In conseguenza egli che, oltr'Alpe era reputato protettore degl'ingegni, e che aveva agevolata la fondazione del collegio trilingue a Lovanio[491], fu reputato un barbaro da cotesti umanisti ch'e' più non salariava, e che, dopo aver invano sperato che il suo zelo cessasse co' primi momenti[492], levaronsi in fuga beffando e bestemmiando: prorompe la sciagurata manìa delle satire e delle arguzie: tutti i Sesti (diceva un epigramma) han rovinato Roma[493]; il Negri querelavasi che tutte le persone per bene se ne partissero; il Berni avventava un capitolo violento contro di lui e dei quaranta poltroni cardinali che l'aveano eletto; e Pasquino il dipinse in figura d'un pedagogo, che ai cardinali applicava la disciplina come a scolaretti. Laonde fu inteso esclamare: «Quale sciagura che v'abbia tempi, in cui il miglior uomo è costretto soccombere!» In fatti egli pio e zelante fu reputato un flagello non minore della peste che allora infieriva; la morte sua fu salutata con pubblica esultanza, e alla porta del suo medico si sospesero corone civiche ob urbem servatam. E sono di gran verità i due epitafj destinatigli:

Hadrianus VI hic situs est, qui nihil sibi infelicius in vita quam quod imperaret duxit.

Proh dolor! quantum refert in quæ tempora vel optimi cujusque vita incidat.

Carlo V avea forse creduto che Adriano sarebbe tutta cosa sua, ma questi, ignaro de' destreggiamenti politici, stette fermo contro le pretensioni di esso e gl'intrugli de' suoi ministri e creati; non volle allearsi con esso a danni altrui: e fra l'altre amarezze ebbe quella di udir che Rodi era stata presa dai Turchi, e che questi minacciavano il regno di Napoli e la Sicilia: cercò che i principi cristiani si alleassero per resistere, ma Francesco I domandava innanzi tutto gli si restituisse il toltogli milanese[494].

Appena morto Adriano, Carlo V scriveva al suo ambasciatore che facesse riuscir il Medici, anche colla forza se i Francesi si opponessero[495]; e in fatti, per la solita altalena che ad un vigoroso fa surrogare un lasso, a un ascetico un politico e viceversa, nel nuovo conclave rivalsero i fautori de' Medici, e con arti che in allora furono denunziate come turpi, venne data la tiara a Giulio, figliuolo naturale di Giuliano De' Medici. Cavaliere gerosolimitano, destro in armi come in trattative scabrose e in giravolte cortigianesche e diplomatiche, fatto arcivescovo di Firenze e cardinale, era stato la mano dritta di Leon X suo cugino; ed allora assunse il nome di Clemente VII (1523 18 novembre).

Vanno concordi i contemporanei nel dargli lode che non tollerava simonia, non distribuiva i benefizj a capriccio, e in tutto esigeva la regolarità; invece di musici e buffoni, amava intertenersi con letterati, filosofi, teologi, ingegneri; generoso come tutta la sua famiglia, non donava nè prometteva l'altrui; e poichè le sue limosine non impinguavano i cortigiani, dispensieri della riputazione, passava per avaro e misero[496].

Aggiungasi che, trovato l'erario esausto per lo spreco di Leon X e per l'astinenza di Adriano VI, dovette mettere imposizioni e istituire Monti, e principalmente il Monte della fede per soccorrere Carlo V contro i Turchi.

Ma pretendeva all'infallibilità non meno nella politica che nella fede; sicchè, se ascoltava tutti, faceva poi a proprio senno; e alla conchiusione metteva la politica nell'irresolutezza, e l'abilità nel variare. Subito mandò fuori lettere ove, coi treni consueti deplorando le jatture della cristianità, ne accagionava le discordie de' principi e lo sformamento dell'ordine ecclesiastico; la correzione doversi cominciare dalla casa di Dio: egli emenderebbe se stesso; i cardinali facessero altrettanto; visiterebbe in persona tutti i principi onde concordare una pace; fatta la quale, celebrerebbe un concilio per restituirla anche alla Chiesa. Persuaso però che innanzi tutto bisognasse opporsi ai Turchi, e sopire l'incendio germanico, rassegnavasi a transazioni coi novatori.

Si dirà, tale essere lo stile delle autorità minacciate, riservandosi poi di eludere le promesse quando ripiglino fiato. Certo è che, sgomentato dall'assalto mosso all'autorità spirituale, vacillò sempre anche nel governo del temporale; ed anzichè accorgersi che questo non era mai stato altrettanto esteso e solido, non ebbe sentimento che della propria impotenza; sperò logorar Francia per mezzo dell'Impero, e l'Impero per mezzo della Francia, onde ora all'uno ora all'altra gettandosi, non amato da alcuno nè temuto, immensi mali trasse sopra l'Italia e sopra se stesso.

Non è da questo luogo il narrare come allora si esacerbassero le inimicizie fra Carlo V e Francesco I, il quale nella battaglia di Pavia cadde prigioniero (1525, 24 febbrajo); comprata la libertà, ne violò i patti, e ruppe nuova guerra, dove andarono a miserabile strazio la Lombardia e il regno di Napoli. Il papa, impaurito dall'ingrandire degli imperiali, e scontento di Carlo V anche perchè aveva ordinato che il regio exequatur fosse necessario alle bolle pontifizie in Ispagna, s'unì in una lega, per lui detta santa, coi Francesi e cogli altri, che pretessevano la solita maschera della indipendenza italiana. Lega a lui funestissima: perocchè subito i vassalli più potenti, e massime i Colonna, si rivoltarono contro Roma (1526), sopra la quale ben presto si difilò l'esercito imperiale, guidato dal connestabile di Borbone, francese traditore, messosi al servizio dell'imperatore.