Questi dogmi austeri, dove erano negate la bontà e la libertà dell'uomo, sosteneva egli con inesorabile intolleranza, non presentando la sua come una dottrina che ammette la discussione, o cerca accordo con altre credenze. I Calvinisti, come eletti di Dio, sono autorizzati a schiacciare tutto ciò che si oppone alla loro esclusività; come ispirati, abborrono il ragionamento. Calvino ha il rigore del Vecchio Testamento, più che la mitezza del Nuovo: esigente, dittatorio, all'amministrazione ecclesiastica subordina la civile; moltiplica regolamenti fin sul vestito e sulla mensa, proscrivendo il lusso, gli ori, ogni squisitezza d'arti, per raffaccio alle frivolezze di Parigi e alle magnificenze di Roma. Divieto di sposare papisti; stampatori e libraj non si prestino a questi, nè pittori e scultori, vetraj, orefici, avvocati; non tengansi a fitto beni di Chiesa, per cui si devono offrire cera o incenso, che favorirebbero l'idolatria. Una fanciulla che si vestì da uomo; un proprietario che maltrattò i suoi lavoranti, lenti all'aratro; fanciulli che all'Epifania giocarono alla fava; uno che avea letto le Facezie del Poggio...... erano puniti, e più chi dicea male de' fuorusciti, martiri della verità. Così profondato l'abisso fra il credo antico e il nuovo, Calvino sbigottì le anime timide, e disingannò coloro che ancora fantasticavano un accordo; e quella risolutezza, quel sarcasmo, quell'irosa eloquenza contro Roma e la Sorbona e tutto il clero, trascinava, come tutto ciò che è violento. Allora parve la protesta avesse trovato l'ultimo suo termine; colla predestinazione rimetteasi tutto agli ineluttabili decreti di Dio; annichilamento dell'uomo, che causava una contentezza austera; che formava dei martiri, e che dovea piacere a coloro che si trovavano perseguitati.

Novatore così radicale, pure Calvino volea conservare molti articoli primitivi; anzi spiegava fierezza contro chi li intaccasse; quasi che la trinità, la rivelazione, l'incarnazione, il peccato originale, l'espiazione di Cristo non si fondassero sulle stesse basi che gli altri dogmi cattolici.

Più tardi la critica, nata dalla filologia, dovea scassinare le idee tradizionali sopra l'origine e l'autorità dei libri sacri. Ma già allora gli Anabattisti gl'impugnarono; gli Unitarj, che vedremo prevalenti in Italia, escludeano la Trinità; insomma si ripudiava il cristianesimo, riducendosi a negazione sistematica dei dogmi della Chiesa.

Alcuni Protestanti si vergognavano di tanti disaccordi, e voleano negarli o attenuarli; altri invece faceansi belli delle variazioni[429], e diceano: «Noi non abbiamo unità di credenze: ma questo è vanto; perocchè la ragione individuale esercita così il proprio uffizio, e procediamo a seconda dei tempi. Le continue variazioni sono naturali al nostro principio: avvegnachè, mentre i Cattolici si ancorano nell'autorità, noi ci atteniamo al giudizio de' singoli, al che ripugna la dogmatica immobilità.

Le moltitudini però non erano venute alla Riforma per argomentazioni teologiche, bensì alcuni per ismania di libertà, altri per bisogno di coscienza e pietà; sicchè adottavano, senza troppo analizzarli, i simboli e le confessioni, in cui i novatori formularono le loro dottrine. E furono due principali; la Confessione Augustana o de' Protestanti, a cui aderì la Germania; la Confessione Elvetica o degli Evangelici, nella quale si confusero gli Zuingliani. Al 1550 le credenze già eransi costituite decisamente ostili, e ciò ch'è notevole, nei limiti geografici che press'a poco conservarono, restando la principale divisione de' riformati in Luterani e Calvinisti: i primi che accettano il senso letterale delle parole della Cena, gli altri il figurato.

Fuvvi un nostro pittore che formò un quadro in tre piani. Sul più basso, Calvino distribuiva il pane benedetto, e pronunziava: «Questa è la figura del mio corpo». Nel successivo, Lutero nell'atto medesimo, diceva: «Questo contiene il mio corpo». Di sopra era il Salvatore che, comunicando i suoi apostoli, diceva: «Questo è il corpo mio».

Vi sottopose la domanda: «A quale dei tre crederemo?» Il quadro piacque, e dicono che molti convertisse; forse impedì si pervertissero.

DISCORSO XVII.
L'APOLOGIA CATTOLICA. CONSEGUENZE DELLA RIFORMA.

Continuando queste nostre escursioni, ci fermiamo un tratto per ripetere che non intendiamo farne un soggetto o un'occasione di polemica; eppure miriamo a combattere una grand'eresia de' giorni nostri, coll'ostinarci alla storia, all'accertamento de' fatti: eresia intendiamo non tanto in senso religioso, quanto nel senso che v'attaccavano i giureconsulti delle età passate.

E in vero già lo Spinosa avea stabilito «Ciò che la mia ragione non comprende, non può essere avvenuto»: i filosofi dell'età nostra si spinsero più avanti dicendo: «Ciò che la mia ragione comprende come possibile, deve essere». È la formola dell'uomo che crea tutto; è la conseguenza della critica della ragion pura, dopo la quale tutta la metafisica del panteismo piantasi sopra la teoria che tutto esiste nell'uomo e per l'uomo, nella ragione e per la ragione.