Ai 15 giugno 1540 Nicolò Ardinghelli, a nome del papa scriveva ad esso cardinale Contarini[423] come fosse ormai impossibile la tolleranza, «essendo gli articoli che restano controversi tanto essenziali alla fede, che, senza procura di Gesù Cristo Nostro Signore, noi quaggiù non possiamo pigliarne sicurtà; anzi abbiamo la legge che non sunt facienda mala ut veniant bona; perchè essendo la fede indivisibile, non la può accettare in parte chi non l'accetta in tutto, quanto al potersi dire cristiano e fare un corpo medesimo nella Chiesa. E però nostro signore con tutto il collegio, nemine discrepante, ha risoluto di non poter dare orecchio in alcun modo a quella tolleranza che si domanda, nè, per quel che toccherà a sua beatitudine, macolare quella sincerità della fede, che i suoi predecessori hanno fin qui conservata, comprovando con segni che questa è la cattedra di san Pietro, per la fede del quale pregò Gesù Cristo Nostro Signore».

Ciò che v'avea di troppo reale era il disordine gettatosi nelle intelligenze come nella vita, al moltiplicarsi di tanti discepoli, ognuno dei quali era un dissidente. Nella Confessione d'Augusta gli eterodossi aveano preteso raccogliere ciò che di comune aveano la loro e la cattolica fede, a tal uopo ricorrendo a termini ambigui, che la Chiesa non accettava perchè poteano, come esprimere la verità, così ratificar l'errore. Carlo V nel 1548 decretò l'interim, pel quale convenivasi che «interinalmente gli Stati erano liberi in religione, salvo a renderne conto a Dio e all'imperatore»: ma nulla attribuivasi alla Chiesa cattolica, la quale, oltre che emanato dall'autorità secolare incompetente, trovava lesivo quell'atto, dacchè ella erasi già pronunziata sui capitali dissensi. Fra' Protestanti medesimi fu chi lo disgradiva, e designavano gli accettanti col nome di rilassati, adiaforisti, indifferenti.

Ed ecco, al rumore della nuova dottrina, all'annunzio che i predicanti rompono la catena storica della tradizione, e ognuno può a suo senno interpretare la Scrittura, sorgono veggenti in ogni parte; i meno atti al ministero pretendono avervi più evidente vocazione; la Bibbia diviene stromento alle passioni; e i villani, lettovi che gli uomini sono eguali, scatenano l'irreconciliabile ira del povero contro il ricco, bandendo guerra all'ordine come tirannia, alla proprietà come usurpazione, alle scienze come distruggitrici dell'eguaglianza, alle arti belle come idolatria.

Ne gemeva Lutero, e diceva: «Appena cominciammo a predicare il nostro vangelo, fu nel paese uno spaventevole stravolgimento; si videro scismi e sêtte, e dapertutto la rovina dell'onestà, della morale, dell'ordine: la licenza e tutti i vizj e le turpitudini trascorrono, peggio che non facessero sotto il papismo: il popolo, dianzi tenuto in dovere, non conosce più legge, e vive come un cavallo sfrenato senza pudore nè freno, a grado di materiali desiderj. Dacchè noi predichiamo, il mondo diventa più tristo, più empio, più svergognato: i demonj s'avventano a legioni sugli uomini, che alla pura luce del Vangelo mostransi avidi, impudichi, detestabili peggio che non fossero sotto il papato: dal più grande al più piccolo non v'è dapertutto che avarizia, disordini vergognosi, passioni abbominevoli. Io stesso son più negligente che non fossi sotto il papismo, e vengo meno alla disciplina e allo zelo che dovrei avere più che mai. Se Dio non m'avesse celato l'avvenire, non avrei mai osato propagare una dottrina, da cui doveano conseguir tante calamità, tanto scandalo»[424].

Per verità, abbattuta l'autorità ecclesiastica, per non abbattere anche tutto l'ordine sociale si richiedeva un'incoerenza, un rifuggire dalle conseguenze necessarie; sicchè, più non dirigendo i venti che avea scatenati, Lutero rinnega il proprio canone della ragione individuale, e agli esagerati oppone la sacra scrittura e i libri simbolici[425]: poi scostandosi dal popolo, di cui s'era fatto un appoggio, tende a ingagliardire il principato: e di qui comincia l'azione politica della Riforma, qual fu d'attribuire ai principi l'autorità anche in materie ecclesiastiche, talchè ogni suddito dovesse credere e adorare come voleva il sovrano; cujus regio ejus religio; e i principi più non conobbero ritegno da che diressero anche le coscienze[426].

E d'una direzione queste aveano bisogno, quando i fratelli uterini della Riforma pugnavano tra loro. Indarno Lutero s'arrovella contro ogni fede diversa dalla sua[427]: Melantone, Carlostadio, Ecolampadio, Engelhard, Brenzio modificano i dogmi, ciascuno a suo senno o a norma della costituzione del proprio paese; sbranamento inevitabile là dove a ciascuno è libero l'interpretare.

Contemporaneamente a Lutero, e senza sapere di lui, Ulrico Zuinglio, che aveva militato in Italia come cappellano di Svizzeri assoldati, insorse (1518) a Zurigo contro le indulgenze, che ivi erano predicate da Francesco Licetto bresciano, generale dei Minori, poi da frà Bernardo Sansone milanese, e dietro a ciò sostenne che bisogna fondare la fede sulla sacra scrittura, non su dettati clericali, e repudiando i quindici secoli della Chiesa per ricorrere alle fonti, studiò il greco, si mise a mente le epistole di san Paolo, riprovò i pellegrinaggi che al santuario di Einsideln si faceano; il pane e il vino della Cena essere meri simboli del sacrosanto corpo e sangue, e altri asserti che furono accolti in molta parte della Svizzera. Mentre sosteneva che il dogma della libertà conduce al panteismo, perchè facendo gli uomini indipendenti li pareggia a Dio, egli rendeasi vero panteista, asserendo che unica essenza è quella di Dio; tutto ciò che è, è Dio e proprio Dio.

Veramente egli ha un'importanza storica piuttosto che dottrinale, non avendo lasciato opere di rilievo; e fu assorbito nell'azione di Giovanni Calvino, francese. Questi, a Bourges studiando sotto il famoso nostro leggista Alciato, deplorò i disordini derivati dalla Riforma, e pensò emendarli coll'andare più innanzi, venire a un assoluto distacco. Ancora si conservavano altari e crocifissi: pregavasi in ginocchio; si facea la lavanda dei piedi. Calvino proclama un antagonismo perpetuo alle tradizioni stabilite. Così nella dogmatica parte da un'idea preconcetta, da un partito preso: perfin Zuinglio erasi piegato alla sacra scrittura; Calvino si ispira da essa, ma la fonde nel suo pensiero. Zuinglio oppone la Scrittura alla tradizione; Calvino si spinge più avanti, non è solo esegetico, ma dogmatico: in faccia alla tradizione non vuol solo appurarla, ma distruggerla.

Ginevra avea cominciato il suo risorgimento dal rivoltarsi contro al duca di Savoja, che la supremazia feudale volea ridurre a signoria assoluta. N'era seguita la solita disordinata prepotenza dei riottosi, per rimediare alla quale Calvino ricorse al despotismo. Lutero aveva abbattuto la monarchia cattolica per favorire i vescovi tedeschi, Calvino sagrifica questa aristocrazia luterana alle idee repubblicane di Ginevra; e se i Luterani alzavano il principato per opporlo al papa, egli lo deprime per sottoporlo ai rivoluzionarj[428]. Posta la scure alla radice, impugna il mistero, colloca la certezza nella rivelazione individuale: l'arbitrio non è libero, e per iscegliere il bene fa duopo d'una Grazia necessitante, e questa sola produce la giustificazione, senza che v'abbia parte la volontà dall'uomo; Iddio è padrone assoluto delle sue creature, e ab eterno ha destinato queste al paradiso, quelle dell'inferno, qualunque siano le loro azioni. Il fedele dee mirare principalmente a tenere per sicura la propria salute: e per acquistare una tale sicurezza, crederla non fondata su opere od elezioni umane, ma sulla volontà suprema ed eterna.

Niuna efficacia dunque rimane al battesimo, i figli degli eletti appartenendo per nascita alla società redenta; niuna alla penitenza, poichè chi una volta fu eletto non può ricadere; nella santa cena non sono transustanziate le specie, ma sotto que' simboli il Signore comunica Cristo, per nutrire la vita spirituale. Abolito l'episcopato, le comunità religiose scelgonsi un ministro, distinto dagli altri soltanto per l'abito nero; ne' tempj nudi null'altro che il pulpito e una tavola su cui esporre il pane e il vino; allontanato tutto ciò che era proprio de' Cattolici, il culto resta non solo semplice ma nullo. Con quest'odio Calvino rendesi onnipotente, e stabilisce un ordinamento vigoroso, sotto il governo de' pastori, ma uniti cogli anziani; tolta ogni separazione fra ecclesiastici e laici, fra la Chiesa e il coro.