Adunque, dopo che i martiri ebbero mostrata la forza e la virtù, vennero i Padri a sostenere la purezza e l'unità della fede, combattendo l'orgoglio dell'intelletto e l'indocilità del cuore. San Girolamo scriveva: «Restate nella Chiesa fondata dagli apostoli e sempre sussistente. Se udite alcuni designati con altro nome che quel di Gesù Cristo, sappiate che non sono la Chiesa di Cristo: e l'essere istituiti posteriormente convince che son di quelli, di cui l'Apostolo predisse la venuta. Nè vi lusinghi il sembrare che s'appoggino alle Scritture: anche il demonio disse cose conformi alla Scrittura, nè basta leggere questa, ma vuolsi intenderla. Che se non ci atteniamo che alla lettera, possiam noi pure formare un dogma nuovo, e pretendere d'escluder dalla Chiesa coloro che vanno calzati e che hanno due tuniche»[41]. San Cipriano, che contribuì forse più che altri de' primitivi Padri a separare i due ordini di fede e di esame, di rivelazione e di concetto, la cui mescolanza produce o la schiavitù o il traviamento dell'intelletto, mentre la distinzione schiude le barriere dell'infinito, traendolo dal simbolo nella realtà; dopo avere nella Vanità dell'idolatria combattuto il vecchio culto, nella Unità della Chiesa dissipava gli scismi, stabilendo l'unità della fede nell'unità della cattedra romana. «Come non v'ha che un solo Cristo, così non v'ha che una Chiesa sola, una sola cattedra fondata sopra san Pietro per voce di Gesù Cristo; dunque un solo altare, un solo sacerdote: nè può esservene due, nè un altro differente, se non per rea demenza e sacrilega empietà. V'è un solo episcopato, una parte del quale è tenuta in solido da ciascun vescovo: in conseguenza una Chiesa sola, diffusa nella moltitudine de' membri componenti. Così dal sole partono molti raggi, ma un solo n'è il focolare; un albero ha molti rami, ma rampollano da un tronco solo, profondamente radicato; da una fonte molti rivi defluiscono, ma unica è la sorgente. Nè può un raggio separarsi dal sole, nè un ramo divelto più rampolla; e un ruscello deviato dalla sorgente inaridisce»[42].

In Italia avea trovato molti seguaci Ario. Questo prete d'Alessandria d'Egitto pretese spiegare chi fosse Cristo, e mentre la Chiesa lo tiene come la conoscibilità divina, il pensiero eterno di Dio, coesistente coll'eterna sua attività, e della sostanza medesima (ὁμούσιος), Ario riconosceva in esso la forza, la verità, l'avvenire, ma ne formava un essere distinto da Dio, benchè di sostanza analoga (ὁμοιούσιος), il tipo che Dio creò per servir di modello alle creature. Alle donne domandava: «Avete voi avuto figliuoli prima di partorire? Così Dio non potette averne uno prima che il generasse». Gli uomini, che, fatti cristiani per l'esempio o per comando della Corte, non aveano studiato abbastanza per discernere il Cristo da uno di que' profeti che di tempo in tempo recano qualche nuovo schiarimento all'insolubile problema dell'umanità, gustavano le spiegazioni di Ario, che, pur mostrando conservare integro il valore dogmatico, levavano via la nube che la trinità delle persone recava all'unità di Dio. Non s'accorgeano che, se l'autor del cristianesimo non è dio, eguale e consustanziale coll'autor dell'universo, l'adorarlo è idolatria; più non esiste il mediatore divino che colmi l'abisso fra l'uom peccatore e Dio: e in conseguenza può ingannarsi quell'autorità suprema, sulla cui unità e infallibilità fondasi il cristianesimo.

Da questo intaccare la persona di Cristo, cioè i fondamenti della fede, il mondo fu commosso, e l'imperatore Costantino convocò un concilio universale, nel quale la Chiesa, rappresentante dell'umanità divinamente rintegrata nell'unità, si mostrasse una, riconoscesse qual era il comune consenso, e definisse che cosa credere sopra la natura del Verbo.

Era la prima volta che tutti i popoli conosciuti, diversi di leggi, d'usi, di civiltà, uniti in una fede, eppure indipendenti, inviassero deputati popolari a trattar del come credere, come adorare, come operare; e dove si proclamasse un simbolo d'unità universale. Trecendiciotto vescovi raccolti a Nicea (an. 325), dopo lungo contendere cogli avversarj, condannarono Ario, e compilarono il simbolo che precisasse la vera fede.

Ario non si diè vinto, e con sottigliezze argutissime e variate sedusse altri vescovi, e gl'imperatori. La tenue differenza tra ὁμούσιος e ὁμοιούσιος sfuggiva ai nostri, più positivi de' Greci, e meno eruditi e arguti nelle distinzioni; un simbolo in senso ariano fu sottoscritto da quattrocento vescovi (an. 358), e lo stesso papa Liberio, o ingannato o fiaccato dalla prigionia, parve aderirvi, ma appena fattone accorto si ritrattò. Bandi imperiali e carceri intervennero contro la parola consustanziale, e pretendeasi impor la fede co' soldati, «cattivi apostoli della verità, la quale non conosce altr'arme che la persuasione», come diceva sant'Atanasio, campione dei Cattolici in quel diuturno conflitto.

Teodosio, imperatore d'Oriente, decretò poi che tutti aderissero alla religione insegnata da san Pietro ai Romani, quale allora veniva professata da papa Damaso e da Pietro vescovo d'Alessandria; i seguaci di essa s'intitolassero Cristiani Cattolici; i dissidenti infamava col nome di eretici, e minacciava di castighi[43]. Invece l'imperatore d'Occidente Valentiniano II e sua madre favorivano l'arianismo, fino a pretendere che sant'Ambrogio vescovo di Milano cedesse a questi una delle due chiese, che eran allora in quella città. S'oppose egli con fermezza, e vinse, e finalmente nel concilio d'Aquileja potè asserirsi che più non esistevano Ariani fino all'Oceano.

Per sciagura i primi che apostolarono i Barbari settentrionali erano stati ariani, sicchè con essi quell'eresia tornò in Italia coi Goti di Teodorico e i Longobardi d'Alboino.

Vero è che il genio positivo degli Occidentali non sottilizzava tanto come gli Orientali; e i Padri latini cercavano piuttosto la legalità, senza artifizio di retorica nè raffinamenti di logica esponendo il dogma, ed appellandosi alla lettera scritta e all'autorità. Le eresie concernenti la natura dell'ente primo e necessario (Gnostici), o il Verbo (Ariani), o lo Spirito Santo (Macedoniani), o la maniera ond'è unita la divinità coll'umanità in Cristo (Nestoriani, Eutichiani, Monofisiti, Monoteliti) agitaronsi di preferenza in Oriente; mentre da noi discuteasi piuttosto sulla natura dell'uomo, perchè soffra tanti mali sotto un Dio buono; quanto negli atti suoi sia ajutato dalla Grazia, senza che questa ne inceppi la libertà. Sant'Agostino, ch'era stato valorosissimo oppugnatore de' Manichei, rifletteva che le quistioni relative alla creazione, all'origine dell'anima, agitate fra san Girolamo e Rufino in proposito di Origene, riguardano solo il passato, nè importano tanto come quelle della Grazia e della Redenzione, che conducono alla salute. Ma il problema della Grazia implica quello del generale sistema dell'universo, e può sollevare dubbj fin sulla personalità del creatore e sulla suprema misericordia, qualora nel libero arbitrio delle creature non si trovi il motivo delle miserie umane. E fu sant'Agostino che più di tutti penetrò nell'incomunicabile perfezione di Dio, nella sovranità assoluta e onnipotenza di esso: posando una vera teologia, cioè la conoscenza della natura divina.

La Chiesa assisteva nella sua maestà a quei dibattimenti, attenta a non imporre limiti alle credenze se non dove necessarj, nè volendo reprimere la discussione finchè si attenesse ai dogmi sanzionati; frenando i proprj difensori, anzichè spingere sulla via pericolosa delle teoriche, persuasa che il suo sposo la condurrebbe alla meta. Per conservare e consolidare l'unità eransi raccolti altri concilj ecumenici, cioè universali; il II a Costantinopoli (381), il III a Efeso (431), il IV a Calcedonia (451), importantissimi per la dogmatica cristiana e la gravità dei punti ivi discussi e definiti: in quello di Costantinopoli la divinità e consostanzialità dello Spirito Santo contro i Macedoniani; in quello di Efeso l'unità di persona in Gesù Cristo, avente ad un tempo due nature l'umana e la divina, cioè vero Dio Uomo, Verbo incarnato, contro Nestorio che del figlio di Dio e del figlio di Maria faceva due persone, fra loro amiche ma distinte; in quello di Calcedonia la distinzione delle due nature in Gesù Cristo e la verità e interezza dell'umana natura in Lui, contro Eutiche, il quale, dando nell'eccesso opposto a quello di Nestorio che l'unica persona di Gesù Cristo scindeva in due, le due nature di Lui confondeva in una, volatilizzando l'umanità del Redentore, e facendola assorta e consunta dalla divinità. Quest'ultimo concilio essendo stato tenuto contro gli Eutichiani, lasciò correre come alieni dal suo proposito tre punti che pareano favorevoli ai Nestoriani: cioè non proferì sentenza contro la memoria e gli scritti di Teodoro di Mopsuesta, già maestro di Nestorio ed infetto della stessa eresia e di pelagianismo; nè riprovò una lettera di Iba vescovo di Edessa, nella quale era lodato esso Teodoro, e vituperati san Cirillo e il concilio di Efeso tenuto contro l'errore di Nestorio; nè finalmente condannò gli scritti di Teodoreto, nei quali parimenti trovavansi cose contrarie a san Cirillo e al concilio di Efeso, e puzzanti di nestorianismo. Che anzi il suddetto concilio di Calcedonia assolse Iba e Teodoreto dacchè ebbero detto anatema contro Nestorio. Ora gli Eutichiani, per prendere una rivincita contro esso concilio che aveali condannati, misero in campo la causa di questi tre capitoli, e l'imperatore Giustiniano, lasciatosi persuadere che colla disapprovazione di que' tre punti avrebbe ridotto all'unità i nemici del concilio calcedonese, convocò un altro concilio ecumenico a Costantinopoli, e ve li fece condannare (542). I nostri non sapeano molto di greco, nè aveano letto Teodoro e Iba; sapevano solo che non erano stati condannati dal concilio di Calcedonia, del quale s'infirmerebbe l'autorità col riprovarli per secondare una prepotenza dell'imperatore. Incalzato dal quale, papa Vigilio li condannò, salva l'autorità del concilio di Calcedonia, e purchè non se ne discutesse in iscritto nè a voce. Questo partito era in se stesso ragionevole, perchè da un lato que' capitoli erano riprovevoli, dall'altro era rea l'intenzione di coloro che ne promoveano la condanna per iscreditare il concilio di Calcedonia; pure sulle prime disgustò tutti: i Cattolici per la condanna, i nemici dei capitoli per la riserva; e dal papa si segregarono (553) i vescovi dell'Istria, della Venezia, della Liguria, prendendosi a capo Paolino patriarca d'Aquileja, che in un sinodo provinciale (556) ripudiò il concilio di Costantinopoli come contrario a quello di Calcedonia, già ricevuto come ecumenico: onde comprometteasi l'infallibilità della Chiesa. Da principio i nostri sono scusabili: parendo s'intaccasse l'infallibilità de' primi concilj coll'aggiungervi o togliervi, personaggi di virtù e dottrina grandissima rifiutarono il quinto, e fra altri il celebre Cassiodoro, segretario di re Teodorico, e i vescovi santi Onorato da Milano, Massimiano di Ravenna; i papi stessi blandamente procedettero col patriarca e coi vescovi, discutendo con ardore le ragioni del loro operare. Ogni scusa cessa quando si separano dalla Chiesa universale, e condannano i propugnatori dell'opinione opposta[44]. Fatto è che questo sciagurato scisma durò fino al 698, quando un altro sinodo d'Aquileja accettò il concilio costantinopolitano, e ripristinò queste chiese nell'unità.

Però tutte le eresie, o concernessero Cristo, o la potenza divina, o la libertà umana, o la costituzione ecclesiastica, aveano faccie diverse, ma le code legate insieme[45], secondo una frase ripetuta dai papi, giacchè riduceansi a sottomettere la fede al raziocinio, la universale credenza a particolari opinioni. Gregorio Magno, che vide terminato lo scisma dei tre capitoli, e che vietava d'affliggere verun cattolico sotto pretesto d'eresia, nè di usar violenza a scismatici, diede forma definitiva alla Messa, all'Offizio e a tutta la liturgia; e al canto impresse quel carattere solenne, al quale pur si ritorna dopo i traviamenti della moda e le frivolezze profane. Il popolo, che più volte egli avea nutrito col tesoro della Chiesa, dopo morto lo oltraggiò come prodigo, e volea distruggerne gli scritti: poi lo venerò come santo; consuete alternative; e fu messo quarto dottore della Chiesa con Ambrogio, Agostino, Girolamo.