Anche la storia dunque non sarà il racconto di quel che fu; bensì di quel che la ragione riesce a trovare; e ne nasceranno quelle tante mostruosità, che la superbia letteraria e la goffaggine governativa oggi moltiplicano anche in Italia col titolo di filosofia della storia. La indagine de' fatti, la verificazione, il confronto, son vecchiaggini; ogni cosa si riduce a pretto empirismo, e l'empirismo è l'ultima degradazione intellettuale.

La storia consiste dunque nell'affermare intrepidamente; non badando nè alle tradizioni, nè ai libri, nè alle autorità, nè ai monumenti, nè al senso comune. Enunciata un'idea, non si curi di provarla; basta svilupparla, cioè offerirla sotto i più varj aspetti, come nel caleidoscopio; tanto meglio quant'è più strana; se da un motto torrà occasione ad abbattere una completa serie di avvenimenti; se con un epigramma manderà in aria tutto un sistema: subordinare tutta la storia alle leggi dell'automa umano s'intitola filosofia; come l'astrologia dell'astronomia, così le religioni non sono che le precorritrici della fisica, della quale è una continuazione l'ideologia.

Per verità da noi gli studj sono oggi così trascurati, che anche questi delirj non ebbero che qualche meschino divulgatore, e non conseguirono effetti durevoli neppure nell'opera del più applaudito fra' loro predicatori. Ma intanto le menti leggiere si lasciano affascinare da frasi, quanto più sono vaghe nel fondo ed assolute nella forma, e da libri ove la storia deve assumere il dogmatismo e la leggerezza d'un romanzo, e che studiata così, può appoggiare una teoria, non mai raggiungere il vero.

Per esempio, ci diranno: È indubitabile che per sola espansione naturale e spontanea delle sue facoltà, l'uomo un bel giorno improvvisò il linguaggio: — L'opinione che la Genesi sia opera di Mosè è al disotto d'ogni critica, nè noi dobbiamo discuterla: — Sono tre secoli che i pensatori tengono che il tutto è Dio, o che da Dio emana il tutto e a lui ritorna: — Il monoteismo non è idea propria che della stirpe semitica: — Le nazioni latine mancano di senso morale e d'ogni iniziativa religiosa: — La persecuzione è la prima delle voluttà religiose; e la coscienza cristiana lo comprese inventando quelle ammirabili legende, ove tante conversioni si operano per l'allettamento del supplizio: — Un pendio insensibile condusse dal paganesimo al cristianesimo, e la fede popolare salvò nel naufragio i simboli suoi più familiari: — Tutti i critici della detta Germania ammettono che i vangeli sono posteriori di almeno centrent'anni a Gesù Cristo, e sarebbe un ignorante chi credesse fossero conosciuti nel primo secolo: — Non v'è più chi dubiti che la dottrina di Cristo fu propagata arcanamente.....

Una volta libravansi gli attributi divini; i metafisici s'appigliavano all'ontologia; i teologi alla Scrittura; i poeti alle armonie del creato. Oggi la storia universale, che discute le origini e i progressi della società, hassi per un quinto vangelo, mentre i razionalisti ampliano i diritti e i limiti della ragione. Oggi la critica salta in mezzo colle civilità comparate, e colla superiorità di quelle ove esistono le credenze; e su queste posa il diritto, che altrove è sottoposto al successo e nelle coscienze all'utile. In conseguenza si confonde il soprannaturale col sopra intelligibile. Comprendere quello non possiamo, ma non perciò esso supera l'intelligenza. Dio è sovranamente intelligibile perchè sovranamente intelligente e base dell'intelligenza nostra, eppure trascende questa nell'essenza sua: ma ciò che in lui non comprendiamo non si discerne da ciò che comprendiamo. Altrettanto è nelle opere sue. Il soprintelligibile non è necessariamente sopranaturale, giacchè l'intelligenza nostra non è adequata a tutta la natura.

Oggi poi il lato storico di Dio e del suo Cristo è divenuto il principale studio della scuola teologica, e vedemmo di qual passo procedano i filosofi odierni della storia: l'asserire costa sì poco! Guai se il buon senso arresta queste indubitabilità, e dal vago dogmatismo richiama alla discussione! La taccia d'ignorante, di superstizioso è pronta: meravigliansi che costui non sappia che da non più di cinquant'anni esiste la vera storia: che solo a pochi genj è dato interpretare i documenti originali; genj abituati a svolgere l'eterno controsenso, che è il fondo della storia. Che se all'avversario non possono negare il merito d'erudito, gli rinfacciano che il troppo sapere è un ostacolo al creare; che ben si assimila soltanto ciò che si sa a mezzo; che le dottrine non si combinano se non coll'indovinare: gli diranno che, immerso nel passato, ignora l'ultimo stato della scienza, la neue philosophie, la quale ha diritto di sbeffeggiare tutte le precedenti, finchè domani non venga una neuste philosophie a sbeffeggiare lei a vicenda.

E il vulgo, che prima sbigottiva davanti a quelle demolitrici asserzioni, s'abitua ad accettarle, rinnega la propria ragione per siffatte intrepide autorità. Così viensi a ridere del miracolo, non si cerca se quella che ci danno è la storia dei fatti, o la storia della mente dell'autore; se questi, invece dell'umanità, non ha davanti Carlo o Giuseppe, e principalmente se stesso. In tempi dove nelle scuole più non s'insegna su di che si fondi la certezza, e quanta autorità abbiano i testimonj, e come si fili un raziocinio o si distrighi un sofisma e un paradosso, e a tener conto del senso comune, e valutare quella sincerità evangelica, che impone di dire sì al sì, e no al no, troppo è facile ottengano corso le più assurde temerità dell'orgoglio umano.

Tutto opposto è il procedimento evangelico; e perciò gli apologisti dovettero sempre usare la stessa arte, da Eusebio fino al Ghiringhello e al Perrone; fedeli alla sana critica, cercando le testimonianze storiche, chiarendo i fatti, accettando i soprannaturali che sorpassano l'intelligenza umana quoad modum, non quoad existentiam suam et per divinam virtutem; quanto cioè al modo con cui avvennero, non quanto all'avvenimento stesso: citando in prima i testimonj de' fatti, dappoi quelli che gli udirono dai testimonj, indi la storia; e l'esegesi adoprando severamente a mostrare con ingegnosi ravvicinamenti l'assoluta conformità dei vangeli colla storia, colle arti, coi monumenti.

Alle nostre ragioni, costoro dicono «Ma fate sempre le stesse risposte». Sì, poichè le stesse sono le objezioni, cioè il prodotto d'un orgoglio che non vuole accettare ciò che non intende. Dov'è a notare che i primi avversarj del cristianesimo non negavano gli atti, e tanto meno l'esistenza del Cristo, bensì quelli attribuivano a magia, a illusioni; e gli apologisti confutano questa supposizione pagana, non mai l'ipotesi mitica, che da nessuno era stata messa innanzi; e che il secolo nostro doveva attendere da qualche tedesco o francese, discosto xviii secoli da que' casi.

Ma l'apologia cattolica a' giorni del luteranesimo, non procedeva così maestosa, essendosi, come Dante si lamenta, derelitti l'evangelio e i dottori magni, e più ai decretali studiandosi. Baldanzosi nei diritti della ragione individuale, i predicanti dicevano al popolo: «Iddio ha parlato: qual bisogno che altri venga a spiegarvi quel ch'egli disse? Non è egli infallibile? Non vi diede il suo libro? e lume dell'intelletto per comprenderlo? I Cattolici fecero alla legge di Cristo quel che i Farisei aveano fatto alla giudaica, vi sostituirono le loro opinioni; levarono l'autorità alla parola divina per attribuirla all'uomo; il vaso conservò il nome, ma n'è svanito il profumo; il tempio di Dio fu convertito in bottega e in tana di ladroni. Sfogliate il Vangelo: dove trovate che comandi il celibato de' preti? o il digiuno, o la confessione auricolare? Una fede inculcata senza l'assenso della ragione, degenera presto in superstizione: la facilità dell'indulgenza e dell'assoluzione affida al peccare».