Sarebbesi detto rinnovato l'accordo fra lo scettro e il pastorale, mentre invece questo soccombeva a quello; andava spezzata la monarchia universale per dar luogo a principati nazionali, emuli astiantisi; l'Italia cascava ancella degli stranieri, e per l'ultima volta l'imperatore universale giurava lealtà e fede davanti all'universale ministro della verità e della giustizia. L'unità, come nella Chiesa, così era finita nel mondo; i principi sarebbero uomini, sostenuti soltanto dalla forza, combattuti dall'esame e dall'insubordinatezza, sbalzati da non più cessabili rivoluzioni, non fidenti che negli eserciti, sinchè venga il giorno che anche gli eserciti ragionino e discutano l'obbedienza, e si compia il trionfo dell'individuo, che surroga se stesso al bene comune.

Fra le condizioni poste alla liberazione del papa fu il convocare un Concilio generale.

Quel disordine degli spiriti, quel rinegare ogni autorità facea spavento a Carlo V, che al cardinale Campeggi ripeteva, il Concilio essere necessario non tanto per riformare gli ecclesiastici, quanto e molto più per i laici, ch'erano declinati dalla vera via; e se nol si facesse, pensava non debba, fra termine di dieci anni, esser uomo che possa sotto obbedienza reggere dieci case, non che Stati, regni ed imperi[504].

Ma la fede cattolica trae sua forza dall'essere una, e conservarsi inalterabile. Parlare dunque di riformare la fede era un rinegarla, era non meno una contraddizione che un'empietà: un obbligare il mondo a credere alla Chiesa mentre ella stessa repudiava la propria infallibilità. Sonava dunque assurda la domanda che, in tal senso, ne faceano i Riformati.

Repugnava poi Clemente VII a raccorre il Concilio, principalmente per la controversia se questo sia o no soggetto al papa. Dagli ultimi convocati erasi visto che, adunato che fosse, il Concilio si pretendea superiore al papa; questo il negava; ne nascea scisma; eleggeasi un antipapa; disordine che riuscirebbe d'immensa ruina nelle agitazioni presenti[505]. Pure alfine Clemente aderì, e di propria mano scriveva a Carlo V:

«Carissime in Christo fili noster, salutem, et apostolicam benedictionem.

«Ho inteso per la man propria di Vostra Maestà, e per quello, che m'ha referito l'oratore Majo, e m'ha ancor avisato il Legato, che il parer di quella, e di quelli signori elettori, e principi che sentono bene nella fede christiana, che sia necessario, per estirpare li errori che sono in quella nazione, è assentire che si convochi il Concilio dimandato, ma con condizione, che gli eretici desistano da' loro errori, e si conformino a vivere cattolicamente nella fede e obbedienza della santa madre ecclesia. Sopra la qual proposta avendo consultato con quelli cardinali, che ho deputati nella causa della fede, siamo stati tutti ardentissimi in questa sentenzia, che sia da condiscendere prontamente e alla convocazione del Concilio e a tutte le provisioni che tendano ad eradicare l'eresie, perchè così conviene al servizio di Dio e alla salute universale della cristianità. Vero è che, molti di loro, ancorchè desiderino sommamente questo fine, non risolvono totalmente che la convocazione del Concilio sia mezzo sicuro, o conveniente a conseguirlo, giudicando, che sia di grande imprudenza alla Chiesa di Dio il consentire che si torni a disputare di quelle cose, le quali in altri tempi sono state dichiarate da Concilj, e osservatesi lungamente da tutti li Cristiani; perchè la sede apostolica è stata consueta concedere i Concilj alli eretici quando l'opinioni loro, se bene erano erronee, o contra il rito universale della Chiesa, non erano ancor state riprovate o dannate. Ma il voler ora mettere in dubbio quello che hanno determinato i Concilj, par loro cosa scandalosa, di mal esempio, e con poca dignità di questa sede, nè sperano, che alla medicina di questi errori abbi a conferire più l'autorità del futuro Concilio, che faccia ora quella delli passati, celebrati da tanti santissimi e dottissimi Padri, le sante determinazioni dei quali chi sprezza, non si può sperare che non abbia a fare il medesimo di quello, che per l'avvenire si determinasse, nè si possono persuadere che la dimanda, che essi fanno del Concilio, tenda ad alcuno fine laudabile, anzi, che come sempre sogliono fare gli eretici, abbia nascosto qualche pestifero pensiero, che possa esser causa di maggior confusione e disordine. E tanto più inclinano li cardinali predetti in questa opinione, quanto par loro che il tempo di convocarlo non sia al presente molto opportuno, non tanto per guerra che si potesse temere in tra Cristiani, circa la quale molto prudentemente discorre la Maestà Vostra, quanto per il pericolo della guerra del Turco, del quale, come sa ben Vostra Maestà, sono le minaccie e apparati grandissimi di invadere l'anno futuro con ogni sforzo la cristianità; al qual tempo essendo impossibile, che ancora sia indrizzato il Concilio, pare da considerare bene quanto danno potria generare, mentre si attendesse al Concilio, se urgesse nuova guerra dagl'inimici della fede, perchè bisognerebbe, per attender al Concilio, negligere le provisioni tanto necessarie per la difesa della cristianità, che sarebbe cosa perniciosa, o per provedere alla guerra, lasciare il Concilio imperfetto e questo si può più facilmente dire che fare, perchè serrandolo senza la satisfazione delle nazioni, potria facilmente partorire scisma, o qualche grave scandalo nella Chiesa di Dio, la qual satisfazione universale delle nazioni, quanto la Maestà Vostra e io ci possiamo poco promettere, lo dimostra, oltre alle altre ragioni, l'esperienza delle difficoltà, che ora sente Vostra Maestà a potere in cose tanto giuste disporre d'una minima parte di quella nazione sola. Le quali difficoltà nel tempo d'un pericolo tale, facilmente aumenterebbono; perchè gli eretici e maligni pigliarebbero le necessità per occasione di ottenere qualche cosa perniciosa alla santa fede cattolica. Alla corroborazione della quale nessuno rimedio è di più autorità, più santo, e cagione di maggiori beni, che la convocazione del Concilio, quando si fa per cause, con mezzo e in tempo convenienti, per contrario nessuno più pericoloso, e per partorir maggiori mali, quando non concorrono le circostanze debite, o vi nasca qualche accidente che lo disordini. Le quali ragioni insieme con le altre allegate da cardinali predetti, avrebbono forse tenuto dubbio l'animo mio, se in me non avesse potuto più l'autorità di Vostra Maestà, la qual conoscendo io religiosissima, veramente cattolica, e devotissima della sede apostolica, e non meno prudentissima e circospetta, e considerando che, per trovarsi presente in quella provincia, per sanità della quale si propone questo rimedio, può facilmente intendere quello che li sia necessario, più che non possono coloro, che ne sono lontani, mi rendo certissimo che non desidererà, nè proporrà cosa che non sia utile al servizio e al bene universale della cristianità. E però, pregatala prima che esamini maturamente, e consideri molto bene quello che sia al proposito de' fini sopradetti, dico a Vostra Maestà che io son contento, che quella, in caso giudichi esser così necessario, offerisca, e prometta la convocazione del Concilio, con condizione però, secondo che scrive anco Vostra Maestà, che appartandosi da' loro errori, tornino incontinente al vivere cattolicamente, e all'obbedienza della Santa Madre Chiesa, e secondo i riti e dottrina di quella, infino a tanto che dal Concilio fosse determinato in altro modo, all'obedienza e determinazione del quale in tutto e per tutto si sottomettano; senza le quali condizioni è notissimo quanto saria scandaloso e di pessimo esempio a concedere il Concilio. E in questo è necessario che Vostra Maestà avvertisca diligentemente, che queste condizioni si promettano e eseguiscano in modo che possiamo esser sicuri, che gli eretici, ottenuta la convocazione del Concilio, non tornino a' pristini errori, perchè sarebbe cosa scandalosissima; e sarebbe manifesto ad ognuno, che dal proseguir in tal caso più oltre, non si potrebbe aspettare la reformazione degli errori, che desidera, ma non altro che frutti pestiferi e venenosi; a che siamo certissimi che Vostra Maestà avvertirà, dalla quale subito che avremo avviso che loro abbiano accettato, e osservino questa condizione, si convocherà il Concilio per quel tempo che sarà giudicato espediente. Il quale Vostra Maestà si prometta che sarà con più brevità si possa, la quale son certo che, per quello che sopra questa materia parlammo in Bologna, e per quanto conosce dell'intenzion mia al bene universale, non dubiti, che da me non sarà interposta dilazione alcuna. In che non mi estenderò altrimenti, perchè in tutte le cose e pubbliche, e che concernono il particular mio, io ho fede grandissima in Vostra Maestà non meno che in me proprio, e la quale non è mai per mancare. Così mi persuado che Vostra Maestà si confidi che io proceda sempre seco con tutta la libertà e sincerità che sia possibile. E perchè io ho veduto li articoli proposti da quelli eretici, giudicherei necessario che Vostra Maestà li ammonisse a restringerli solo a quelli punti nei quali pretendono avere più causa da dubitare, perchè si fugga la lunghezza, che sarebbe infinita, e si moderi quanto si può l'inconveniente di avere a ritrattare le cose stabilite nelli altri Concilj. Statuirassi ancora al medesimo tempo il loco, nel quale si abbi a convocare, sopra che intenderei volentieri il parere di Vostra Maestà, perchè a me nè per commodità propria, nè per alcun particolar rispetto importa più un luogo, che un altro, avendo massime ad intervenirvi Vostra Maestà. Ma per quanto mi occorre di presente, essendo sommamente necessario che il Concilio non si celebri altrove che in Italia, crederei che Roma dovessi satisfare a ciascuno per l'opportunità grandissima che ha di sostener tanta moltitudine, quanta vi concorrerà, e poichè questo Concilio non si convoca per causa di scisma che sia nella Chiesa di Dio, nè per dissensione che sia tra principi cristiani, che potriano dar cagione d'allegar la suspizione de' luoghi, ma solo si propone per purgar la cristianità dall'eresie, e per l'espedizione contra infideli, par molto conveniente che si convochi in quella città, che è capo di tutta cristianità, e dove per il passato sono stati celebrati tanti Concilj a che m'inclina ancor assai il conoscere che, se dopo tante calamità che ha patito, se le aggiunge una sì lunga assenza della Corte, saria quasi causa dell'ultima sua ruina. Pur quando Roma non satisfacesse, che a mio parere dovria satisfare, e si potria provedere che nessuno la recusasse per non sicura, ci è Bologna, Piacenza, Mantova, tutte città capaci, come sa Vostra Maestà, delle quali, o di qualch'altra che fusse a proposito, si farà risoluzione.

«Circa gli abusi, aspetto risposta dal Legato, a cui feci scriver, alli dì passati, che avvisasse sopra che si desidera riformazione, e venuta che sia la risposta, si piglierà tal forma, che ognuno conoscerà che l'intenzion mia è di corregger le cose che fossero inoneste, e di satisfare in tutto ciò che si potrà, agli amorevoli e prudenti ricordi di Vostra Maestà, con la quale, per non la tediar più, mi rimetto a quanto sopra questa materia ho scritto anco al Legato, e parlato con M. Majo suo oratore: pregando sempre Dio che le conceda quanto lei desidera. Da Roma, all'ultimo di luglio 1530».

Ai 18 novembre tornava sul medesimo promettere, e soggiungeva: «Se convenisse che io da me solo ne deliberassi, confido tanto nell'amore e prudenza della M. V. che, senza aspettar altro, le direi assolutamente di voler seguire in tutto il consiglio e voler suo. Ma per esser cosa che tocca a tutta la Chiesa e la cristianità, prima che possa risolutamente risponderle è conveniente che consulti con li cardinali, e intenda bene l'inclinazione degli altri principi al Concilio»[506].

Intanto Clemente VII, che, come dice il Guicciardini, per troppa finezza di vedere, scorgeva tutte le possibilità e in conseguenza vacillava, cercavasi altri alleati. E prima sperò negli Svizzeri, e l'Aleandro al Sanga da Brusselle il 14 novembre 1531 scriveva: «Si trova per le istorie che le grandi eresie mai non si estinguono se non col sangue. Se Dio vuol far così ancor di questa, niun modo pare potesse esser miglior di questo, perchè, per esser gli Svizzeri vicini all'Italia, facilmente con ogni piccola cosa si potrà soccorrerli, e puossi veder buon conto dell'amministrazione del denaro, e andar porgendo ajuto alla giornata. Il che non saria così se l'impresa si fesse in mezzo alla Germania, e che più è, saremmo fuora di quel timore ch'era, se si faceva impresa generale contro Luterani, che la Germania tutta si unisse contro noi...... Quella parte di Svizzeri ch'avrà più archibusieri, ancor che sia in minor numero di picche, sarà vittoriosa, perchè si sa ben quanto gli altri Svizzeri temono e buttano giù le picche, visti gli archibusi.....