[190.] Il concilio di Basilea trovasi difeso da Nicolò Tedeschi arcivescovo di Palermo, contro del quale il cardinale Torrecremata pubblicò la grande ed ingegnosa Summa de ecclesia.

[191.] «Venne il pontefice con tutta la Corte di Roma, e collo 'mperadore de' Greci, e tutti i vescovi e prelati latini, in Santa Maria del Fiore, dove era fatto un degno apparato, ed ordinato il modo ch'avevano a istare a sedere i prelati dell'una Chiesa e dell'altra. Istava il papa dal luogo dove si diceva il vangelo, e cardinali e prelati della Chiesa romana; dall'altro lato istava lo 'mperadore di Costantinopoli con tutti i vescovi e arcivescovi greci: il papa era parato in pontificale, e tutti i cardinali co' piviali, e i vescovi cardinali colle mitere di damaschino bianco, e tutti i vescovi così greci come latini coi piviali, i greci con abiti di seta al modo greco molto ricchi; e la maniera degli abiti greci pareva assai più grave e più degna che quella de' prelati latini..... Il luogo dello 'mperadore era in questa solennità dove si canta la Epistola all'altare maggiore; ed in quello medesimo luogo, come è detto, erano tutti i prelati greci. Era concorso tutto il mondo in Firenze per vedere quell'atto sì degno. Era una sedia dirimpetto a quella del papa dall'altro lato, ornata di drappo di seta, e lo 'mperadore con una veste alla greca di broccato damaschino molto ricca, con uno cappelletto alla greca, che v'era in sulla punta una bellissima gioja: era uno bellissimo uomo, colla barba al modo greco. E d'intorno alla sedia sua erano molti gentili uomini che aveva in sua compagnia, vestiti pure alla greca molto riccamente, sendo gli abiti loro pieni di gravità, così quegli de' prelati, come de' secolari. Mirabile cosa era a vedere ben molte degne cerimonie, e i vangeli che si dicevano in tutte dua le lingue, greca e latina, come s'usa la notte di Pasqua di Natale in Corte di Roma. Non passerò che io non dica qui una singulare loda de' Greci. I Greci, in anni millecinquecento o più, non hanno mai mutato abito: quello medesimo abito avevano in quello tempo, ch'eglino avevano avuto nel tempo detto; come si vede ancora in Grecia nel luogo che si chiama i Campi Filippi, dove sono molte storie di marmo, dentrovi uomini vestiti alla greca nel modo che erano allora». Vespasiano fiorentino, Vita di Eugenio IV.

Dopo i molti cattolici che scrissero del concilio di Firenze, comparve nel 1861 una memoria di Basilio Popoff, studente di teologia a Mosca, che descrive quell'ultimo tentativo di unione fra le due Chiese dal punto d'aspetto greco e con gran lodi ai membri della greca.

[192.] La copia più intera di quell'atto sta nella Laurenziana a Firenze. Alle altre manca la firma del gran sincello. Una ne è nell'archivio di Stato d'essa città. Nell'archivio capitolare di Milano se ne conserva un esemplare autentico, scritto in latino e greco, e colle firme originali di papa Eugenio IV e di otto prelati latini, e dell'imperatore Paleologo in cinabro, e colla bolla imperiale. Nell'Archivio storico del 1857 fu pubblicato l'atto d'unione, che comincia così: Eugenius ecc. Consentiente carissimo filio nostro Johanne Paleologo Romeorum imperatore illustri et... orientalem ecclesiam representantibus. Letentur celi et exultet terra; sublatus est enim de medio paries qui occidentalem orientalemque dividebat Ecclesiam, et pax atque concordia rediit: illo angulari lapide Christo, qui fuit utraque unum, vinculo fortissimo caritatis et pacis utrumque jungente parietem, et perpetue unitatis fœdere copulante ac continente; postque longam meroris nebulam, et dissidii diuturni atram ingratamque caliginem, serenum omnibus unionis optate jubar illuxit. Gaudeat et mater Ecclesia, que filios suos, hactenus invicem dissidentes, jam videt in unitatem pacemque rediisse: et que antea in eorum separatione amarissime flebat, ex ipsorum modo mira concordia cum ineffabili gaudio, omnipotenti Deo gratias referat. Cuncti gratulentur fideles ubique per orbem, et qui christiano censentur nomine matri catholice Ecclesie colletentur. Ecce enim occidentales orientalesque Patres, post longissimum dissensionis atque discordie tempus, se maris ac terre periculis exponentes, omnibusque superatis laboribus, ad hoc sacrum ycumenicum concilium desiderio sacratissime unionis, et antique caritatis reintegrande gratia, leti alacresque convenerunt, et intentione sua nequaquam frustrati sunt. Post longam enim laboriosamque indaginem, tandem Spiritus Sancti clementia ipsam optatissimam sanctissimamque unionem consecuti sunt. Quis igitur dignas omnipotentis Dei beneficiis gratias referre sufficiat? quis tante divine miserationis divitias non obstupescat? cujus vel ferreum pectus tanta superne pietatis magnitudo non molliat? Sunt ista prorsus divina opera, non humane fragilitatis inventa; atque ideo eximia cum veneratione suscipienda, et divinis laudibus prosequenda. Tibi laus, tibi gloria, tibi gratiarum actio, Christe, fons misericordiarum, qui tantum boni sponse tue catholice Ecclesie contulisti, atque in generatione nostra tue pietatis miracula demonstrasti, ut enarrent omnes mirabilia tua. Magnum siquidem divinumque munus nobis Deus largitus est: oculisque vidimus quod ante nos multi, cum valde cupierint, adspicere nequiverunt. Convenientes enim Latini ac Greci in hac sacrosancta synodo ycumenica, magno studio invicem usi sunt, ut, inter alia, etiam articulus ille de divina Spiritus Sancti processione summa cum diligentia et assidua inquisitione discuteretur.

Item diffinimus Sanctam Apostolicam sedem, et Romanum Pontificem in universum orbem tenere primatum, et ipsum Pontificem Romanum successorem esse beati Petri principis Apostolorum, et rerum Christi vicarium, totiusque Ecclesie caput, et omnium Christianorum patrem et doctorem existere; et ipsi in beato Petro pascendi, regendi, ac gubernandi universalem Ecclesiam a Domino nostro Jesu Christo plenam potestatem traditam esse; quemadmodum etiam in gestis ycumenicorum conciliorum, et in sacris canonibus continetur, Renovantes insuper ordinem traditum in canonibus ceterorum venerabilium Patriarcharum, ut Patriarcha Constantinopolitanus secundus sit post sanctissimum Romanum Pontificem, tertius vero Alexandrinus, quartus autem Antiochenus, et quintus Hierosolymitanus, salvis videlicet privilegiis omnibus et juribus eorum.

[193.] Ozanam, Filosofia di Dante. Al qual proposito giovi soggiungere che Benvenuto da Imola, commentando Dante ove dice esser più di mille gli eretici, riflette che chussi poteano dire plus de centomillia migliara: e che i siffatti son generalmente huomini magnifici.

[194.] Almeno lo asserisce sant'Agostino De Civitate Dei, VIII, 8.

[195.] Vedi Renan, Averoè et l'averoisme, 2 édit., p. 112.

[196.] Vedi qui sopra, a pag. 97, e alla nota 23 del Discorso IV.

[197.] De materia cœli contra Averroem. Padova 1493. De intellectu possibili, quæstio aurea contra Averroym. Venezia 1500.