Il tono di quei dialoghi, le accuse prodigate ai pontefici e alla Chiesa indignarono molti, e il mantovano Baldassar Castiglione, famoso autore del Cortigiano, che nel 1524 era ito nunzio del papa in Ispagna, e che morì a Toledo il 1529, si credette in dovere di denunziar severamente il Valdes al papa e all'imperatore. Lagnossene egli, quasi fosse venuto meno alla cortesia mostratagli, e avesse condannato il libro senza conoscerlo. Il Castiglione gli rispondeva una lunga lettera, professando d'avere denunziato quel libro con piena conoscenza, e perchè vi côlse un mar di errori e di calunnie contro le cerimonie, le reliquie, la religione stessa. E qui ragionando punto per punto, non gli perdona il dichiarare empietà che uno dica la messa in peccato. Se un prete è malvagio, se celebra appena levatosi d'accanto a una donna, forse ciò giustifica il rubare gli ostensorj e gl'incensieri? Le ricchezze sono bene spese in onor di Dio, e lo credeano persino i Pagani: ond'è mal gusto quel suo cuculiare le magnificenze del culto. Nè minor torto ha quando scusa Lutero, e trova bisognasse, prima di condannarlo, correggersi delle colpe ch'egli rinfacciava. Di rimpatto il Valdes non v'è obbrobrio che risparmii a Clemente VII, e ciò per discolpare l'imperatore; quell'imperatore che al papa professava affezione e ossequio, al tempo stesso che lo lasciava depredare e oltraggiare in tal guisa, che agli Spagnuoli stessi dolse di quella tragedia. Solo il Valdes esortava Carlo V a tenere cattivo il papa, e giacchè l'aveva in mano, non perdere sì propizia occasione di emancipare la cristianità. «Voi dunque, nuovo riformatore degli ordini e delle cerimonie cristiane, nuovo Licurgo, nuovo conditor di leggi, correttore de' santissimi concilj approvati, nuovo censore de' costumi degli uomini, dite che l'imperatore riformi la Chiesa con tener presi il papa e i cardinali? e che facendolo, oltre al servizio di Dio acquisterà ancora nel mondo gloria immortale? E volete indurlo a far così empia azione?....... Ah impudente! ah sacrilego! ah furia infernale!..... E non temete che Dio mandi il fuoco dal cielo che v'arda?» E qui, ritorcendo l'argomentazione in invettiva, gli preconizza un san-benito.
Non erano materie dove si facesse a credenza; e il Valdes stimò prudente abbandonare la Spagna, ricoverandosi a Napoli, ove il dominante era ancora Carlo V, ma i privilegi nazionali teneano in freno il Sant'Uffizio. Il Llorente, storico dell'Inquisizione parabolano e sempre mal informato come mostreremo, dice abbandonasse la Spagna perchè condannato d'eresia. Nol fu mai da vivo: sol dopo morto fu tenuto per capo d'eretici, ma non si specifica di quali eresie peccasse, e ogni Chiesa dissidente vorrebbe trarlo a sè, fin gli Antitrinitarj. Quest'è certo ch'egli può stare alla testa de' riformati italiani. In Napoli fu carezzato, stette segretario del vicerè Toledo, e scrisse varie opere, fra cui i filologi lodano il dialogo sulle lingue, nel quale fa da due Italiani e due Spagnuoli discorrerne sulla spiaggia di Napoli.
Quivi introdusse i libri di Lutero, di Bucer, degli Anabatisti che avea conosciuti in Germania, e fece proseliti. Pubblicò un commento delle Epistole di san Paolo (Venezia 1556) e riflessioni sopra san Matteo e sopra alcuni salmi, dedicate a Giulia Gonzaga del ramo di Gazzuolo, duchessa di Trajetto a Fondi, donna di sì famosa bellezza che Solimano granturco desiderò vederla, e mandò il terribile Ariadeno Barbarossa per rapirla, al che poco mancò riuscisse mentr'ella stava a Fondi con papa Leone[512]. Dopo vedova del famoso Vespasiano, essa adottò per impresa un amaranto e il motto Non moritura; e passata a Napoli nel 1537 per certi litigi, in casa sua teneva un circolo, ove disputavasi di materie religiose. Del Valdes citasi pure un «Avviso sopra gl'interpreti della santa scrittura», ove sostiene che noi fummo giustificati per la passione di Cristo, e che possiamo conoscere con certezza la nostra santificazione.
Nel catalogo dei libri proibiti pubblicato da monsignor Della Casa è notato Il modo di tenere nell'insegnare e nel predicare al principio della religione cristiana, libriccino il qual è solamente di tredici carte in ottavo; e il Vergerio, postillando esso catalogo, attribuisce quell'opuscolo al Valdes, e non rifina di lodarlo, facendo le meraviglie che si riprovi chi predica Cristo sinceramente e prudentemente, mentre si tollerano e lodano le sguajatezze del Barletta, tutto buffonerie ed empietà.
L'opera capitale del Valdes è quella stampata a Basilea nel 1550, col titolo Le cento et dieci divine considerationi del signor Giovanni Valdessa; nelle quali si ragiona delle cose più utili, più necessarie et più perfette della cristiana professione. Nella prefazione, Celio Secondo Curione «servo di Gesù Cristo, a tutti quelli i quali sono santificati da Dio Padre, e salvati e chiamati da Gesù Cristo nostro Signore» augura: «la misericordia, la pace et la carità di Dio vi sia moltiplicata». E comincia: «Ecco fratelli, noi vi diamo non le Cento novelle del Boccaccio, ma le Cento e dieci considerazioni del Valdesio, e di quanta importanza sieno vengo a dichiararvi».
E continua che «de' molti i quali scrisser delle cose cristiane, chi meglio e più saldamente e più divinamente il fece è Giovanni Valdesio, dopo gli apostoli ed evangelisti». Esaltandone i pregi, professa che di questo grande e celeste tesoro siamo tutti debitori a monsignor Pietro Vergerio, come stromento della divina provvidenza in farlo stampare, acciò da tutti potesse essere veduto e posseduto. «Egli, venendo d'Italia, e lasciando il finto vescovato per venire al vero apostolato, al quale era chiamato da Cristo, portò seco di molte belle composizioni, e fece come si suol fare quando, o per incendio della casa propria o per sacco e sterminio di qualche città, dove ogni uno scampa le più care e più preziose cose ch'egli si trova in casa: così il nostro Vergerio, non avendo cosa più cara che la gloria del Signor Nostro Gesù Cristo, ne recò seco di quelle cose le quali ad illustrarle ed allargarle servir potevano». Soggiunge che fu dallo spagnuolo, da persona degna in lingua italiana tradotto. Del Valdes racconta che «non seguitò molto la Corte dopo che gli fu rivelato Cristo, ma se ne stette in Italia, e fece la maggior parte della vita sua a Napoli, dove, con la soavità della dottrina e con la santità della vita guadagnò molti discepoli a Cristo, e massime fra gentiluomini e cavalieri, e alcune signore lodatissime. Pareva che costui fosse da Dio dato per dottore e pastore di persone nobili e illustri; ha dato lume ad alcuni de' più famosi predicatori d'Italia..... Morse in Napoli circa l'anno 1540, lasciando altre belle e pie composizioni, le quali per opera del Vergerio, com'io spero, sarannovi comunicate».
Cominciò di quel tempo a correre per Italia un opuscolo, intitolato del Benefizio della morte di Cristo, senza nome «acciocchè più la cosa vi muova che l'autorità dell'autore». Sul qual autore faremo indagini altrove; qui basti dire che a moltissimi fu attribuito; e ch'è uno de' libri di più bizzarra fortuna, talchè potrebbe prendersi a simbolo delle vicende della Riforma in Italia. Dato fuori nel 1542; stampato poco dopo; diffuso, dicono, a quarantamila esemplari, si riuscì a sopprimerlo a segno, da più non trovarsene esemplare; lo Schölhorn e il Gerdes, tanto solleciti raccoglitori in questo genere, nol seppero rinvenire; Mac Crie, Mac Aulay, Ranke lo dichiararono irreparabilmente perduto. Ma nel 1774 un tal dottore Antonio Ferrario di Napoli ne avea deposto un esemplare nel collegio di San Giovanni in Cambridge, con uno della traduzione francese del 1552. Ivi testè fu ritrovato; indi un altro nel 1857 nel collegio medesimo, ch'era appartenuto a Laura Ubaldina, poi al vescovo Moore, poi a re Giorgio I, il quale lo donò ad essa biblioteca. Una traduzione in croato, edita il 1563, era stata dal celebre filologo Kopitar donata alla biblioteca di Lubiana, dove giace pure un esemplare dell'italiano. Se l'essersi distrutte tutte le copie dell'italiano può darci argomento della potenza dell'Inquisizione, è inesplicabile che non si facessero più ristampe nemmanco delle traduzioni, talchè d'esse pure v'avea tanta rarità, finchè il reverendo Ayre riprodusse nel 1847 la versione inglese, sulla quale si fece una versione italiana, stampata a Pisa nel 1849, ed una migliore colla data di Firenze; poi scopertosi l'originale, fu diffuso dalla società biblica e si venne così a conoscerlo ed a parlarsene[513].
È un opuscolo in buon italiano, dove è asserito che, avendo Cristo versato il sangue per la salvezza nostra, noi non dobbiamo dubitare di questa, anzi conservare la massima tranquillità. S'appoggia ad autorità antiche per affermare che coloro, i quali rivolgono le anime a Gesù Crocifisso, e si affidano per mezzo di esso a Colui che non può ingannare, sono liberati d'ogni male, e godono il perdono di tutte le colpe.
Il peccato originale (insegna) fu causa de' nostri mali, ma non li conoscevamo sin quando non fu data la legge. Il primo ufficio di questa fu appunto far conoscere il peccato; il secondo ingrandire il peccato, vietando la concupiscenza; il terzo dimostrare lo sdegno di Dio a coloro che non osservano la legge; il quarto incutere timore all'uomo; il quinto costringerlo a rivolgersi a Gesù Cristo, dal quale unicamente dipendono la remissione de' peccati, la giustificazione e tutta la salute nostra. Se il solo peccato d'Adamo bastò, senza colpa nostra, a rendere peccatori noi tutti, a più forte ragione la giustizia di Cristo avrà forza di renderci tutti giusti e figli della Grazia, senza cooperazione nostra: la quale non può essere buona se prima noi stessi non siamo divenuti buoni. Iddio avendo già punito ogni peccato nel Figliuolo suo dilettissimo, ha conceduto al genere umano generale perdono, e ne gode chiunque creda al Vangelo. Da Cristo solo deve dunque ciascuno riconoscere la propria salvezza, in lui solo confidare, non nelle opere proprie. Questa santa confidenza entra nei cuori nostri per opera dello Spirito Santo, il quale ci si comunica mediante la fede; e la fede non viene mai senza l'amore di Dio. Laonde ci sentiamo mossi da lieto e operoso ardore a fare azioni buone, sentiamo forza di eseguirle, e di soffrire tutto per amore e gloria del nostro Padre misericordioso.
«Per le cose dette (prosegue) si può intendere chiaramente che il pio cristiano non ha da dubitare della remissione de' suoi peccati, nè della grazia di Dio: nondimeno per maggior soddisfazione del lettore voglio scrivere alcune autorità de' dottori santi, i quali confermano questa verità». E qui adduce numerosissime autorità; indi ripiglia: «Nessuno però creda coi falsi cristiani, i quali degradano di costumi, che la vera fede consista nel credere la storia di Gesù Cristo come si crede quella di Cesare e Alessandro, o come i Turchi credono al Corano. Fede siffatta non rinnuova il cuore, nè lo riscalda dell'amor di Dio, nè produce le buone opere e i cambiamenti di vita, che provengono solo dalla fede vera, la quale è un'operazione di Dio entro di noi. La fede giustificante è simile a fiamma che non può non tramandare luce; così essa non può bruciare il peccato senza il concorso delle opere. E come, vedendo una fiamma che non mandi luce, riconosciamo essere falsa e dipinta, così quando in alcuno non vediamo la luce delle buone opere diciamo che non ha quella vera fede ispirata da Dio[514].