— Che tu mi neghi un'ultima parola, dopo tanto amore che ci siamo portati, mi par cosa crudele. — Doveva peraltro immaginarmelo, riflettendo alle tante amarezze che mi fai da qualche tempo inghiottire. Pazienza! ti ho perdonato la nuova amica, che ti sei compiaciuto prepormi.... ti perdono anche questa barbara indifferenza e freddezza nel lasciarmi per sempre. Oggi un anno.... io non avrei saputo leggere nel tuo cuore questa pagina. — M'illudeva a segno di riguardarti come parte di me. — Avrei dovuto invece capire che la colpa non consacra l'affetto, e che la tua maniera di trattarmi è una giusta punizione. Di qui a un anno sarà, spero, terminato il mio patire. — Ti scrivo per rimandarti le tue lettere e per chiederti perdono di tutti i dispiaceri che posso averti recato nel corso della nostra fatale relazione. Quando leggerai queste parole mie ultime a te, io sarò, come al solito, chiusa nella solitudine della mia camera a piangere e a ripensarti con un affetto che tu non conosci.... —

Prima di terminare s'era già pentita. Colla penna non le pareva possibile di dire neanche la metà di quello che avrebbe voluto, e tornò al desiderio di vederlo e parlargli ancora una volta. Aveva lacerato la carta ed aprì la finestra per gittarne nella via i minutissimi pezzi che teneva in mano. In quella s'aperse la porta di casa e vide uscirne la suocera, che, accompagnata dalla sua cameriera, andava al suo solito a pregare nella Chiesa vicina. Le balenò in mente un pensiero. S'ella salisse alle stanze di lei e, preso un cappello e una mantiglia della vecchia, andasse così incognita ad aspettare il giovane alla sua abitazione?... Il passo era arrischiato, ma oramai la sua mente esaltata dalla passione non le lasciava campo a rifletterne tutte le conseguenze, e quest'idea di pur forzarlo ad accordarle un colloquio, che a tutt'uomo ei sfuggiva, vinse in lei la naturale timidezza: uscì dalla sua camera, e tremando salì le scale come il malfattore che s'avvia al delitto. Quando fu nell'appartamento della vecchia, le gambe rifiutavano di sostenerla, e le fu duopo gettarsi a sedere sul sofà. Aveva esaurito tutte le sue forze e voleva attraversare buona parte della città, e credeva di aver abbastanza di coraggio per esporsi ad una scena che poteva farsi pubblica e precipitarla per sempre! Sul tavolo che le stava dinanzi giacevano spalancate alcune pagine scritte di fresco; gettò a caso gli occhi su queste parole:


«... Ancora qualche giorno, e poi finalmente dormiremo per sempre nella quiete del cimitero. Su questa terra, quando non si è più amati, e che ci si accorge di essere di peso, la morte è riposo desiderato, è fine di patimenti e di esilio! ed è già gran tempo, che al di là del fiume della vita io veggo i miei cari che mi stendono le braccia....»


Il carattere era di pugno della vecchia. Questa donna silenziosa, dal mite sorriso, dai modi affabili e politi, sempre eguale a sè stessa, in vista così rassegnata e tranquilla; questa donna, che non aveva mai aperto la bocca ai lamenti, pativa dunque nel suo segreto? A lei dappresso, sotto al medesimo tetto, a pochi passi di distanza della sua camera, v'erano dunque dei dolori ch'ella non aveva mai sospettati? Si versavano delle lacrime ch'ella non aveva mai pensato ad asciugare? V'era un'anima profondamente afflitta, che, stanca del mondo, invocava con sì intenso desiderio la pace dei morti?... Ma quali potevano essere i motivi che amareggiavano così gli ultimi giorni di questa povera vecchia? Prese in mano le pagine che le stavano dinanzi. Era un Album, su cui non appariva altra scrittura che quella di lei; datava da qualche mese in antecedenza al matrimonio del figlio, e lesse le seguenti memorie:


«Io Eleonora Andreuzzis, maritata Marini, di sessantadue anni, ai quindici di marzo 1842 sono venuta ad abitare queste due stanze, avendo ceduto il mio appartamento in contemplazione del prossimo patrimonio di mio figlio Rodolfo. — Comincia adesso per me un'altra vita. Lascio il governo della casa e, si può dire, mi ritiro dal mondo. All'attività, ai continui pensieri, alle brighe succede ora la calma. Pel corso di oltre quarant'anni io ho atteso all'economia di questa famiglia, prima in compagnia di mio marito sotto la direzione di un vecchio zio che mi amava come se fossi stata sua figlia, e la cui memoria mi sarà sempre benedetta; poi vedova e sola, poi aiutata da mio figlio. In questo lungo periodo di tempo molti dolori hanno afflitto il mio cuore, ma fui anche consolata da gioie non comuni; ed ora nel ritirarmi ho la compiacenza di aver adempito ai doveri del mio stato e di veder prosperate le mie fatiche. Dei figli che il Signore mi aveva dati un solo è restato con me. Nelle guerre fatali che hanno sconvolto il nostro paese ho perduto il mio primogenito; il secondo è lungi, e non lo vedo se non di rado; ma so che gode di una brillante posizione. Ho potuto collocare agiatamente la mia figlia Lauretta; ella è felice, e ciò mi consola della grande lontananza che ci divide. Mi rimaneva la minore, quella che più di tutti rassomigliava a suo padre, e per la quale, mio malgrado, io sentivo una predilezione e una più grande tenerezza. L'avevo maritata qui nella nostra città e in apparenza con abbastanza di fortuna. Imprevedute disgrazie la colpirono, dovette espatriare, ed è morta lasciando due poveri orfanelli, che abbisognano di pane. Fortunatamente la facoltà, ch'io ora rimetto nelle mani di mio figlio Rodolfo, è tale da potergli permettere di ricordarsi di loro. Inoltre il ricco partito, che gli si offre, lo metterà sempre più in istato d'essere pietoso senza ledere i propri interessi. Tutti i nostri parenti sono giubbilanti per questo matrimonio. Una ricca e bella ereditiera, una buona ed amabile giovinetta che ha ricevuto la più elevata educazione e che esce da cospicua famiglia, è veramente più di quanto potevano ripromettersi le nostre speranze. Ieri è stato segnato il contratto nuziale; e, poichè a contemplazione della sposa, si credono necessarie nella nostra famiglia molte riforme e un altro piano di economia domestica, piano che le nostre attuali condizioni di molto migliorate ci concedono di adottare, io ho dato i miei conti ed ho ceduta l'amministrazione. Non mi rimane più nulla a fare, e posso godere del riposo che mi si concede. La mia vita quind'innanzi sarà divisa tra la preghiera, la lettura e la meditazione; ed è per occupare le tante ore di ozio, che mi avanzeranno, ch'io voglio scrivere in questo libro i miei pensieri.


«Ai 15 detto, due ore dopo mezzanotte.