Era egli riuscito a trarre al cattolicismo Teodolinda regina de' Longobardi, sul cui esempio tutta la nazione si convertì. Ciò non tolse che quei re, ambiziosi di formare un gran regno d'Italia, non minacciassero ed assalissero Roma. Questa città dipendeva sempre dagli imperatori d'Oriente, sicchè i papi non vi aveano sovranità principesca, bensì di dignità, sostenuta da immensi possessi non solo nella Sabina, ma in Sicilia, in Calabria, in Puglia, in Campania, in Dalmazia, in Illiria, in Sardegna, fra le Alpi Cozie e nella Gallia; possessi, all'antica coltivati per mezzo di coloni, sui quali il pontefice esercitava anche giurisdizione.
Oltre il governo di Roma e de' paesi meridionali, gli imperatori d'Oriente dominavano la Pentapoli di Ravenna (Ancona, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia) e l'esarcato, cioè il litorale della Venezia e il paese che poi si disse la Romagna e le Marche. Come gli altri alla violenza de' Barbari, così questi paesi erano esposti alla dotta oppressione di que' Cesari, che turbavano le coscienze ora col tipo, ora coll'ectesi, ora coll'enoticon, infine col proibire il culto delle immagini.
Questo culto era stato vietato dal legislatore degli Ebrei sia per la costoro proclività all'idolatria, sia per sceverarli viepiù dai Gentili, che confondendo la copia coll'originale, adoravano le effigie di Dio o dell'eroe. Ma i Cristiani, ricchi di spirito e aborrenti d'ogni idolatria, ben presto cercarono quelle del Redentore e dei cooperatori suoi, e se qualche Padre, per considerazioni particolari, ciò disapprovava, la Chiesa trovò inutile il divieto, ogniqualvolta non cadesse timore d'idolatria. Moltiplicaronsi dunque le figure de' santi e del Salvatore, le storie del nuovo e vecchio Testamento, opportune sì a dare alle arti belle il pascolo che aveano tratto fino allora dal gentilesimo, sì ad allettare gli occhi de' Barbari, che talvolta da una rappresentazione erano condotti a conoscere le morali verità del vangelo. Avendo un vescovo di Marsiglia spezzato alcune statue di santi perchè non fossero occasione d'idolatria, Gregorio Magno il rimproverò, mostrando come da tutta l'antichità le storie de' santi furono rappresentate in pittura, la quale all'ignorante serve come lo scritto a chi sa leggere[46].
Si sarà abusato di questo, come d'ogni cosa umana, e prestato adorazione alla figura, destinata ad elevare verso l'ente supremo; ma un tale errore non potè divenire comune nei Cristiani: laonde i Maomettani che lor rinfacciavano d'essere idolatri, non aveano maggior ragione che quando li tacciavano di politeisti a causa della Trinità. Leone Isaurico, da pastore divenuto imperatore d'Oriente (717), pensò levar appiglio a quest'accusa col vietare le effigie devote, e mandò per tutto l'impero ad abbattere o bruciare quanto prima erasi venerato. Il popolo pronunziossi contro questo re teologo, l'intitolò spezza-immagini (Iconoclaste), repulsò la violenza colla violenza, onde l'imperatore fu costretto a moltiplicar ingiustizie e violenze, come chiunque tocca alla religione con potere profano.
Nello scompiglio cagionato dall'invasione dei Barbari, dove si schiantarono tutti i vincoli civili, unica la società cristiana era rimasta immobile, perchè fondata non su contingenze, ma su idee perpetue; alla forza opponeva freni di giustizia, d'amore, e consolidava l'unità e l'indipendenza propria, non coll'eccitare le antipatie, ma col connettere le nazioni tutte; e al governo de' Barbari, che, più o meno, era uno stato d'assedio imposto ai vinti da un esercito vincitore, affacciava esempj d'ordine, di pace, di personale dignità.
Le miserie del despotismo e la immoralità dei magistrati, regj o municipali, spingeano a ricoverarsi agli ecclesiastici, che seppero mantenersi indipendenti e onorati nelle relazioni civili e nella opinion pubblica. Già nella prammatica dell'imperatore Giustiniano è stabilito: «I giudici delle provincie vogliamo siano eletti dai vescovi e dai primati di ciascuna regione, idonei e sufficienti all'amministrazione locale, e tolti dalle provincie stesse che dovranno amministrare senza donativi: la conferma ne è data dai giudici competenti». Teodorico, benchè ariano, faceva scrivere a papa Giovanni II: «Voi siete guardiano del popolo cristiano: voi col nome di padre ogni cosa dirigete; a voi la sicurezza del popolo è dal cielo affidata; a noi spetta sorvegliare alcune cose, a voi tutto; spiritualmente pascete il gregge affidatovi, nè però potete trascurare ciò che riguarda il corpo, attesochè, doppia essendo la natura dell'uomo, un buon padre le deve entrambe favorire» (a. 534).
Pertanto gli ecclesiastici non usurpavano un potere, giacchè nol toglievano a nessuno; ma lo raccoglievano dal fango dove era caduto pe' suoi eccessi: acquistavano la superiorità naturale a chi è migliore.
Quando il regime sociale annetteva la giurisdizione ai possessi di terre, dovette la Chiesa studiar di accrescere i proprj, e così collocarsi colla più alta gerarchia anche umanamente. E infatto acquistò smisurate ricchezze, sì perchè sola ordinata fra il disordine universale, sì perchè coltivava i campi meglio che nol potessero i secolari, e li garantiva coll'immunità concessa ai possessi ecclesiastici: sia perchè la devozione, e l'idea allora dominante, dell'espiazione, induceva molti a lasciare i proprj beni alla Chiesa: altri ad essa li donavano per sottrarli alla rapina signorile, ricevendoli poi da essa come livelli, o feudi, o benefizj, protetti dall'immunità ecclesiastica.
I popoli nel pontefice non veneravano solo il vicario di Cristo, il depositario dell'eterna verità, ma il tutore universale, il freno de' prepotenti, l'oracolo della giustizia; i nuovi convertiti piegavansi a questo, dal quale eran venuti ad essi i missionarj, e deferivangli le cause più controverse. E a lui ricorsero nella persecuzione iconoclasta.
Gregorio II, invocato anche dai vescovi greci[47], esponeva all'imperatore la dottrina della Chiesa cattolica su quel punto: e «se aveste interrogato persone intelligenti v'avrebbero chiarito che, se l'ignoranza può far credere che noi adoriamo pietre e muraglie o tavole, noi vogliam con esse unicamente commemorare coloro di cui esse portano il nome e le sembianze, ed innalzare il nostro spirito, torpido e grossolano. Tolga il cielo che le teniamo per Dei, nè poniamo in essi fiducia. Ma posti dinanzi a quella di Nostro Signore diciamo: Signor Gesù, soccorreteci e salvateci; a quella della sua Santa Madre: Santa Maria, pregate il figliuol vostro che salvi le anime nostre; ad un martire: Santo Stefano, che spargeste il sangue per Gesù Cristo, e presso lui tanta grazia avete, pregate per noi».