Come il nome, così serbò i costumi primitivi; la fantesca che si menò dietro, dovea servirlo nè più nè meno di prima; pel pranzo non assegnava di là d'un ducato, che ogni sera dava di propria mano allo scalco, dicendogli, «Ecco per la spesa di domani», nè a più di dieci ducati doveva giungere quella della Corte. Leon X avea premiato gl'inventori di buoni bocconi; Adriano mangiava merluzzo, invece dei pesci fini celebrati dal Giovio, e s'impennò all'udire il costo di certe lucaniche, fatte con polpe di pavoni. Suggeritogli di prendere dei servi, rispose volere prima sdebitare la Chiesa; e udendo che Leon X teneva cento palafrenieri, si fece il segno della croce, e pensò che quattro sarebbero d'avanzo[481]. Avendo conferito un benefizio di sessanta scudi a un suo nipote, che, vacatone un altro di cento, glielo chiese, rispose con un gran rabbuffo che quello bastava a mantenerlo; e quando, vinto dalle istanze, glielo concesse, volle rassegnasse il precedente.
Allorchè egli entrò, Bernardino Carvajal, cardinale ostiense, gli recitò un'orazione, esponendogli sette ricordi, che sono: 1º eliminare le tribolazioni antiche, cioè simonia, ignoranza, tirannide e gli altri peccati; aderire a buoni consiglieri; reprimere la libertà de' governanti; 2º riformare la Chiesa secondo le leggi canoniche, sicchè più non somigli una congrega di peccatori; 3º i cardinali e gli altri prelati amare d'amor reale, esaltando i buoni, e provedendo ai bisognosi perciocchè in quell'altezza non s'avviliscano; 4º amministri la giustizia senza differenze; 5º sostenti i fedeli, massimamente nobili, e i monasteri nelle loro necessità, come usavano i papi buoni; 6º faccia guerra ai Turchi, perciò procurando denaro, e tregue fra i principi cristiani; 7º compia la basilica di san Pietro, parte a spesa sua, parte de' principi e popoli[482].
Frate Egidio Canisio da Viterbo già mentovammo come il più famoso predicatore d'allora, e il Sadoleto lo vanta per facilità del parlare toscano, e profondi studj di teologia e filosofia, talchè sapea (dice) nelle prediche piegar le menti, serenare le turbate, incalorire le tepide all'amore della virtù, della giustizia, della temperanza, alla venerazione di Dio e all'osservanza della religione; e senza divario di giovani o vecchi, d'uomini o donne, di primati o vulgari, tutti scotea con forza di ragionamento, fiume d'elettissime parole, d'eccellenti sentenze[483]. Non v'era solennità cui non fosse invitato a predicare, sicchè Giulio II riservò a sè il destinarlo: e sebbene il pochissimo ch'e' ci lasciò non giustifichi tanti encomj, tutti sono d'accordo nell'esaltarne la virtù e l'integrità, per le quali Leon X, che gli scriveva con famigliarità d'amico, lo ornò della porpora.
Egli dirigeva ad Adriano VI un commento sulla corruzione della Chiesa e le guise di ripararvi. A dir suo, la depravazione s'insinuò dacchè la facoltà di sciogliere e legare fu adoprata a vantaggio degli uomini più che a gloria di Dio. Conviene dunque limitarla, considerandola come uno de' principali uffizj del pontefice, e quindi adoprarvi il consiglio d'uomini, integri ed esperti; escludere le aspettative de' benefizj, che fanno desiderare la morte, quand'anche non la procurino; evitare l'avaro e ambizioso accumulamento di benefizj; reprimere l'ambizione dei monaci, che sotto la giurisdizione de' loro conventi tengono infinite parrocchie, affidandole a qualche prete amovibile e mal proveduto. La turpe vendita di cose sacre, ammantata col titolo di composizioni, repugna ai canoni, ispira invidia a' principi, e dà ansa agli eretici; sicchè dovrebbe restringersi l'uffizio del datario, che smunge il sangue dei poveri come dei ricchi. Nè le riserve di benefizj gli pajono oneste. Prima di concedere le grazie, si facciano da persone savie esaminare secondo la giustizia e l'equità; e così prima di promuovere a benefizj vacanti. A tutti poi gli uffizj si scelgano quei che più buoni, abili e fedeli, e si diano uomini alle dignità e alle amministrazioni, non queste ad uomini: le concessioni, gl'indulti, i concordati con principi si rivedano esattamente, acciocchè questi non usino e abusino verso secolari e verso ecclesiastici. Indecoroso e imprudente modo si tenne in maneggiare le indulgenze; sicchè voglionsi revocare le commissioni date ai Minori Osservanti, per le quali riesce svilita l'autorità episcopale. Nessuna cura paja soverchia nell'amministrare la giustizia; un cardinale robusto e savio riveda le suppliche sporte al papa; scelgansi con somma diligenza gli auditori di Rota, man destra del pontefice, ed abbiano un soldo fisso, anzichè impinguare sulle sportule, le quali sono cresciute a segno, che le cariche vendute un tempo a cinquecento ducati l'anno, or si comperano a meglio di duemila; come quelle degli auditori di Camera pagansi trentamila ducati, mentre dianzi valutavansi quattromila. Via via determina gli uffizj della giustizia; se ne rivedano le giurisdizioni e gli statuti, che buoni dapprima, poi depravaronsi; abbia riforma il governo delle Legazioni, dove vorrebbe che i legati non rimanessero oltre due anni, come pure i governatori e prefetti e gli altri uffiziali; tutti lasciassero una garanzia del loro operato, finchè subissero un sindacato; e a chi n'esce con lode, si attribuissero onori e comodi. I debiti onde Leon X gravò la sede col creare tanti nuovi uffizj che consumano l'anno centrentamila ducati delle rendite della Chiesa, si cercasse redimerli, e se ne esaminassero attentamente i titoli; non si surrogassero i vacanti, e gl'investiti medesimi si compensassero con altri benefizj. Si potrebbe pure alleggerire il debito col riservarsi una parte delle rendite di tutte le chiese ed un sussidio caritativo massime dai monasteri[484].
E Adriano nulla desiderava meglio che di riformare. Avendo già scritto sopra le indulgenze prima degli attacchi di Lutero, convinto per argomenti scolastici delle verità rivelate, trattava le nuove dottrine di insipide, pazze, irragionevoli[485]; non potea supporre buona fede ne' Protestanti, sebbene deplorasse fossero stati spinti alla disperazione col serrare loro in faccia le porte; e aveva esortato Carlo V a mandare Lutero al papa, suo giudice vero, che lo punirebbe secondo giustizia[486]. D'altro lato, venuto da contrade forestiere, restò colpito dagli abusi della Corte romana. Mandando nunzio alla Dieta di Norimberga Francesco Cheregato vescovo di Téramo, nelle istruzioni conveniva dei disordini: «Dirai che ingenuamente confessiamo che Dio permette questa persecuzione dei Luterani contro la Chiesa sua per li peccati degli uomini, e massime de' sacerdoti e prelati. Le Scritture gridano che i peccati del popolo derivano da quelli de' sacerdoti, e perciò, come scrive il Grisostomo, il Salvator nostro volendo curare l'inferma Gerusalemme, entrò prima nel tempio per castigare innanzi tutto le colpe de' sacerdoti, come medico che il male cura dalla radice. Sappiamo che in questa santa sede già da molti anni avvennero cose abominande, abuso delle cose spirituali, eccesso ne' mandati, tutto vôlto in peggio: nè è meraviglia se il morbo discende dal capo nelle membra, dai sommi pontefici negli inferiori. Tutti e prelati ed ecclesiastici deviammo dalle rette vie, nè vi fu chi facesse bene, neppur uno»[487].
Egli si fece promettere dai cardinali che smetterebbero le armi, non darebbero ricetto ne' loro palazzi a sbanditi e birbi, lascerebbero che il bargello v'entrasse per eseguire la giustizia. «Se gli ecclesiastici (scrive Giovanni Cambi) aveano barba grande alla soldatesca, o abito non lecito a preti, ei riprendevali; perchè era tanto scorsa la cosa, che portavano i prelati la spada a cavallo e cappa corta e barba. Ed io scrittore vidi un nostro fiorentino che era arcivescovo di Pisa, d'anni ventiquattro in circa, fattogli avere da papa Leone da un altro arcivescovo di Pisa ch'era ancor vivo con dargli uffizj di Roma in compenso e altri benefizj, in fatti comperato a dirlo in brevi parole, vederlo andare per Firenze il giorno a spasso a cavallo con una cappa nera alla spagnuola che gli dava al ginocchio, e la spada allato, e il fornimento del cavallo o mula di velluto a onore di Dio e della santa Chiesa: e il cardinale Giulio De' Medici sopportava tal cosa, e andava sempre alla Chiesa col rocchetto scoperto senza mantello o cappello, con una barba a mezzo il petto, e assai staffieri colle spade attorno, e senza preti e cherici: e a questo era venuta la Chiesa, d'andar in maschera cardinali e prelati, a conviti, a nozze e ballare».
Adriano, volendo correggere tutto e subito, consultava ora i Tedeschi ora gli Italiani, e pareangli facili le riforme, messe in discussione; ma quando volea ridurle in atto, riuscivangli impossibili. Perocchè v'ha abusi antichi, i quali, col resistere alla pruova del tempo, mostrano essere compatibili col bene, vi sono verità nuove che, avventando la società sopra un calle diverso, le riescono micidiali: sicchè ogni rivoluzione e per ciò che erige, e per ciò che demolisce, genera perturbamenti e conflitti. V'ha abusi così profondamente radicati, da far temere che colla zizzania si svelga anche il buon frumento, oltre che gl'interessi personali impediscono i buoni e pronti effetti. Perciò si lagnava egli della misera condizione dei pontefici, che, pur vedendo il bene, nol poteano effettuare. Chiamò per ajutarlo in tal uopo Giampietro Caraffa e Marcello Gaetano, austeri ecclesiastici; sgomentò coll'annunzio di volere recidere di colpo i disordini della dateria e della penitenzieria; col togliere le vendite simoniache, pregiudicava quelli che in buona fede le aveano prese in appalto; turbò le aspettative coll'abolire la sopravvivenza delle dignità ecclesiastiche: cinquemila benefizj rimaneano così vacanti, ed eccitavano speranze smisurate, che tutte trovavansi deluse; diffidando dei più come corrotti, era costretto porre il capo in grembo ai pochi cui credeva, e che lo tradivano; per togliere via le indulgenze voleva ripristinare le antiche penitenze, ma gli fu fatto intendere che, per serbare la Germania, mettevasi a rischio di perdere l'Italia. Ignoto alla Corte, senza appoggi di famiglia come straniero, nè creandosene di nuovi perchè esitava lungamente prima di conferire i benefizj e lasciavali scoperti per paura di darli a indegni. Adriano dibattevasi invano tra quell'inestricabile labirinto. Mentre si trovavano ora ingiuste, ora impossibili le sue proposte da quegli stessi che più le aveano reclamate, i Protestanti interpretavano in sinistro la sua candidezza, menando trionfo delle sue confessioni sugli scompigli della curia. Gli furono anche mandati Cento gravami della nazione tedesca, ove Roma era rimproverata di sordidezza, d'indecenza l'uffiziatura della basilica vaticana; negligersi gli ospedali e le altre opere pie: lasciare le meretrici procedere con pompa matronale sopra le mule, e corteggiate dalle famiglie di prelati; tollerarsi nimicizie aperte e sanguinose fra i grandi[488].
Allora si sviluppò quell'oidio, che guastò e guasta tante promettenti vendemmie: il malcontento. Quella sua semplicità, quel dire la messa e l'uffizio tutti i giorni eccitarono le risa nel palazzo abituato con Giulio II e con Leon X. Da un pezzo non v'erano papi forestieri; e di questo, che neppure parlava la lingua italiana, facevano beffe o fingeano sgomento i nostri letterati. La gente, avvezza a vivere dietro ai prelati, ne sbertava la miseria. «Egli è un tedesco; povera Italia! (dicevano); sente di luterano: povera religione! Certo e' si piglia i cardinali, e ce li porta a un nuovo esiglio d'Avignone».
Giulio II era entrato nella scena del mondo da gran principe, scotendosi dalle piccolezze de' predecessori, e col sentimento della propria forza volea dominar gli eventi, muover principi e repubbliche secondo i suoi intendimenti, respingere i tiranni, non per vantaggio suo, ma della santa sede, e proclamò i diritti che i popoli hanno sul proprio suolo. Dopo di lui, il papato si trovò immolato ai principi, l'Italia agli stranieri; i pontefici cessarono di proteggere i deboli, e gettaronsi in braccio ai forti, sentendo ch'era necessario un appoggio per tener in rispetto i vicini, e garantire l'indipendenza spirituale, minacciata dalla Riforma. Di qui l'anguillare di Leon X. Adriano VI struggeasi di riparar ai torti de' predecessori, ma troppi interessi l'attraversarono; l'austerità di papa comprometteva l'opera di sovrano: l'intempestiva sua condiscendenza ai riottosi disgustava i depositarj della tradizione papale: e barbaro era reputato perchè non comprendeva i bisogni intellettuali ed artistici della città eterna[489].
Realmente egli non intese mai come negli intelletti italiani s'elaborasse l'elemento pagano collo spirito indigeno; come colle arti, fatte linguaggio della religione, i papi volessero mostrare quanta ispirazione ci fosse nel cristianesimo, e capitanare i grandi ingegni, e tenere a loro disposizione non soltanto la manifattura ma l'ispirazione, e il mondo che ridiveniva greco, e che dalla fierezza germanica tornava all'oscenità gentilesca. Mancante del sentimento dell'arte, Adriano suspecta habebat poetarum ingenia, utpote qui minus sincero animo de christiana religione sentire et damnata falsissimorum deorum numina ad veterum imitationem celebrare studiose dicerentur[490]; essendogli mostrato il Laocoonte, esclamò: «Idoli pagani»; e torse gli occhi dalle classiche nudità.