensieri ch'ella ravvolgeva nella mente, quando lasciata la barca e salita la faticosa erta di Conti avviavasi colle compagne tra gli sterpi e le cretaglie dei reconditi sentieri del Carso. Al declinare del giorno riuscivano sulla strada postale presso al villaggio di Dobardò, ove lasciarono il loro fardello tra le viti e il muricciuolo di scheggie d'un di quei campucci che il povero slavo con infinita pazienza s'ingegna di creare sul dorso della brulla montagna, ed entrarono a refocillarsi nell'osteria. La Giannetta stanca del viaggio si gettò sulla panca in un angolo della stanza, e posata la faccia ardente di contro al fresco della parete s'aveva lasciato cadere sugli omeri il fazzoletto: apparivano le trecce molli di sudore, ed ella cogli occhi semichiusi pareva che dormisse. Le altre s'erano fatte portar da bere, e intanto che l'oste ammanniva la frittata, esilarate dallo spirito gentile di quell'asciutto e purissimo cividino, ricominciavano i loro cicalecci. — Ehi signor Michele, l'è un deserto quest'oggi la vostra osteria.... — Signor Michele, non ci darete che frittata? Al meno tagliate per entro un po' di salsiccia. — Piglia la scodella, Mora, e fà di diguazzare, ch'e' non ci regalasse qualche uovo boglio.
— E dove diamine si sono ficcati quest'oggi i vostri avventori? — I miei avventori, rispondeva con tutta pace l'oste, sono avvezzi a capitare più tardi, e poi non è mica giorno di sagra quest'oggi! — Domenica neh, avete avuto la sagra? — Domenica; e ballavasi su due tavolati. C'era della signoria; c'era mezzo il territorio e una quantità di Triestini....
— Che fortuna per le vostre tamblade! Non vi sarete già lasciato trovare sì alla sprovvista e avrete loro ammannito qualche cosa di meglio che un po' di frittata in zoccoli. — Ma!... siamo in montagna. — C'è un pentolino di brodo, volete farne una zuppa per la malata? — Ve' anche costui che s'ingegna di far l'occhiolino pietoso alla nostra madonna addolorata! Bravo signor Michele! E tu Giannetta, coraggio, che colle tue smorfie hai trovato chi vuol farti la pappa. — Vi ringrazio, diss'ella, ma non prendo niente. — Ben pensato davvero! Così per soprassello, oltre a' tuoi fardelli, avremo il gusto di strascinare a casa anche te.... — Una carretta intanto entrava nel cortile. — Se non isbaglio abbiamo compagnia, disse la vecchia Caterina che guardava dalla finestra. A quell'annunzio lasciarono in pace la poveretta e tirate dalla curiosità si misero ad osservare i nuovi venuti. Era una specie di sdrucito carro a banchi tutto coperto dalla polvere, con un cavallaccio maghero e trafelato, e ne smontavano cinque o sei giovinotti, che dal vestito e dagli arnesi mostravano di essere operai che andassero a Trieste. Un d'essi d'aspetto severo e piuttosto melanconico, quando fu nella stanza si mise a fisare la Giannetta. Visibilmente commosso si calcò in fronte il cappello, e pallido come un cadavere uscì di nuovo all'aperto. Ella sulle prime non lo conobbe. La barba lasciata crescere, il vestito che indossava e due anni di lontananza e di patimenti ne avevano di troppo mutata la fisonomia; ma a quello sguardo, a quell'atto si risovvenne, e lasciate le compagne corse subito sulle sue tracce. Sedeva sotto una pergola colle braccia conserte al petto, come se avesse voluto comprimere il cuore, e parve non s'accorgesse di lei. — Meni! diss'ella, Meni tanto desiderato!... Se sapeste come ringrazio il Signore di pur vedervi una volta! — Egli non rispose, ma immoto come una pietra continuava a guardare il non lontano laghetto che tra le gole della montagna rifletteva la porpora degli ultimi raggi.
— Due anni, Meni, da che voi siete partito! Quante lacrime versate in questi due anni! Io, disgraziata, non ho saputo intendere il vostro affetto; invece vi ho preferito un uomo.... che non mi ama.... Oh perdonatemi! Voi siete buono, Meni. Mi ricordo sempre di una volta ch'eravamo seduti come adesso sotto una vite in faccia al sole che tramontava; e una formica correva sul vostro vestito e voi non voleste ch'io la scacciassi; ma la lasciaste progredire finchè si arrampicò sopra una foglia.... Non vogliate scacciare adesso la povera Giannetta che inginocchiata a' vostri piedi si rifugia al vostro cuore e vi scongiura a tornarle a voler bene come quando eravamo sempre insieme e la nostra mamma con noi!... Ora ella è in paradiso.... e io son sola a questo mondo, e grandemente infelice.... Oh guardate come mi sono consumata! — Il giovane a queste parole si nascose la faccia colle mani, poi dopo un momento di pausa la sollevò bagnata di pianto e colla voce ancora commossa così dolcemente rispose: — Sono andato via, perchè tu potessi abbandonarti al tuo amore senza rimorso. Una preghiera feci allora, e poi replicai incessantemente che Dio ti désse tutto quel bene che a me veniva negato! Non fui esaudito.... In quei brutti paesi là io pativa troppo. Seppi di una strada ferrata che si costruisce in Italia, e pensai d'imbarcarmi a Trieste per andar a lavorare dove almeno si parla la mia lingua. Nel passare così vicino ai luoghi dove son nato, sentivo un desiderio infinito di rivederli e di riabbracciare la buona vecchia che avrebbe voluto farmi felice. Or ella non è più.... ed io non ho più nessuno che mi ami! A finir di riempiere la misura del mio dolore doveva venire la certezza che tutti i miei sacrifizi sono stati inutili. Noi ci siamo traditi, Giannetta!... e a noi non resta che una sola speranza, quella di rivederci in un'altra vita. Dì a' miei compagni che mi sono incamminato e che mi troveranno per via. — E si divisero e in quella notte viaggiarono entrambi, ella per Gorizia a casa, egli per Trieste al mare; e le loro anime desolate si univano in un solo intenso desiderio, quello di dormire presto nella terra del cimitero.
V. L'ULTIMO VIAGGIO.
Nella camera mortuaria dell'ospitale civile di Trieste, sulla panca parata dal funebre lenzuolo, le mani istecchite incrociate sul petto, con una candela accesa a' piedi, vestito del camiciotto di carità, giaceva un cadavere. Se la nera lavagna appesa al muro sovra il suo capo non l'avesse detto, sarebbe stato difficile riconoscere in que' diformati avanzi la vispa giovinetta che noi abbiamo veduto tante volte sulla via di Udine vicino a Butrio, o nelle sagre dei nostri villaggi prima alla danza, mentre i biondi capelli le scappavano in riccioli lungo le guance rosate e sul collo gentile. Quei capelli adesso irti e bagnati ancora dal sudore della morte avevano perduto la lucentezza e si diffondevano sinistramente a contornare una faccia contraffatta, lineamenti diventati orribili. A ventisei anni ell'aveva consumato la vita, lungi dal paese nativo, senza una lagrima di compianto, senza la stretta di mano di nessuno de' suoi cari! Sul letto dello spedale, abbandonata da tutti, in quelle lunghe ore crudeli di rimorso e d'impotente desiderio a ricominciare la già sprecata giovinezza, oh quante volte ella sarà tornata col pensiero alla casa paterna, agli anni innocenti della sua infanzia, alla povera chiesetta del disprezzato villaggio! Fin da quando la sua malattia aveva cominciato a seriamente aggravarsi, ella aveva trovato modo, col mezzo d'una donna che usciva dallo stabilimento, di far sapere alla Giannetta del miserabile suo stato, e per segnale e preghiera chè venisse, le aveva mandato la crocetta d'oro che soleva portare al collo prima della sua partenza.
La Giannetta era venuta, ma pur troppo tardi. Subito che fu a Trieste, ella lasciò a' loro traffici il marito e gli altri contrabbandieri, e corse difilata all'ospizio. Dinanzi a quel vasto caseggiato di architettura senza fisonomia, ma pur moderna e signorile, rimase un istante in forse, parendole impossibile che sotto l'apparenza di tanta agiatezza dovesse nascondersi la miseria di cui ella andava in traccia.