Qual fosse la dottrina del Valdes non è ben chiaro: i Sociniani vorrebbero trarlo a sè, ma pare avesse sulla Trinità opinioni sue particolari. Nella biblioteca degli Antitrinitarj leggesi: De Jo. Valdesio quid dicendum? Qui scriptis publicis suæ eruditionis specimina nobis relinquens, scribit se de Deo ejusque Filio nihil aliud scire, quam quod unus sit Deus altissimus Christi Pater: et unus dominus noster Jesus Christus ejus filius, qui conceptus est in utero virginis; unus et amborum spiritus. Nelle lettere di Teodoro Beza troviamo che un ministro della Chiesa francese di Embden fu imputato d'aver fatto tradurre le Considerazioni del Valdes, folte di bestemmie contro la parola di Dio, senza le note che v'erano apposte nell'edizione di Lione. E avendo egli risposto che non v'avea bestemmie, e che la pietà del Valdes dovea potersi lodare non meno ad Embden che a Zurigo, a Basilea, a Ginevra, gli fu replicato che quest'opera avea fatto assai male alla chiesa di Napoli; che di là l'Ochino aveva attinto le fantasie che lo perdettero; e che molte persone, le quali prima aveano lodato le Considerazioni, cambiaron opinione dopochè le ebbero meditate, e il librajo che le stampò a Lione se ne pentì e ne chiese perdono a Calvino[518].

Fatto è che molti diedero ascolto al Valdes, ma Nicola Balbani[519], che fu ministro della chiesa italiana a Ginevra, riferisce che, dei convertiti alla riforma in Napoli, la più parte s'accontentavano d'accettare il dogma della giustificazione, riprovavano alcune superstizioni, pure non lasciavano la messa e il resto: quando perseguitati, abjurarono: alcuni furono uccisi come relapsi, fra cui il Caserta che aveva convertito Galeazzo Caracciolo.

Di quest'ultimo, come degli altri nominati nel presente capitolo avremo a dire ampiamente.

DISCORSO XX.
PRIMI RIFORMATI ITALIANI. PIETÀ SOSPETTA. MICHELANGELO. IL FLAMINIO. IL CARDINAL POLO. VITTORIA COLONNA.

Di mezzo alle gravi sventure politiche, nelle quali perdeva l'indipendenza e ad altre naturali che venivano ad esacerbarle[520], l'Italia si sentì minacciata d'una ancor più grave, qual era di andar divisa negli articoli di fede.

Ci siamo chiariti come qui prima che altrove si svolgesse il seme delle protesta religiosa, tra per meditazione di pensanti, tra per arguzia di letterati, tra per esagerazione di pietà. E appunto i nostri riformatori potrebbero distinguersi in tre categorie. Gli uni che, per passione degli studj e abbagliamento de' classici, attribuivano a questi un'autorità eguale o simile a quella della Bibbia e de' santi padri; volendo emancipata la ragione umana, non le tolleravano neppur i vincoli della fede, o distinguevano un ordine di verità secondo la religione, uno secondo la filosofia; o pretendevano questa con quella conciliare mediante l'ecclettismo che, in fatto di fede, rasenta l'incredulità.

Altri, vedendo la depravazione insinuatasi nella Chiesa di Dio, e gli ecclesiastici tuffarsi in cure secolaresche, dal riprovare l'abuso passavano a censurare la Chiesa, fino a reluttare all'autorità di questa, che unica ha il diritto di riformare.

Altri, ritirandosi dal mondo contaminato, si esaltavano nella penitenza, e pregavano che Dio la infliggesse alla Chiesa tutta. Un'ortodossia rigorosa, capace di tanto odio quanto amore, arriva a non comprendere ciò che per poco si scosti dalla fede. Una esagerata preoccupazione morale, la passionata credenza alla giustizia di Dio portano a una vita cupamente austera, scevera d'ogni dilettamento, e tra mortificazioni poco proprie della stirpe umana, e ancor meno della italiana. Di questi già avemmo il tipo ne' discepoli del Savonarola, che, pur disapprovando molto nella Chiesa, arrestavansi davanti alle decisioni e all'organica venerazione di essa. Pietro Paolo Boscoli, uno de' siffatti, per congiura di Stato condannato a morte in Firenze, ebbe a se Luca della Robbia, grave letterato, e gli commise di dire ad un certo loro amico, abbandonasse le umane lettere che gonfiano il cervello, e si convertisse tutto agli studj e alla disciplina della cristiana filosofia. Nardi.

Dagli eccessi della pietà, o dagli ardimenti del pensiero che, interpreta sì, ma accetta il dogma esposto dalla Chiesa, corre gran distanza alla rivolta della ragione individuale e mutevole contro la credenza universale ed inalterabile, nè i nostri spingeano il desiderio di riformare sino al proposito di distruggere.

A dir vero, nella libertà con cui qui si disapprovava la romana curia, svampavano quelle stizze, che represse ingagliardiscono; e la vicinanza faceva che, coi traviamenti delle persone non si confondesse la santità delle istituzioni. Mentre i Tedeschi invidiavano a noi il papato come fonte di ricchezza e di potere, i nostri s'accorgevano che esso conservava all'Italia quell'importanza, che sotto ogni altro conto smarriva, e che qua attirava persone, affari, denaro. Tutti i principi, tutte le case magnatizie tenevano uno o più de' lor membri nel Sacro Collegio o nelle prelature, i quali e godevano pingui prebende, considerate come appannaggi de' cadetti d'illustri famiglie, ed esercitavano autorità come legati, nunzj, protettori de' regni, elettori del papa. Gli artisti aveano dalla devozione i principali loro esercizj, nelle chiese, ne' conventi. I letterati si chiamavano riconoscenti ai papi e ai cardinali, che li prendevano per secretarj o clienti. Le classi inferiori non erano state guaste dal rinato paganesimo, nè il raziocinio, limitato fra gli scienziati, sovvertiva le coscienze popolari. Poi, se Lutero avrebbe potuto sopra le profonde convinzioni di Dante, qual presa poteva avere fra i contemporanei dell'Ariosto che ride di tutto; ride dei dogmi come e più di Lutero?