Quante famiglie si onoravano d'aver dato prelati, e papi, e fino qualche santo alla Chiesa! stando solo alla Toscana, di nobili case usciano i sette fondatori dell'Ordine de' Serviti: Buonfigliuolo Monaldi, Buonagiunta Manetti, Manetto dell'Antella, Amadio Amidei, Uguccione Uguccioni, Sostegno Sostegni, Alessio Falconieri. I Ricci gloriavansi di santa Caterina; gli Orsini di sant'Andrea; i Falconieri delle beate Giuliana e Carissima; i Pazzi di santa Maddalena; i conti Guidi del beato Carlo; i Soderini della beata Giovanna; i Vespignano del beato Giovanni; del beato Ubaldo gli Adimari; i della Rena di Certaldo della beata Giulia; i Gambacurta di Pisa del beato Pietro, e via discorrete. Fuori di là, i Latiozi di Forlì aveano avuto il beato Pellegrino; i Malatesta di Pesaro la beata Michelina; i Borromeo di Padova santa Giustina; poi seguivano tutte le famiglie papali; poi, dove la storia venisse meno, supplivasi con tradizioni e sino con favole, quasi non s'avesse per casata insigne quella cui mancasse un santo. E per vero, qual più bel titolo di nobiltà che il contare fra gli antenati eroi da paradiso? e qual empietà il disperdere e profanare que' vanti e quegli avanzi degli avi! Il culto delle memorie non si rinega dalle nazioni, se non quando siano rese imbecilli dall'intrigo e dalla rivoluzione.
Ciò svogliava in generale gli Italiani dal buttarsi alla riforma. E poichè la grandezza maggiore, la potenza, la ricchezza all'Italia è sempre venuta dall'esser sede di que' pontefici, ai quali appunto si intimava guerra, l'interesse che vi spingeva i forestieri ne disamorava i nostri, che aveano anzi a indispettirsi contro questo Lutero, il quale accanniva le genti germaniche contro l'Italia, maestra e vittima de' compatrioti di lui.
Di queste ragioni umane si ammantò la grazia che Dio concedette al paese nostro di non unire, a tant'altre organiche divisioni, anche quella delle credenze e del culto.
Però l'Italia rimaneva ancora conquassata dalle intraprese dei tirannelli contro i popoli, per le quali i principati quasi da per tutto si erano sostituiti al governo dei più. La lotta non era finita allorchè cominciò a predicarsi la Riforma; e pel consenso che hanno fra loro le proteste contro l'autorità, poteva credersi che i reluttanti, e sopratutto i profughi, si alleerebbero coi dissenzienti, e cercherebbero introdurne le idee in patria. Viepiù poteano esservi spinti i Toscani, i cui oppressori temporali erano pontefici e cardinali; e i Romani, troppo spesso incapricciati di far dispetto al loro sovrano. Potevano così complicarsi la religiosa colla quistione politica; e ricondurre que' sciagurati momenti, ove un paese rimane governato da' suoi fuorusciti.
Nulla avvenne di ciò: e per quanto noi abbiam in altro luogo[521] esaminato partitamente i maneggi de' rifuggiti, non incontrammo ombra di quest'alleanza.
Ma se l'amore delle novità non invase nè le plebi, nè i principi, e se quelli che si brigavano di regolare la propria fede erano pochissimi a fronte di coloro che ne usavano e ne viveano senza punto analizzarla, erra chi crede che la Riforma non abbia fra le Alpi avuto ed estensione, e conseguenze civili e politiche.
Se non che, mentre in Germania fu partito de' principi, in Francia partito de' nobili, in Italia fu principalmente da letterati. Dopo che la protesta fu formulata in Germania, la estesa reputazione de' dotti italiani fece che i novatori forestieri ne sollecitassero l'adesione, e cercassero qui divulgare le loro scritture, mentre la vivacità degli ingegni nostrali inuzzoliva delle nuove predicazioni. Alcuni di qua si tenevano in corrispondenza coi dotti tedeschi; e i cardinali Bembo e Sadoleto carteggiavano coll'erudito Melantone, il principale apostolo di Lutero, amante la pace e mediatore, ma senza iniziativa. Gli studenti tedeschi che qui, e principalmente a Padova e a Siena[522] venivano a raffinarsi, e i nostri che s'addottrinavano nelle Università germaniche, servivano a trasmettere le nuove dottrine.
Fin dal 1520 Burcardo Scenk, gentiluomo alemanno, scriveva a Spalatino, cappellano dell'elettore di Sassonia, che Lutero godeva stima a Venezia e ne correano i libri, malgrado il divieto del patriarca; che il senato penò a permettere vi si pubblicasse dai pulpiti la scomunica contro l'eresiarca, e solo dopo uscito di chiesa il popolo[523]. Lutero stesso per lettere felicitavasi che tanti di quella città avessero accolto la parola di Dio[524], e teneva corrispondenza col dotto Giacomo Ziegler, che fervorosamente s'adoprava a diffondervi le innovazioni. Di là erano diretti esortamenti a Melantone perchè non tentennasse nella fede, nè tradisse l'aspettazione degli Italiani[525].
A Venezia si ristamparono la spiegazione del Pater di Lutero, anonima; i Luoghi comuni di Melantone, col titolo di Principj della teologia di Ippolito da Terranegra. Perocchè i falsi nomi erano un artifizio d'eludere le ricerche; e il Commento sui salmi di Bucer apparve sotto il nome d'Arezio Felino, le opere di Zuinglio sotto quello di Coritio Pogelio, o di Abideno Corallo; così Postel s'intitolava Helia Pandoches: Giulio da Milano trasformavasi in Girolamo Savonese: anzi il Commento di Lutero sull'epistola ai Romani e il Trattato della giustificazione si diedero per opere del cardinale Fregoso. Questi mascheramenti eludevano la vigilanza; altre opere giungevano entro botti di vin di Borgogna o di Tokai, o in balle di panni e cotonerie. Francesco Calvi, di Menaggio sul lago di Como, donde il suo cognome di Minicius, e ch'era stato anche tipografo apostolico, teneva bottega di libri a Pavia, e ito a cercare dal Froben di Basilea le opere di Lutero, le propalò in Lombardia.
Che fin dalle prime fossero accolte in Italia le dottrine nuove ce n'è altro testimonio Martino Bucer, il quale tradusse dal tedesco in latino le postille di Lutero, e stampate nel 1526 a Basilea, le dedicò ai fratelli italiani. Ma Bucer repudiava la consustanziazione, accettata da Lutero, sicchè alterò varj passi: di che altamente irritato, Lutero l'assalse con ogni peggiore ingiuria, talchè quel mite ristampò a parte i passi genuini, e v'aggiunse esse lettere di Lutero.