«Molto mi meraviglio e dolgo ch'a questa tanto santa occasione, tutti li re, principi e popoli non si muovano a contribuir qualche somma di denari, e præsertim li signori Veneti, che sono confinanti per più bande a' Luterani; che se Svizzeri cattolici perdono, la vigilia loro saria la festa di questi»[507].
Clemente trescava pure con altri, e il Sanga ad esso Aleandro nunzio apostolico scriveva da Roma il 12 settembre 1531, che il duca di Ferrara cercava ogni modo di nuocere al papa, e avea fatto saper all'imperatore d'aver intercette lettere, per le quali il papa a Inghilterra e Francia prometteva tutto, purchè non si facesse il Concilio. «Il che quanto sia lontano dal vero, nessuno lo sa meglio di vostra signoria, qual sa in questo l'animo buono di Sua Santità». Il papa se ne duole coll'imperatore stesso in iscritto, domandando sieno prodotte le lettere stesse, e non voler aquetarsi benchè l'imperatore si mostri certissimo della buona intenzione di Sua Santità. «E parli qui francamente, che mai fu falsità più falsa di questa»[508].
Alfine Clemente si fissò colla Francia, a' cui dominatori sempre si volsero i papi nelle loro angustie, chiaminsi Carlo Magno o Napoleone III. Sperando dunque che Francia lo sorreggerebbe nelle sue ambizioni domestiche, e rimarrebbe fedele all'antico simbolo, mosse egli stesso a trovar Francesco I. Al colloquio erasi assegnata Nizza, ma il duca di Savoja ebbe gelosia di lasciarla occupare da navi pontifizie, ond'egli andò a Marsiglia (1533, 13 ottobre) col pretesto di condurvi sua nipote Caterina, figlia di Lorenzo De' Medici duca d'Urbino e di Maddalena de La Tour d'Auvergne, promessa sposa ad Enrico, secondogenito di Francesco I. Quanto quello di Bologna coll'imperatore, solennissimo fu il ritrovo davanti a' maggiori dignitarj di Roma e di Francia. Seduto in eccelso trono, il pontefice ricevette il re, che davanti a lui piegò il ginocchio, giurogli obbedienza, e gli baciò i piedi, la mano e la stola; il primogenito del re fu ammesso al medesimo favore; i due più giovani figli baciarongli la mano e i piedi; i soli piedi gli altri della Corte. L'arcivescovo di Parigi a nome del suo signore professò che il re cristianissimo, come primogenito della Chiesa, lo riconosceva in tutta umiltà e devozione qual pontefice e vero vicario di nostro signor Gesù Cristo; lo venerava come successore di san Pietro, e gli prestava obbedienza e fedeltà; offrendosi a tutta sua possa per la difesa sua e della santa sede apostolica, al modo che aveano fatto i suoi predecessori.
Ma se il re, tornando da quel congresso, diede severi ordini per «far processi contro chi fosse convinto del delitto d'eresia che pullula e cresce nella buona città di Parigi» (10 dicembre 1533), seguitò per altro i consigli della politica sostenendo la Lega Smalcadica de' Protestanti tedeschi contro Carlo V imperatore di Germania: vale a dire, puniva chi non andasse alla messa, favoriva coloro che la messa aveano distrutta.
Questo buon re Francesco, il protettore delle lettere, che i palazzi suoi facea costruire dal Primaticcio, dipingere da Leonardo, fregiare da Benvenuto: che volle essere armato cavaliere da Bajardo senza paura e senza taccia, al 21 gennajo 1535 assisteva in Parigi al supplizio di sei Luterani. Venivano in solenne processione i vescovi, i dottori della Sorbona, i dignitarj, poi il re a capo scoperto, con una torcia in mano, e dietrogli principi e principesse e cortigiani. L'arcivescovo portava il Santissimo, pel quale erano stati costruiti sei altari di riposo; e a canto a ciascuno una forca e un rogo. Il popolo trasaliva d'insulti e d'impazienza, volendo colle proprie mani straziare gli infelici condannati; i quali erano avvinti a una trave in bilico, che calava per tuffarli nella fiamma, e risaliva sinchè questa non consumasse le corde. Cominciava l'orribile altalena allorchè il re avvicinavasi, ed egli, giunto a quel posatojo, cedeva la torcia al cardinale di Lorena, prosternavasi a fare l'adorazione, intanto che si compiva il supplizio de' condannati; poi ripigliava la torcia e la via. Al termine della quale tenne un discorso contro la perversa setta, protestando che, se ne sapesse infetto uno de' proprj membri, lo taglierebbe; se un suo figliuolo, lo sagrificherebbe egli stesso[509].
E le persecuzioni continuarono un pezzo; e il giugno 1540 un editto da Fontainebleau ordinava ad ogni balìo o siniscalco, procuratori, avocati del re di cercare i Luterani, per darli al giudizio delle Corti supreme, altrimenti perderebbero l'uffizio.
Le nazioni non hanno dunque di che rinfacciare l'una l'altra; meglio è che, disapprovando le violenze d'allora, imparino la tolleranza, tanto predicata eppur tanto poco ottenuta in questo nostro tempo di sì caldi e sì poco leali partiti. Noi siamo lieti di trovare che papa Paolo, saputo di que' supplizj, altamente li disapprovò, benchè da buona intenzione: rammemorando che Cristo usò più misericordia che rigorosa giustizia; nè doversi con morte tormentosa far disperare un uomo, che pur potrebbe mutare di credenze[510].
DISCORSO XIX.
IL VALDES.
Allorchè le bande di Carlo V saccheggiarono Roma, e l'Europa era piena delle oltraggiose miserie ivi sofferte o recate, un giovane spagnuolo dettava un dialogo, ove suppone che a Valladolid un soldato, reduce da quel misfatto, s'incontri in un arcidiacono e nel cortigiano Lattanzio, e gliene divisi le particolarità. Lattanzio non rifina di stupire che un papa faccia guerra, e guerra contro l'imperatore: tutt'altro essere l'uffizio del vicario di Cristo. Il soldato risponde che di ciò non prendesi meraviglia in Italia, anzi v'è tenuto da nulla un papa che non maneggi le armi. Descrivendo poi quell'atroce catastrofe, nelle particolarità rilieva ciò che reca disonore al clero; il cortigiano ve lo attizza colle sue suggestioni, e conchiude ammirando i giudizj di Dio, il quale castigò in tal modo le ribalderie del papa e de' suoi[511]. Perocchè della guerra attribuiva la colpa al papa e a Francesco I, scagionandone Carlo V, lo che adempie pure in un precedente dialogo fra Caronte e Mercurio, ove dalle anime che arrivano al tragitto d'Acheronte fa raccontare molti abusi, l'opposizione fra la dottrina cristiana e la pratica, e passando a scrutinio un teologo, un frate, un vescovo, una donna e così via, mostra il peggiorarsi della razza umana. Al gusto odierno dee sapere di strano l'udire Caronte e Mercurio discutere del vangelo: ma le son licenze comuni a questi dialoghi de' morti.
Autore n'era Giovanni Valdes, persona di alta nascita e di molto merito alla Corte di Spagna.