«Che se ci prende diffidenza, ricorriamo al sangue di Gesù Cristo, sparso per noi sulla croce, e distribuito nell'ultima cena sotto l'ombra d'un sacramento augustissimo. Chi s'accosta a questo senza fede nè carità, non credendo che quel corpo del Signore è vita e purgazione di tutti i peccati, fa Gesù Cristo mentitore, calpesta il figliuolo di Dio, e stima non essere nulla meglio che una cosa comune e terrena, il sangue del Testamento, pel quale fu giustificato. E però il Cristiano, quando comincia a dubitare se abbia o no ricevuto il perdono, quando lo rimorde la dubbiosa coscienza, ricorra a questo divino sacramento, che gli assicura il perdono di tutti i misfatti.
«Sant'Agostino costuma chiamare questo divinissimo sacramento vincolo di carità e mistero d'unità, e dice che, chi riceve il mistero dell'unità, e non conserva il vincolo della pace, non riceve il mistero per sè ma una testimonianza contro di sè. Adunque abbiamo a sapere intendere che il Signore ordinò questo sacramento, non solo per renderci sicuri della remissione dei peccati, ma ancora per infiammarci alla pace, all'unione e carità fraterna. Perocchè in questo sacramento il Signore ci fa partecipare del suo corpo in modo, ch'e' diviene una cosa medesima con noi, e noi con lui. E com'egli ha un solo corpo del quale ci fa partecipi, così noi, per tale partecipazione, diveniamo un sol corpo fra noi. Questa unione è raffigurata dal pane nel sacramento, formato di molti grani, misti e impastati insieme in guisa, che l'uno non può dall'altro discernersi. Parimenti noi tutti dobbiamo essere congiunti in tale accordo di spirito, che niuna divisione possa insinuarsi tra noi. Adunque, ricevendo la santissima comunione, dobbiamo ritenere nell'animo che tutti siamo incorporati in Cristo, e tutti membri d'un medesimo corpo; membri, dico, di Cristo, in maniera che non possiamo più offendere, nè infamare, nè vilipendere alcuno de' nostri fratelli, senza offendere, infamare, vilipendere il nostro capo Gesù Cristo; nè tenere discordia con qualunque de' nostri fratelli, senza essere in opposizione con lui. Così non possiamo amare lui se non amiamo i nostri fratelli. Dobbiamo prepararci al divin sacramento eccitando gli animi nostri ad un amor fervente riguardo al nostro prossimo. Qual maggiore stimolo ad amarci che il vedere Gesù Cristo, non solo col dare se stesso a noi, allettarci a dare noi stessi per gli altri, ma comunicandosi esso a tutti noi, fare sì che noi diventiamo con lui tutt'una cosa?»
Conchiude raccomandando la comunione frequente, e così la preghiera, la fiducia nella predestinazione, per quanto il demonio ci tenti per levarcela, e per farci credere che, se per fragilità cadiamo in peccato, noi diveniamo vasi d'ira e dimenticati dallo Spirito Santo. Sant'Agostino dice: Niun de' santi è senza peccato; nè perciò cessa d'essere santo se con affetto ritiene la santità. È gran cecità l'accusare i Cristiani di presuntuosi se si vantano di possedere lo Spirito Santo; anzi senza questo vanto non sarebbero veri cristiani. Il timore servile sgomenta i reprobi; ma l'amore filiale conforta gli eletti colla fiducia che Dio, per sua misericordia, li manterrà nello stato felice ove gli ha posti, e che i suoi peccati gli furono gratuitamente rimessi.
«Noi siam giunti al fine di questi nostri ragionamenti, ne' quali, il nostro principale intento è stato di celebrare e magnificare, secondo le nostre piccole forze, il beneficio stupendo che ha ricevuto il Cristiano da Gesù Cristo crocifisso: e dimostrare che la fede per sè stessa giustifica, cioè che Dio riceve per giusti tutti quelli che veramente credono Gesù Cristo avere soddisfatto ai loro peccati: benchè, siccome la luce non è separabile dalla fiamma che per se sola abbrucia, così le buone opere non si possino separare dalla fede che per se sola giustifica. Questa santissima dottrina, la quale esalta Gesù Cristo ed abbassa la superbia umana, fu e sarà sempre oppugnata dalli Cristiani, che hanno gli animi ebri. Ma beato colui il quale, imitando san Paolo che si spoglia di tutte le sue proprie giustificazioni, nè vuole altra giustizia che quella di Cristo, della quale vestito, potrà comparire sicurissimamente nel cospetto di Dio, e riceverà da lui la benedizione e l'eredità del cielo e della terra insieme col suo unigenito figliuolo Gesù Cristo, nostro Signore, al quale sia gloria in sempiterno, amen».
L'opera fu da principio accettata come di retto sentire, e la sua tanta diffusione attribuiscono a persone pie, al Flaminio, ai cardinali Morone e Polo, a monsignor Carnesecchi. Poco si tardò ad avvertirne gli errori; ma su quel punto della giustificazione non erano ben d'accordo neppure i Cattolici, atteso che gran parte della disputa consisteva in parole, e, come dice Bossuet, v'aveva una mala intelligenza, anzichè vi fosse difficoltà in tal quistione..... Chi di noi (soggiunge) non ha sempre creduto e insegnato che Gesù Cristo soddisfece soprabbondantemente per gli uomini, e che il Padre eterno, contento di questa soddisfazione del Figlio, ci tratterà favorevolmente come se noi medesimi avessimo soddisfatto alla sua giustizia? Se vuol dirsi ciò solo quando si dice che la giustizia di Gesù Cristo ci è imputata, è cosa fuori di dubbio, e non valea la pena di turbare l'universo, nè chiamarsi riformatori per una dottrina così nota e confessata»[515].
Or bene, questo libretto fu attribuito al Valdes, e più generalmente alla scuola ch'egli formò a Napoli. Perocchè colà egli nella allegra e pittoresca sua casa a Chiaja raccoglieva il fior della nobiltà napoletana, persone distinte per talenti, e signore quali la Gonzaga ora detta, donna Maria Brizeño, donna Costanza d'Avalos, donna Isabella Manriquez; e da esso derivarono i principali promulgatori della riforma, come l'Ochino, il Vermiglio, il Carnesecchi. Al qual ultimo, Jacobo Bonfadio scriveva poi[516]: «Dove andremo noi, poichè il signor Valdes è morto? È questa certo gran perdita e a noi e al mondo; perchè Valdes era un de' rari uomini di Europa, e quei scritti ch'egli ha lasciato sopra le epistole di san Paolo e i salmi di David ne faranno pienissima fede. Era senza dubbio ne' fatti, nelle parole e in tutti i suoi consigli un compiuto uomo: reggeva con una particella dell'animo il corpo suo debole e magro: con la maggior parte e col puro intelletto quasi come fuor del corpo stava sempre sollevato alla contemplazione della verità e delle cose divine. Mi condoglio con monsignor Marcantonio Flaminio, perch'egli più che ogni altro l'amava ed ammirava. A me pare sino, quando tanti beni e tante lettere e virtù sono unite in un animo, che faccian guerra al corpo, e cerchino quanto più tosto possano di salire, insieme con l'animo, alla stanza ond'egli è sceso».
E generale fu il compianto per la morte di questo bel ingegno, del quale un poeta cantava:
Valdesio ispanus scriptore superbiat orbis[517].
Il Caracciolo, frate domenicano, che lasciò una vita manoscritta di Paolo IV, di cui molto faremo uso, riferisce: «Accadde nel 1535 che con Carlo V venne un detto Giovanni Valdes, nobile spagnuolo ma altrettanto perfido eretico. Era costui (mi disse il cardinale Monreale che se lo ricordava) di bell'aspetto e di dolcissime maniere, e di un parlare soave e attrattivo: faceva professione di lingue e di sante scritture: s'annidò in Napoli e in Terra di Lavoro. Di costui furono tre i principali discepoli: frà Pietro Vermiglio, canonico regolare ed abate di san Pietro d'Ara: frà Bernardino Ochino da Siena, e Marcantonio Flaminio, tutti e tre letterati principalmente nelle lingue e nelle lettere umane. Ora costoro, mentre furono in Napoli, per fare brigata maggiore di discepoli s'erano divisi in diversi pulpiti di scrittura santa: il Vermiglio in San Pietro d'Ara leggeva l'epistole di san Paolo..... il Valdes leggeva in sua casa l'istesse epistole.... I nostri Padri scoprirono l'eresie in Napoli, essendo il nostro ordine acerbo persecutor dell'eresie, e che fa professione di difendere la fede cattolica. Il modo con che furono dai nostri scoperti, s'ha da sapere che Raniero Gualanda e Antonio Capponi, per la pratica che ebbero con Valdes e Ochino furono a pericolo anch'essi incautamente di essere macchiati un poco di quella pece. Ma perchè si confessavano dai Padri nostri in San Paolo, però i nostri che ne stavano sospetti si fecero riferire da loro tutto ciò che intendevano da quegli occulti eretici. In questo modo vennero a conoscere i nostri il mal seme che coloro seminavano, e le secrete conventicole d'uomini e di donne che facevano. Le quali da loro scoperte, e scritte al cardinale Teatino (Caraffa) in Roma, se ne fuggirono tutti di Napoli...... In Napoli se ne appestarono tanti, e particolarmente molti maestri di scuola che arrivarono al numero di tremila, come si riconobbe poi quando si ritrattarono.
«Il seme diffuso dall'Ochino fu coltivato da G. A. Mollio di Montalcino, e da frate Angelo francescano, confessore del vicerè, e da Lorenzo Romano, siciliano. Questi dapprima diffuse le sue opinioni sponendo i salmi e l'epistole di san Paolo, e diffondendo il Benefizio di Cristo, ma poi confessò i suoi falli al cardinale Caraffa, che l'indusse a palesar molte persone, anche di gran qualità, e far ritrattazione pubblica nelle cattedrali di Napoli e di Caserta».