Tra i molti che frequentavano la famiglia Marini c'era un giovane avvocato, una delle più antiche e nello stesso tempo delle più recenti conoscenze della contessa Giulia. A spiegare un tal paradosso basterà narrare come fu stretta cotesta relazione. Ell'era ancora nella casa paterna, quando il suo maestro di disegno, venuto a darle la solita lezione, posò un giorno sul tavolo alcuni acquerelli che portava a casa per ritoccarli e dar loro l'ultima mano. La giovanetta si mise a curiosamente scartabellarli, e gettò gli occhi sur un gruppo di gelsomini dipinti su carta a fondo rosato. Erano tre fiori nati contemporaneamente dello stesso occhio, ma l'uno non alzava più che il calice deserto dalla corolla che, capovolta, era caduta a' piedi del ramo, e i due superstiti collo stelo inchinato e le dilicate foglie quasi conserte in un candido amplesso pareano guardare e piangere insieme quel loro perduto fratello. Ella stette un pezzo assorta a contemplarli. Aveva di fresco perduta una sorellina. Ciò le rendeva immagine del suo dolore; e, quando alzò la bionda testa per chiedere al maestro di chi fossero, una lagrima le cadde dall'occhio. Il maestro le narrò sorridendo ch'eran fattura d'uno studente di legge, il quale, avendo fatta da poco una grossa eredità da una zia che appena conosceva, s'era messo nei mesi di vacanza a studiare il disegno e si piaceva ad attribuire così passioni ed affetti ai fiori; le descrisse una farragine di altri disegnetti dove questo bizzarro giovinotto aveva dipinto or una rosa che si drizza inorgoglita a ricevere il primo raggio del sole, or un'altra che languida piange l'appressarsi dell'inverno le cui brine le han già incurvato lo stelo ed accartocciata la verdura, or due dalie brillanti che si stringono in un bacio confondendo insieme con bell'effetto i petali diversamente colorati. La fanciulla ottenne di trattener qualche giorno l'acquerello, ne trasse una copia in ricamo di cui adornò i cartoncini d'un suo grazioso taccuino, e così lavorando s'inchiodò nella mente il nome del pittore. Le sarebbe stato caro il conoscerlo di persona, ma, pochi giorni dopo, seppe ch'egli era partito per gli esami di laurea e che a un bel pezzo non sarebbe ritornato in paese, perchè si proponeva di cominciar a godere la sua inopinata fortuna con un lungo viaggio. Onde si contentò d'immaginarlo, e per lungo tempo la vaga forma, ch'ella gli prestava in pensiero, venne a ricreare le sue ore di solitudine, finchè, a poco a poco illanguidita, si confuse cogli altri fantastici sogni di quella poetica età.
Ell'era già sposa e madre, quando, parecchi anni dappoi, lo vide per la prima volta ad una soirée. Certo che se non avesse sentito proferirne il nome, il ritratto della sua fantasia non sarebbe stato sufficiente a farle ravvisare in lui il pittore dei gelsomini. Ella ne aveva forse indovinato la facile disinvoltura, i modi peregrini e leggiadri, ma la sua immagine era troppo indeterminata ed aerea per avvicinarsi ad alcun che di reale. Ciò che s'accorse di non avere sbagliato si fu il senso di dolce commozione che provò in sua presenza, particolarmente quando s'avvide che gli occhi del giovane spesso ritornavano su lei, e parevano averla distinta fra tutte le belle che adornavano la sala. Quando in quella stessa sera ei venne a sederle vicino e si parlarono, ella sentì suo malgrado corrersi al viso una leggera fiammolina, che le fece temere d'aver arrossito; e rispondeva impacciata e confusa alle consuete frasi di complimento, con cui in società si comincia la relazione di una nuova persona. Parlarono d'una prossima festa da ballo a cui erano entrambi invitati, della stagione stravagante che correva, dei diversi paesi ch'egli aveva visitato ne' suoi viaggi; e per quanto procurasse di tener ferma l'attenzione ai discorsi del suo interlocutore, ella invece pensava: È molto tempo ch'io m'immagino i lineamenti del suo volto, il tono della sua voce, i suoi modi, la sua persona.... Ecco, finalmente ei mi sta dinanzi. Precisamente non è questo il ritratto della mia mente. Io non aveva indovinato nè questi capelli così neri, nè questa faccia così pallida ed estenuata. La fiamma che arde in que' suoi lenti e malinconici sguardi è assai più dolce.... più affettuosa.... La sua voce ha un non so che di così buono, di così caro.... io non ne avevo sbagliato il colore, ma l'idea del suo molto sapere e dell'esperienza ch'egli deve avere acquistata ne' suoi viaggi mi facevano supporre un tono più severo e temprato a modo di chi insegna, non di chi pieghevole par che chieda un consiglio all'amicizia.... — Ed era tanto distratta, che dopo si rimproverava d'aver mostrato poco spirito e temeva d'avergli lasciato un'assai cattiva impressione di sè. Sperò peraltro d'essersi ingannata, quando, di lì a pochi giorni, ei venne a farle visita in compagnia di suo marito di cui s'era fatto in breve l'amico. Il conte Rodolfo, immerso com'era ne' suoi progetti di migliorare l'asse paterno e di mettere a frutto la ricca dote ottenuta, onde un giorno avesse ad accrescere il patrimonio della sua casa, accolse con piacere la relazione del giovane avvocato dai cui lumi traeva insegnamenti e larga materia di discorso. Più tardi, quando le visite di lui presso la contessa s'erano fatte assidue, ei le guardava di buon occhio, perchè lo sollevavano dall'obbligo di distrarla e gli lasciavano maggior tempo d'attendere a' suoi affari e di far più spesse gite in campagna o fuori di paese. Positivo per carattere e filosofo alla sua maniera, la sua giovanezza era scorsa abbastanza tranquilla, perch'ei credesse alla realtà di quelle passioni, che generatesi nel cuore dell'uomo a guisa di verme nel tronco di un albero possono tutta consumarne la vita. Le teneva per sogni da poeti, per esagerazioni di anime inferme, o tutt'al più per capricci di un momento dai quali si può a nostra voglia guarire. Il suo matrimonio era stato un affare di calcolo, dove il cuore certamente aveva avuto assai poca parte. Contento di sua moglie per gratitudine e per vanagloria, ne' suoi giorni di meditazione ell'era la nobile radice da cui doveva rigermogliare più splendido e più rigoglioso il suo albero gentilizio; e ne' suoi giorni di poesia l'odalisca graziosa destinata a rinfrescargli e ad abbellirgli la vita. Del resto ei s'inquietava sì poco del cuore di lei, che non si era nemmanco mai curato di sapere se per caso battesse. Egli l'aveva veduta fin dai primi momenti della loro unione brillare nel mondo attorniata da tutti i giovani galanti del paese. Era avvezzo al suono delle lodi che le venivano tributate, e le riguardava come un gergo convenzionale, di cui la società circonda sempre una bella donna, e, ben lungi dall'adombrarsene, queste lodi e questa galanteria le accrescevano pregio, e ne invaniva come il possessore di un bel quadro che gode dell'entusiasmo che suscita il suo capo d'opera. Questa turba di giovanotti che la vagheggiavano erano farfalle che facevano omaggio al suo bel fiore e che una lunga esperienza gli aveva dimostrato innocenti, nè punto curava ch'ora n'avesse una di più, tanto più che, continuando il paragone, il giovine avvocato con quella sua cera macilente ed estenuata mal poteva passare per pericoloso.
D'altra parte la contessa Giulia pareva porre tutto l'impegno d'una donna nello strignere sempre più i nodi di questa nuova relazione. Oltre la simpatia ci andava anche del suo amor proprio. Nelle visite che faceva alle amiche, nei convegni della sera, dappertutto e da tutti sentiva lodare lo spirito, la disinvoltura, i bei modi del giovane, e la sua vanità era dolcemente lusingata dalla preferenza ch'ei le mostrava. Gradito nelle prime famiglie del paese, ricercato nelle compagnie, additato quasi a modello per il suo buon gusto e per la sua eleganza, la donna, a cui egli rendeva il primo omaggio, doveva tenersene, tanto più che avendo molto viaggiato e vissuto per alcun tempo nelle più rinomate capitali, tra' suoi compatriotti il suo voto era oramai diventato inappellabile. Se ella compariva sempre agli occhi del pubblico fra le signore che meglio sapevano vestirsi ed ornarsi, in quel carnovale la sua toelette parve un tipo di leggiadria, che le altre, sperando indarno di soverchiare, si davano almeno il vanto di imitare. Non vi fu festa a cui non intervenisse, e ai balli pareva instancabile, come inesauribile la sua fantasia nell'inventar sempre nuova e più graziosa foggia di adornamenti. Allegra e spiritosa, come chi sente in cuore la vittoria, ella fu così in quell'inverno l'anima di tutti i divertimenti. Il suo piede volava alle danze, il suo cocchio per le vie. Se ai pubblici passeggi incontravi un drappello di leggiadre donne e di giovinotti a cavallo, nell'amazzone gentile che prima lanciavasi al galoppo abbandonando al vento i lembi dell'ampio vestito e le chiome e i veli del bizzarro cappellino di felpa, ravvisavi la contessa Giulia. In quella giovane personcina così delicata e gracile era entrato un bisogno di moto, una sete di vita; pareva ritornata agli anni spensierati della fanciullezza, quando il nostro corpo gettato nello spazio a forza di attività tende a crescere e a svilupparsi. Il suo cuore desto da un lungo letargo, o per dir meglio lanciato in una nuova esistenza, batteva rapido e allegro, le sue ore si succedevano sempre piene e felici, ed ella passava d'una in altra emozione con tanta velocità che non le restava tempo a riflettere. Trascorse così l'inverno e parte della primavera; e, prima che s'accorgesse, si trovò all'epoca in cui ogni anno soleva recarsi in campagna per attendere dall'aria balsamica ed aperta dei campi un refrigerio alla propria salute e a quella dei figli. Partì come di consueto; ma, invece di godere dell'aspetto della terra ringiovanita, che di qua e di là del cocchio fuggente le si apriva come in tanti ventagli di lieta verdura, ella si sentiva chiuso il cuore, e, a misura che si allontanava dalla città, le parole e lo spirito le mancavano. Non avvertì la fresca brezza della collina che le scherzava dolcemente tra i capegli e lungo le gote, non curò i profumi delle violette primaticce e del bianco spino, che ogni qual tratto le venivano alle nari; passò il torrente senza guardare nè alle sue rive rinverdite, nè ai salici che colle loro chiome rinnovellate baciavano l'onda; giunse a San Leonardo, e quell'allegro casinetto di campagna circondato di fiori le parve deserto, e a tal segno deserto, che suo primo desiderio fu di coricarsi a dormire, come se si sentisse ammalata. Non sapeva rendersi ragione di questo vuoto, di questa tristezza sempre crescente che suo malgrado l'opprimeva; ma chi l'avesse per qualche giorno indagata si sarebbe facilmente accorto ch'ell'era divenuta pensierosa, che i suoi occhi e la sua fisonomia non si rianimavano che al proferire di un nome, e che questo nome suonava in quasi tutti i suoi discorsi; anzi pareva che non prendesse parte alla conversazione che per il piacere d'introdurvelo. Ella, un tempo così vaga della lieta compagnia e delle partite di piacere, preferiva ora la solitudine, e spesso la sera stava ore ed ore seduta su d'una pietra in fondo al giardino cogli occhi fitti nell'ampio stellato. Talvolta faceva di lunghe passeggiate per luoghi non frequentati e spesso in riva al torrente. Una mattina uscì di casa con questa intenzione. Il cielo era annuvolato e pareva prometter vicina una di quelle piogge benefiche della primavera, che già da parecchi giorni i contadini sospiravano. L'aria crassa e pesante le aveva inumiditi i capegli di maniera che le ciocche inanellate che le adornavano le gote s'erano fatte lunghe e le scendevano in disordine sulle spalle e sul petto; spesso le rondini le passavano dinanzi tanto basse che parevano coll'ali rader la terra. Giù sul torrente una quantità di uccelli acquatici volavano a fior d'acqua a caccia d'insetti e di pesciolini; la pioggia era imminente, ed ella non se ne accorse, se non quando alcune rare e grosse gocce le caddero sulla testa e sulle spalle, e cominciavano a far pallottole nella polvere della via. Non era più in tempo di ritornare addietro, allargò il parasole e corse a salvamento sotto i folti rami di un tiglio che proteggeva un tabernacolino campestre ivi eretto forse da qualche viaggiatore scampato dalla furia del torrente. Non s'era appena seduta sulla pietra che serviva d'inginocchiatoio, che le gocce fatte più spesse e più rapide sollevarono una specie di dolce mormorio che s'andava sempre più dilatando e crescendo. Pareva che ogni foglia movesse una lingua, ogni radice aprisse la bocca a ringraziare il Creatore dell'umore benefico che mandava a rinfrescarle. Ell'era assorta in quella fragorosa armonia e guardava ai fiori che col loro capo tremolante parevano accogliere consolati le stille che ne facevano più vivace il colore, mentre esalavano più soave il profumo misto a quello della terra bagnata. In quell'ora di solitudine pensò un poco a sè stessa, e, richiamando il passato, le parve d'accorgersi che un qualche grande cambiamento stava per succedere nella sua anima. Cercò di rendersi ragione della malinconia che l'opprimeva, esaminò il suo cuore: non osava confessarlo a sè stessa; ma c'era una persona che da qualche tempo lo faceva suo malgrado palpitare. Le sue gioie, i suoi dolori, i suoi pensieri oramai s'aggiravano intorno ad un solo oggetto. Non era di suo marito, non de' suoi figli, ch'ella più s'occupava: un altro era venuto a cacciarsi tra essi; anzi davanti ad essi, e la memoria di lui assorbiva tutta la sua vita. Trovò che amava la solitudine perchè in essa il pensiero le rifaceva i momenti che aveva passati in sua compagnia, ch'ell'era continuamente occupata a rimeditare tutte le parole ch'egli le aveva dette e a dar loro qualche senso forse più arcano di quel che valevano; perfino ne' suoi sogni era sempre la stessa immagine che le compariva dinanzi. Le parve d'essere sull'orlo d'un precipizio, e tremò di non aver forza bastante a cansarlo. Allora sentì rimorso di contraccambiare così alle affettuose premure di che la circondava lo sposo, e le parve che sarebbe stato dovere l'aprirgli candidamente il proprio cuore e confessarsi a lui. Ma s'ei l'avesse derisa? Se avesse trattato di fanciullaggini questi suoi scrupoli? Già aveva provato, che certi discorsi ei non li comprendeva, o gli parevano inezie, ed ella arrossiva innanzi tratto d'una confessione la cui delicatezza ei non avrebbe certo saputo apprezzare. Oh se almeno le fosse stato concesso confidarsi ad un'amica! Versare questi suoi pensieri in un'altr'anima capace di compatirla e di aiutarla a salvarsi! Se avesse avuto almeno una madre fra le cui braccia gettarsi a piangere ed a chieder consiglio! Ma la sua da molti anni dormiva nel sepolcro; e nella società frivola e in maschera, dalla quale era stata sempre attorniata, ella non aveva ancora saputo incontrare un cuore. Intanto pioveva a dirotta. I rami che la proteggevano, carichi d'acqua, cominciavano a lasciarla sgocciolare. Dovette montar sulla pietra e tenersi ritta sotto la scarsa tettoia che copriva l'immagine, e nondimeno l'acqua che precipitava dalla gronda e a' suoi piedi s'alzava in sonagli, le inzaccherava i lembi del vestito. Era in tale attitudine quando dall'altra parte del torrente le parve di vedere attraverso il nembo staccarsi la barca per tragittare una carrozza. Si ricordò che suo marito doveva in quel giorno venire in campagna, e pensò fosse lui. Solo le parve un gran miracolo ch'egli, che non soleva mai intraprender nulla senza prima molto riflettere, si fosse in quella mattina posto in viaggio ad onta del cielo turbato. — Ch'ei si sia messo così a risico di bagnarsi, diceva intra sè, per sola premura di venirmi a trovare? È impossibile. Ci sarà forse sotto qualche altro più forte motivo; — e colla mano facendosi visiera allo sguardo, lo aguzzava alla barca procurando di discernere il colore dei cavalli e dell'equipaggio che stava sul ponte. Più s'avvicinava e più capiva d'essersi ingannata. Giunta finalmente vide i barcaiuoli gittar i tavolini sulla ghiaia, sbarcar i cavalli e la carrozza, e con sua grande sorpresa nel giovinotto che la seguiva, quantunque mezzo coperto dall'ombrella, ravvisò l'avvocato. Un tremito l'assalse le ginocchia, impallidiva, arrossiva, non voleva credere ai propri occhi. Lo vide montar in carrozza, e dovette assicurarsi che non aveva sbagliato. Il giovane stava per passar oltre, quando, gettato a caso lo sguardo a quella volta, la riconobbe. Fece fermare, e in due salti corse a lei.
— Voi qui, madama? — le diss'egli maravigliato.
— Questa mattina sono uscita a passeggiare e, senza che me ne accorgessi, la pioggia mi ci ha cólta....
— In verità, interruppe il giovane, ch'io ringrazio quest'accidente che mi offre l'opportunità di ricondurvi a casa. Ma come mai così sola...?
I loro occhi s'incontrarono e si dissero la gioia reciproca che provavano nel rivedersi. Ella si appoggiò al suo braccio. Il giovane per ripararla teneva l'ombrello in modo di bagnarsi tutta l'altra spalla. Se ne accorse la contessa e gli si fece più dappresso. Intirizzita dal lungo star lì in quell'aria umida e fredda tremava, le sue mani erano ghiacciate. Ei sentì quel tremito, la fissava pauroso che si trovasse male, e non ponevano mente nè l'uno nè l'altra al fango e all'acqua che correva per la via. Si assisero nella carrozza. Il disordine de' suoi capegli bagnati, la confusione di quell'incontro spargevano sul suo volto dilicato una non so quale timida grazia che ne accresceva la bellezza. Tacevano entrambi, e solo tardi ei le presentò un biglietto del marito. Il conte Rodolfo, chiamato da una lite, invece di venire in campagna aveva dovuto partire per Venezia ed aveva affidato all'amico l'incarico di farne partecipe la moglie. Incarico ch'egli accettò di buon grado, mentre, dovendo andare a Gorizia, passava di necessità a poca distanza del villaggio ch'ella abitava. Per solito la contessa Giulia soffriva mal volentieri la lontananza del marito. La circondava di tante attenzioni, preveniva tutti i suoi desiderj, sapeva così bene disporre ogni cosa che la vita senza di lui le riusciva più disagiata. Ma questa volta, quand'ebbe letta la lettera, il primo moto del suo cuore fu, suo malgrado, di gioia. È ben vero che si pentì subito, e, chinata la testa, propose seco stessa di frenare ad ogni costo i battiti delle arterie commosse, di farsi di ghiaccio, di trapassare impassibile sull'orlo del pericolo ch'ella non aveva cercato. Era ancora in questi pensieri quando le parve di sentirsi leggermente accarezzare i capegli. Si fece di porpora e non ardì alzare la fronte per paura di trovarsi troppo dappresso alla faccia del giovane, ma andava ruminando qualche parola innocente con cui rompere quel silenzio. Anch'egli cercava d'appiccare discorso. Erano impacciati, confusi ambidue; finalmente si misero in dialogo, ma nè l'uno nè l'altro badava alle frasi indifferenti che andavano dicendo; le loro anime si parlavano invece un altro linguaggio assai più eloquente e che non aveva d'uopo del suono della voce. Furono in un momento alla villetta. La pioggia continuava, e trovarono i servi ch'erano stati in traccia di lei per portarle l'ombrello, ma non avevano saputo indovinare per dove si fosse avviata. La compagnia della governante e dei fanciulli servì a rimettere nel suo stato naturale la contessa che non permise al suo ospite di continuare il viaggio con quel mal tempo. Durante il pranzo ella fu abbastanza disinvolta, poi si occuparono di disegni, di poesia, fecero insieme della musica e terminarono così deliziosamente la giornata. Via per la notte il cielo rasserenò. Le bizzarre creste dei monti, che a guisa d'anfiteatro chiudono quasi da tre lati la fertile vallata del Friuli, presso all'alba spiccavano nette ed azzurre dall'arancio dell'orizzonte; comparve il sole, e il verde della campagna rinfrescato dalla pioggia mostravasi più gaio e riempiva de' suoi mille profumi l'atmosfera fatta limpida e dolcemente commossa dalla brezza mattutina.
La contessa contro il suo solito s'era alzata per tempo ed aspettava il suo ospite a far colazione in un elegante stanzino, le cui finestre adorne di ricchi cortinaggi cilestri davano su d'un giardinetto. In una caraffa d'acqua alcune rose di maggio circondate da violette, da gelsomini e da fiori di reseda imbalsamavano l'ambiente. Ella aveva fatto chiamare la governante perchè le conducesse la figliuoletta, e intanto stava guardando dalla finestra il bel tempo ritornato e i fiori che colle loro vaghe testoline gocciolanti di rugiada parevano goderne e sorridere incontro al sole e consolarsi di quell'aere così puro: ad ogni tratto le passava dinanzi qualche uccelletto rapido come freccia, e udiva non lungi pispillare dal nido i piccini a cui egli aveva portato l'esca; o il lieto cinguettio delle passere che volavano sul tetto, e poscia aggruppate piombavano tra il verde degli alberi. Ma l'allegria diffusa per tutto il creato non penetrava sino al suo cuore. Era pensierosa, e forse a quell'aere purissimo, a quella tepente e lieta giornata di primavera avrebbe preferito la pioggia del dì precedente. Dietro a lei, ritto in piedi, cogli occhi fitti nella stessa prospettiva, un altro partecipava agli stessi sentimenti. Era il giovane dottore che con quel bel tempo vedevasi tolto ogni pretesto di più oltre indugiar la partenza. Pensava a una parola di congedo; e quand'ella si volse e si lessero negli occhi il dispiacere scambievole che provavano e si trovò nelle mani quella di lei, che aveva baciato per darle addio, venne ad entrambi l'idea di fare insieme codesta gita. In un attimo le due carrozze furono attaccate, e la contessa salì in quella del suo ospite, mentre nell'altra la seguiva la governante coi fanciulli. Durante il viaggio, l'ameno paese che percorrevano, l'aspetto delle ridenti colline, della fertile pianura, delle violette qua e là sparse tra il verde dei campi e lungo le rive dell'Isonzo aprirono loro il cuore ad un colloquio confidenziale, nel quale si rivelavano con gioia i propri pensieri e gran parte della vita trascorsa. Giunsero alla città quasi senza avvedersene; e, dopo il pranzo ei le propose di visitare insieme il sepolcro dell'ultimo dei Borboni di Francia. Salirono la collina tenendosi a braccetto, ed ogni tratto si fermavano ad ammirare il sottoposto paese. Il cielo era tornato ad annuvolarsi, e la nebbia leggera che a guisa di fantastico velo ora avviluppava la città, ora attraversando il fiume saliva come globi di fumo su pel verde delle circostanti montagne, accresceva la vaghezza di quelle magiche vedute. Trovarono la chiesa aperta e solitaria, lessero la pomposa epigrafe posta sul modesto sepolcro dell'esule. Quando uscivano piovigginava, e ripararono un momento sotto le frondi di una magnifica acacia ad ombrella. Alcune note che venivano dall'organo fermarono la loro attenzione. In chiesa non era anima viva; solo la contessa aveva notato sull'organo dietro i leggii del parapetto una ruvida cocolla che faceva cornice a una faccia pallida, i cui occhi malinconici, ma scintillanti e pieni di espressione, percorrevano un libro di musica. Doveva essere uno dei frati abitanti quel romitorio, forse l'organista. Era un'armonia placida e mesta, di cui non sapevano ravvisare l'autore. Alcune note somigliavano di Meyerbeer, ma poi si fondevano in un'aria di maestosa semplicità a cui seguivano delle libere fantasie che non si ricordavano d'aver mai più udite e che probabilmente venivano improvvisate al momento. Muti e commossi ascoltavano quel suono che ogni tanto s'interrompeva per lasciar morire nell'aria alcune vibrazioni meste come un gemito, poi ricominciava e si faceva sempre più affettuoso e più soave. Pareva l'effusione di un'anima divisa dal mondo e forse infelice, che rammemorava nella solitudine i suoi giorni d'amore. Egli non s'immaginava che altri l'ascoltasse: avvolto nel mistero, lanciato chi sa da quali sventure in seno alla vita austera del cenobio, e bisognoso come tutte le anime appassionate di espandersi, quasichè avesse goduto con un amico un'ora d'intima confidenza, apriva i più riposti secreti del suo cuore coll'unico mezzo che forse gli era concesso. Così, senza saperlo, serviva d'interprete ai due che l'udivano. Per essi quella mano ignota disuggellava una pagina recondita dei loro cuori, che non avevano per anco letta. Quando discesero dalla collina e si rimisero in carrozza per ritornare a casa, le loro anime s'erano talmente intese, che, cessata ogni titubanza, si lasciavano andare a una dolce famigliarità, come se da lungo tempo avessero vissuto, pensato e sentito allo stesso modo. Parevano due sorelle, a cui l'origine comune e una lunga consuetudine di affetto fa riguardare cogli stessi occhi ogni bene e ogni male della vita. Mai più s'erano trovati tanto all'unisono. I cavalli correvano e le nubi in senso inverso l'una a cavalcioni dell'altra, quasi un esercito in fuga, si ritiravano verso i monti della Carintia, lasciando serenato il cielo dalla parte di mezzogiorno. Un leggero venticello gettava a ogni tanto nella faccia del giovane il velo che svolazzava sul cappello della contessa. Colla persona abbandonata al moto del legno essi contemplavano ora il sole che fra una comitiva di nuvolette leggere e trasparenti come la madreperla, o come liste d'argento a riflessi dorati toccava già quasi il verde del monticello, alle cui falde biancheggia il palazzo dei conti d'Attems; ora i gioghi cinerei del Carso, che si disegnavano su d'un orizzonte azzurro e tanto limpido che pareva dinanzi allo sguardo dilatarsi senza confine; ed ora, vòlti all'indietro, il castello di Gorizia che colla sua faccia severa s'inalzava sulle ridenti colline che lo circondano e sulla città gentilmente sparsa nel verde; e notavano un piede dell'arco baleno, che quasi per ischerno irradiava de' suoi brillanti colori quella fabbrica sinistra destinata a punire la sventura e il delitto. Mille riflessioni diverse, mille fantastiche idee passavano loro per la mente, e nel comunicarsele le rivestivano di tutta quella poesia che in tal istante abbelliva a' lor occhi il creato. Pareva che gli oggetti esterni si presentassero ad essi attraverso di un prisma che amabilmente li colorava; e spesso veniva sulle labbra dell'uno la parola che l'altro aveva già concepita nell'anima, come se una scintilla elettrica riunisse i loro nervi e facesse di due una sola persona. In quella stessa sera, quando la contessa fu sola nella sua camera, e, dopo aver licenziato la cameriera, invece di coricarsi si sedette nel suo ampio seggiolone, tornarono a passarle dinanzi agli occhi le pittoresche vedute, le ridenti scene, che le si erano offerte nella giornata; e la sua mente rifaceva tutti i discorsi e le riflessioni a cui l'avevano sollevata la poetica fantasia e le ardenti parole del suo giovane compagno di viaggio. Come una palla che spinta su per l'erta da una mano vigorosa torna in virtù del proprio peso a rifare il cammino percorso, così ella in quell'ora di solitudine tornava a rammemorare tutte le diverse emozioni provate. Insieme coll'aria e coi profumi dei campi, coll'aspetto dell'ameno paese, coi suoni e colle voci udite, coll'alito e colle calde parole del giovane aveva aspirato una specie di sottile veleno che l'era penetrato nelle ossa e dal quale oramai affascinata si lasciava trasportare quasi fragile pianta che a lungo abbia lottato coll'impeto delle acque, e che finalmente sradicata e travolta senza più riparo corre insieme col torrente a sprofondarsi nel mare.
Ella aveva veduto l'amore; per la prima volta in sua vita l'aveva veduto negli occhi del giovane, ardente, immenso, quale non se l'era mai immaginato. Le era caduta la benda; la cortina che fino allora le aveva tenuto nascosto il creato le si era improvvisamente squarciata, ed ella si vedeva dinanzi ne' suoi più fantastici colori una felicità infinita, a conseguire la quale l'avevano resa impotente. Unir la sua sorte a quella d'un uomo amato e che ti ami, consecrarsi alla sua famiglia, divenir la madre de' suoi figli, passar tutta la vita ad adorarlo, a dividerne i dolori; questa le pareva la suprema delle gioie umane, e gliel'avevano per sempre rapita! e troppo tardi ella finalmente se ne accorgeva! Fino a quel punto le parve di non aver vissuto, ma vegetato. Educata nella ristrettezza di quattro pareti, senza conoscere nè il mondo, nè sè stessa, si erano prevalsi della sua inesperienza per venderla ad un uomo, per cui il suo cuore non aveva giammai palpitato. — Posò la testa fra le mani, le tornarono in mente i suoi anni giovanili; la spensieratezza con cui s'era lasciata condurre ad un passo, che il solo amore può santificare, e più che mai le parve d'essere stata venduta. Con un singulto impossibile a descriversi, ella ripetè per due o tre volte questa trista parola, e i suoi occhi versarono un torrente di lacrime. Quando ripensava ai motivi che l'avevano così facilmente indotta a legarsi per sempre ad un uomo, che non solamente non amava, ma il cui carattere e il cui cuore le erano affatto sconosciuti, non poteva darsi pace della propria leggerezza e appena prestava fede a sè stessa. L'idea di liberarsi da quella condizione di fanciulla, che a guisa dell'attillato corsetto dei dì d'etichetta le teneva inceppata la vita, la vanità di vedersi così giovane già fatta sposa, il desiderio di far brillare in un cerchio più vasto quei frivoli talenti di che con tanta cura nell'educarla l'avevano adornata, ecco le ragioni che la resero contenta di un contratto da' suoi parenti già quasi conchiuso prima ch'ella avesse, si può dire, neanche veduto lo sposo. E si ricordava arrossendo che la gioia più grande di questo amore di convenzione gliel'avevano recata i ricchi e veramente magnifici presenti nuziali ch'egli le fece; che i giorni più lieti erano stati quelli in cui elegantemente abbigliata e seduta in carrozza in compagnia di lui aveva percorso quasi in trionfo la città facendo le visite di partecipazione, ricevendo mille lusinghiere congratulazioni ed obbligando ad ammirarla tutte le sue amiche e conoscenti; che tutti i suoi pensieri di quell'epoca erano stati rivolti, non già ai doveri dello stato che abbracciava, ma agli splendidi avvantaggi di cui avrebbe in breve goduto. Era stata allettata non dallo sposo, ma dalla brillante posizione ch'egli le offeriva; non dal suo amore, ma dalla sua condiscendenza; la quale condiscendenza le veniva solidamente assicurata dalla ricca sua dote. Unica difficoltà che per un momento le aveva inspirato un po' di ritrosia fu la suocera che trovava in casa, e ricordossi come le fosse stato caro che avesse abbandonato ogni ingerenza in famiglia, e che, a riguardo del matrimonio, cedesse il suo appartamento, ritirandosi al terzo piano. Oh! se quella fosse stata la madre di un uomo amato, di quante affettuose cure non l'avrebb'ella circondata! Con che amore non si sarebbe compiaciuta di obbedirla, di riverirla, di confortarne gli anni cadenti, di rallegrarla col metterle in grembo i figli del suo figlio! Oh! i genitori dell'uomo amato son cosa sacra al pari e più forse dei propri! — Invece, in cinque anni vissuti sotto al medesimo tetto, esse si trattavano ancora come straniere; e, benchè la vita ritirata della povera vecchia le avesse cansato ogni disturbo, ella si sentiva per lei una freddezza e una antipatia invincibili, nè aveva mai saputo riguardarla altrimenti che come la sua croce domestica. Che differenza tra la vita frivola ed inutile ch'ella menava e quella d'una donna fortunata nel suo amore, che trova la felicità nell'adempimento dei propri doveri, e che in quell'istante ella si vedeva dinanzi dipinta nei più amabili colori! Che mai le valevano tutti gli agi del suo stato signorile, tutte le mollezze e le vanità che la circondavano, in confronto di questo amore tranquillo e virtuoso, ch'ella aveva irreparabilmente perduto e che può solo formar un Eden della terra e render dignitosa ed importante alla società la condizione della donna? Oh s'ella avesse potuto ritornare a' suoi giovani anni! rifare la via così crudelmente smarrita, non sarebbe stato tesoro di quaggiù ch'ella non avesse volentieri sacrificato per ricomprarsi una sì dolce prospettiva! E perchè mai, quando l'educavano, farle consumare tante ore all'acquisto di cognizioni che dovevano poi servire solamente di ornamento, e non piuttosto insegnarle un po' meglio i doveri dello stato, a cui era destinata? Perchè farne un miserabile trastullo, un fiore vago sì ed odoroso, ma che non deve dar frutto, invece di allevarla alle soavi e sante affezioni di famiglia, alla dignità di sposa e di madre? — Ed era alla luce sinistra della passione che per la prima volta in sua vita le balenavano dinanzi agli occhi queste terribili verità! — Gettò con impeto il ciondolo della veste da camera che teneva fra le mani, ed affacciatasi alla finestra, l'aprì, come se la calma della notte avesse potuto quietarle i polsi e l'anima agitata. La notte era mesta, la faccia della terra appariva uniforme e negra, come se fosse stata coperta da un ampio panno funereo. La luna vicina al tramonto già toccava in occidente le ultime alpi; il suo disco aggrandito dai vapori si vedeva per intero, benchè per la maggior parte cieco di luce come nei noviluni e nella sua ultima fase; e quel globo muto e di colore sanguigno pareva il teschio di un immane serpente che, sollevatosi sulle creste dei monti, l'avesse addentata e si sforzasse ad inghiottirla. Forse la videro così coloro che ne' suoi eclissi immaginarono le lotte del drago. Sola in cospetto del creato ella sentivasi come abbandonata creatura in mezzo ad un gran tempio adobbato a gramaglie, dove la divinità inesorabile più non ascoltava le sue preghiere. Un avvilimento, un rimorso senza speranza di perdono s'erano impossessati della sua anima; riguardavasi come contaminata e incapace per sempre di virtù. Prima ancora di conoscere i tesori del proprio cuore ella li aveva miseramente sprecati. Indarno la Provvidenza le aveva seminato nell'anima quel sublime fior dell'amore, che, gelosamente custodito, può tutta abbellire la vita e profumarla di nobili e santi sentimenti; ella lo aveva tradito, prima ancor che germogliasse, e per motivi sì vili che al solo ricordarsene si vergognava; il suo matrimonio le pareva in quel momento un'infame profanazione, da cui l'era tolto per sempre il redimersi, e sentiva orrore di sè stessa e dei propri suoi figli.
De' suoi figli, di quei poveri bamboletti innocenti ch'ella amava come parte di sè; ma v'era un ben altro e più immenso affetto con cui ella sentiva che avrebbe amato una creaturina nutrita del suo latte e figlia d'amore! Tornò a piangere, e con un rammarico sempre crescente la sua anima lanciavasi verso tutto questo bene di cui non l'era più possibile godere senza delitto. Passò di tal modo la notte. Sul rompere dell'alba il sottile venticello che spirava dalle cime dei monti le parve che la consolasse, rinfrescandole la faccia; ma a poco a poco ei si faceva sempre più piccante, e le dilicate sue membra, affrante da quella veglia inconsueta, più non valsero a sopportarlo. Chiuse la finestra e si dispose ad abbigliarsi. Le braccia le cadevano; un languore, una malinconia invincibile s'erano impadroniti di lei. Rimaneva lungo tratto immobile, ora appoggiata al letto, ora col capo abbandonato tra i cuscini della sua dormeuse, su cui lasciava cadere ogni tanto qualche grossa lagrima che involontariamente le usciva dagli occhi semichiusi; ed ora seduta dinanzi allo specchio che le rinfacciava una cera abbattuta e come di malata, le labbra scolorate, le guance impallidite. Quasi a velarsene ella sciolse i capegli che soleva portare all'inglese; ma la nessuna cura avutane la sera e l'umido dell'aria notturna non avevano loro permesso d'assumere che pochissimo riccio: indarno procurava d'incresparli dividendoli in minute anella; snervati ed appassiti le fuggivano dal pettine; e, invece d'adornarla, le parve che colla loro lunghezza le accrescessero pallore, sicchè se li annodò sopra alla nuca lasciandoli cadere per di dietro sul collo a guisa delle statue di Grecia. Quando discese per la colazione trovò il giovane che già stava aspettandola. Ei notò l'orma di malinconia che quella notte aveva lasciato sulla faccia di lei. L'aveva veduta molte volte più bella, più pomposamente abbigliata, ma giammai così attraente, e non poteva staccare lo sguardo da quegli occhi azzurri e pensierosi, a cui l'amore dava una tinta più profonda e ch'ei se li sentiva così dolcemente guardare nell'anima. Non si parlò più di partenza nè in quel giorno nè nei susseguenti, finchè venne il conte Rodolfo, e tornarono di conserva alla città. Qui le era riserbato un di quei terribili disinganni che schiantano l'anima, e a cui di rado la donna sa dignitosamente rassegnarsi. Essi si amavano, ma con assai diversa misura. Ella, fisa ed assorta in lui come satellite nel suo pianeta, gli si era consecrata con un abbandono e con una devozione che non potevano venir pienamente contraccambiati. Oramai aveva concentrato in lui solo tutte le speranze del suo avvenire, gli aveva donato la sua pace, la sua vita, l'anima sua; gli stessi passi fatti nella via della colpa erano un sacrifizio ch'ella gli aveva offerto; e questo amore, benchè infelice e macchiato dal rimorso, era il compenso ch'ella chiedeva e il solo bene di quaggiù, di cui si sentisse ancora capace. Cotesta passione, di cui ella s'aveva già miseramente creato un destino, non poteva di pari modo assorbire tutta l'anima del giovane. Altrimenti educato, altrimenti conoscitore del mondo e di sè stesso, gli si apriva dinanzi un'assai più vasta prospettiva che non gli permetteva come a lei di affisarsi per sempre e senz'altre distrazioni in un solo oggetto, qualunque ei si fosse. A lui giovane, pieno di vita, indipendente e padrone assoluto d'una pingue fortuna, tutto il creato offriva continui tributi di profumo e di armonie, e profondeva a' suoi piedi i brillanti tesori della sua ricca cornucopia. Dotato di potente immaginazione e di quell'attitudine a comprendere ogni sorte di bello ch'è prima base all'anima dell'artista, senza l'inopinata eredità, che, prima ch'ei si avesse scelta nel mondo una posizione, venne ad abbagliarlo coi prestigi della ricchezza, ei sarebbe forse riuscito o pittore o poeta. Ma, poichè la sorte gli aveva offerto di eleggere, preferì di godere dei frutti delle arti piuttosto che di affaticarsi a produrli, e sprecò nei piaceri quella feconda scintilla del genio che la natura gli aveva seminata nel cuore. Della fallita vocazione null'altro gli era rimasto che la facoltà di supplire colla fantasia a quanto di manchevole gli presentavano gli oggetti esterni in cui s'incontrava. Sulla base di alcune aggradevoli qualità, la sua anima da poeta era pronta a crearsi un ideale che si compiaceva ad abbellire e ad adornare coi più magnifici colori, e del quale finiva sempre coll'invaghire, senza accorgersi d'essere allucinato dai propri suoi sogni. Ma, col considerarlo dappresso, l'idolo perdeva ogni giorno qualcuno de' suoi prestigi; finchè, ridotto alla nuda realtà, egli trovavasi ingratamente disingannato e bisognoso d'altrimenti occupare lo spirito. Allora, dimentico di quel primo oggetto, correva in traccia d'altri più nuovi, svolazzando leggermente pel giardino della vita a guisa di ape dorata che bacia ogni fiore, senza rivolgersi a guardare addietro, se qualcuno avvelenato dal suo tocco piega il calice e miseramente appassisce. Così fu che a forza di trattare da vicino colla contessa, egli ebbe ben presto esaurita quella pover'anima che senza sospetto tutta versavasi nella sua; e, a misura ch'ella andava discoprendo in lui una superiorità d'intelligenza e una ricchezza di pensiero che le crescevano passione, egli invece si vedeva sfumar tra le mani il tesoro che aveva tanto agognato; la realtà e il possesso glielo rimpicciolivano, e l'amore illanguidì. Le sue visite si facevano sempre più rade e più brevi. S'accorse che l'anima della sua compagna era impari per potergli tener dietro a quegli infiammati discorsi, a quei fantastici voli, a cui sul principio del suo innebriamento si lasciava andare così volentieri, e cominciò ad annoiarsi d'un affetto ch'ei trovava troppo uniforme. La donna s'avvide di questo cangiamento che le metteva la morte nel cuore; ma come un infermo, che quanto più sentesi vicino al suo fine, con altrettanto più di forza s'aggrappa alla vita, cercava d'illudersi, chiudeva gli occhi, immaginava ragioni a scusarlo e pativa in segreto. Più tardi si permise qualche rimprovero, che altro effetto non ebbe che di sempre più allontanarlo, perch'egli a fuggire il turbamento di questi lamenti coglieva per le sue visite, che oramai gli erano divenute una catena pesante, i momenti in cui in sua casa v'era conversazione, ed era primo a partire, e con un pretesto o con l'altro guardavasi bene di rimaner solo con essa. Queste per altro non erano che le prime spine della crudele ghirlanda ch'ella stessa s'aveva intessuta. Chi può dire l'agonia di quell'anima, quando lo vide offrire i suoi omaggi ad altra donna più giovane e più alla moda? Quando, più non valendo a sopportare l'odioso confronto, cessò di comparire ai pubblici convegni e trovossi dimenticata nella solitudine della sua casa? A palliare l'immenso dolore che la divorava s'annunziò ammalata, e lo era assai più di quello ch'ella stessa sel credesse. Nelle lunghe ore di meditazione, a cui si era volontariamente condannato il suo pensiero, non faceva altro che del continuo rammemorare minutamente tutte le fasi della sciagurata passione a cui si aveva dato in preda, e le pareva impossibile che tante proteste, tanto amore, avessero dovuto aver per fine cotesto crudele ed impreveduto abbandono! Perchè strascinarla sulla via della colpa, se doveva poi, quando non l'era più concesso retrocedere, lasciarla sola? Era dunque stato per capriccio, per miserabile vanità, pel trastullo di un momento, ch'ei le aveva avvelenata l'anima, messa nelle ossa questa febbre immedicabile, suscitato nel sangue questo tumulto, questo delirio che non potevano oramai quetarsi da null'altro, se non dall'amore o dalla morte? Ah! dunque per così poco ella aveva tradito i suoi doveri, perduta la sua pace, rinunziato alla virtù, alla preghiera, rinunciato perfino al perdono di Dio? Quest'amore, che per sua disgrazia ella sentiva impresso nell'anima a caratteri indelebili, non era stato dunque per lui, che come una cifra che si segna per scherzo sulla sabbia e che al primo soffio di vento si dissipa senza lasciar traccia di sè? Pensò ch'era un assurdo pretendere ch'egli avesse il cuore più grande, o più piccolo di quello che lo aveva fatto. Ma nell'amarezza del suo terribile disinganno le pareva che le sarebbe stato una specie di conforto un ultimo abboccamento, in cui, giacchè aveva pure deciso di abbandonarla, le avesse egli stesso con tutta franchezza annunziata la sua sorte. Sì! vederlo ancora una volta, sentire dalle sue labbra la propria condanna, gettarsi a' suoi piedi a piangere, a rammemorargli l'immenso affetto che si erano portati; quest'era un desiderio, che ad onta di tutte le opposizioni della sua ragione, continuamente le rinasceva. Capiva ella bene che, poichè il cuore di lui s'era cangiato, sarebbero tornate vane tutte le sue lacrime, che l'amore è una catena la quale una volta spezzata più non si rannoda, che la sola compassione non ha vigore a risuscitare una fiamma oramai già spenta; che se fosse discesa a confessargli lo stato miserabile in cui si trovava, egli, lungi dal risentirne pietà, avrebbe trattato di delirio le sue parole, avrebbe riso de' suoi gemiti, l'avrebbe forse anche crudelmente ributtata. E nondimeno nel fondo della sua anima sentiva una forza prepotente che la spingeva suo malgrado a correre in traccia di lui. Sì! per le vie anche le più frequenti, in mezzo alla gente, nei teatri e nei crocchi, dove col sorriso sulle labbra ei dimenticava il pianto a cui l'aveva condannata, le pareva che avrebbe voluto seguitarlo e rinfacciargli i giuramenti infranti, le pene senza confine, la sciagura, l'inferno che le aveva posto nel cuore. Ah! gli uomini l'avrebbero derisa e trattata da folle.... Ebbene, dovevano a viva forza strapparla da lui, dividerla per sempre dal marito e dai figlioletti ch'ella aveva traditi, chiuderla nell'orribile casa, dove la loro pietà raccoglie le infelici che più non hanno ragione. Avvinta da ceppi, sul giaciglio dell'ospitale, nelle veglie di quella vita disperata, le sarebbe almeno concesso raccontar giorno e notte la sua sventura, lagnarsi di tanta ingratitudine, piangere e nominarlo a suo talento. In uno di questi momenti in cui la sua mente offuscata da troppa passione quasi vaneggiava, si risolse a mandargli un'imbasciata pregandolo a venire da lei nel dopo pranzo, ora in cui poteva parlargli senza testimoni. Non ricevette risposta. Appoggiata alla finestra della sua camera stava spiando se venisse. La sua casa era situata in una lunga contrada, che metteva ad una delle piazze più frequentate della città. Ogni giovane vestito a nero ch'ella vedeva da lungi imboccare quella via, la faceva palpitare, finchè s'accorgeva d'essersi ingannata. Aveva apparecchiato un plico di lettere che intendeva restituirgli e andava ruminando le parole con cui gli avrebbe dato l'ultimo addio, procurando di disporsi ad una calma e ad una rassegnazione dignitosa che le lagrime involontarie le quali ad ogni tanto le gocciolavano per le guance, e il tremito di tutte le membra, suo malgrado smentivano. Era in questa situazione, quando lo vide passare in carrozza in compagnia della giovane signora a cui da qualche tempo faceva la corte. Era tanto intento a vagheggiare la sua nuova conquista che non s'accorse di lei nè tampoco rivolse la faccia a quella parte. Ella vide sulle sue labbra mezzo velate dalle brune basette un indefinibile sorriso di gioia, che palesava l'estasi a cui trovavasi in preda. — Si sentì uno schianto al cuore, e le ruote veloci, che lo trasportavano via, avevano già finito di rumoreggiare al suo orecchio, ch'ell'era ancora inchiodata sulla pietra della finestra, come se fosse stata percossa dal fulmine. Prese un foglio di carta, una penna e si mise a scrivere questo biglietto: