Nella fanciullezza della vita morale, la Chiesa parlava men tosto col linguaggio della speculazione dogmatica, che col merito e il demerito, il premio e il castigo. Perciò bisognavano tipi, ed erano i santi, il cui culto crebbe quello di Cristo, estendendolo a coloro che meglio a lui si conformavano. Modelli di virtù parziali, variate, molteplici, erano più accessibili che non la perfezione divina, erano quasi decomposizioni dell'unico esemplare, altri tipi d'una bellezza inarrivabile. Quel culto derivava dunque necessariamente dall'amore e dalla devozione al Redentore; e ciascuno sceglievasi un protettore per virtù o meriti ed uffizj speciali; e tutti vi trovavano un ideale diverso, e lo atteggiavano artisticamente nella leggenda, nella poesia, nel disegno.

A una dottrina, che è per essenza universale, tornava indispensabile l'unità del sacerdozio, ordinato in guisa da perpetuare la rigorosa conformità di credenza nell'infinita varietà di popoli, effettuando una civiltà cattolica, cioè universale. Con questo introdusse una distinzione, ignota a Greci e Romani, quella di ecclesiastici e laici. I primi, destinati a speciale servizio divino, riceveano la missione e la dignità dal vescovo. Ogni comunità aveva un vescovo eletto da essa, e che agli altri vescovi annunziava la propria elezione con lettere pastorali, in cui faceva la professione di sua fede; gli uni agli altri partecipavansi la lista degli scomunicati, rilasciavano lettere di raccomandazione demissorie pei fedeli che dalla propria passassero in un'altra diocesi.

E diocesi, con nome dedotto dalla nuova distribuzione dell'impero, chiamavasi il territorio su cui un vescovo avea giurisdizione.

Al clero fu di buon'ora imposto il celibato, tantochè Nicolao d'Antiochia, eletto dagli apostoli per sovvenire ai fedeli bisognosi, fu incolpato perchè, anche dopo diacono, s'accostasse alla moglie[29]. Con ciò formossi una milizia, pronta a lanciarsi ne' pericoli d'ogni guisa, senz'esser rattenuta dai legami domestici, vie più forti quanto che legittimi.

Ma il clero era poco numeroso: in ogni città per lo più un'unica chiesa e una messa o due, fino a considerare scismatica l'adunanza di fedeli dove non assistesse il vescovo: egli solo potea consacrare, sebbene nelle città maggiori, come Roma, il pane da lui consacrato fosse distribuito anche da qualch'altro prete, senza diritto però di assolvere o di scomunicare. Entrante il Vº secolo, Roma gloriavasi di possedere ventiquattro chiese e settantadue sacerdoti. Lo sconcio di mandare attorno le sacre specie indusse poi a permettere anche ai plebani di consacrare, e poi di amministrare pure gli altri sacramenti, eccetto l'ordine e la cresima, riservati ai vescovi, come l'assoluzione d'alcuni peccati.

I vescovi, depositarj dell'autorità, non doveano stare assenti più di tre settimane dalla loro diocesi; e applicandovi le norme del matrimonio, si proibì il divorzio, cioè d'abbandonar una chiesa per un'altra, se non l'esigesse il bene universale. Abitualmente il vescovo veniva scelto nella diocesi stessa, laico o sacerdote: ma poteva anche essere uno straniero, come tanti dei primi papi; come i Milanesi vollero vescovo il loro governatore Ambrogio da Treveri.

I vescovi sin dapprincipio furono subordinati al papa; ma alcuni si sottoponeano anche a quello della città più illustre, o la cui sede fosse fondata da qualche apostolo, formando così provincie, il capo delle quali intitolavasi metropolita, arcivescovo, patriarca: non aveva superiorità spirituale, ma convocava a concilio i vescovi della provincia, perciò chiamati suffraganei: li consacrava prima che entrassero in funzione; rivedeva le loro decisioni: vigilava sulla fede e la disciplina di tutta la provincia.

Quando morisse un vescovo, il metropolita destinava un sacerdote che, sede vacante, amministrasse la diocesi; e in presenza di questo, il clero proponeva, e l'assemblea del popolo eleggeva il successore; ma la nomina doveva essere approvata dagli altri suffraganei, e confermata dal metropolita.

Una due volte l'anno accoglieansi i vescovi a concilio sotto il metropolita, di cui erano quasi i consiglieri. Le decisioni (canoni), invigorite dal consenso comune dei vescovi, sostenute dalla rappresentanza del popolo e dal diritto divino, acquistavano forza di leggi per tutta la provincia.

La Chiesa di Roma, oltrechè eretta nella maggior città d'allora, era stata fondata prima d'ogni altra d'Occidente e dal maggiore degli apostoli, e consacrata col sangue di esso e di san Paolo. Consideravasi dunque come supremo gerarca il vescovo di essa, benchè gli altri patriarchi talvolta competessero; e se questa supremazia non ebbe sulle prime occasione di mostrarsi quale apparve secoli dopo, se rifulgea più per dignità che per esercizio di potere, esisteva in genere; il papa in radice aveva ragione di giurisdizione sopra gli altri vescovi, che nei casi più gravi non mancò di manifestarsi, e più dacchè gl'imperatori cristiani ingiunsero che ogni vescovo potesse dalle sentenze del metropolita appellarsi al papa della città eterna.