[292.] Labbe, Concil., tom. XIV, 232.
[293.] Sessione VII.
[294.] Sessione XI.
[295.] Mandantes omnibus ut evangelicam veritatem et sanctam scripturam, juxta declarationem, interpretationem et ampliationem doctorum, quos ecclesia vel usus diuturnus approbavit, legendosque hactenus recepit, et in posterum recipiet, prædicent, explanent: nec quidquam ejus proprio sensui contrarium aut dissonum adjiciant, sed illis semper insistant quæ ab ipsius sanctæ scripturæ verbis et præfatorum doctorum interpretationibus, rite et sane intellectis, non discordant.
[296.] Vedasi tutta la Sessione IX.
[297.] Enciclica Mirari vis di Gregorio XVI. Queste precauzioni non erano ignote all'antichità pagana. Valerio Massimo (Lib. VI, cap. 3) dice che, avendo Archiloco pubblicato poemi che offendeano il pudore, gli Spartani li fecer portar lontano dalla città, per impedire una lettura più atta a corrompere i costumi che ad ornar gli intelletti. Cicerone diceva di certi poeti: «Vedete quai mali cagionano? Ammolliscono le anime; spengono ogni impulso alla virtù». Lo stesso Ovidio dissuadeva dal leggere i libri osceni: Eloquar invitus; teneros ne tange poetas. M. Ulpiano poi è detto che, quando in un legato testamentario si trovino libri pericolosi, il giudice deve, sopra il parere d'uom prudente e onesto, far disparire ciò che diverrebbe sorgente di corruzione. Altri esempj sono a vedere in Gretser, De jure et more prohibendi libros malos. E vedasi pure F. A. Zaccaria, Storia polemica della proibizione dei libri. Roma 1797.
[298.] Le annate sono usanza tanto antica, che nel codice Giustinianeo, Nov. CXXIII, c. 16, si legge: Neque clericum cujuscumque gradus dare aliquid ei a quo ordinatur, aut alii cuilibet personæ permittimus; solas autem præbere eum consuetudines iis qui ordinantium ministrantes sunt, ex consuetudine accipientibus, unius anni emolumenta non transcendentem.
[299.] Nel Museo Borgiano conservasi quella carta geografica, colla linea vaticana tirata di mano propria d'Alessandro VI.
[300.] Fu tratta ultimamente dagli archivj di Modena una lettera del segretario ducale Paulucci, che agli 8 marzo 1519 da Roma scriveva al duca di Ferrara, descrivendogli una comedia datasi giorni prima alla Corte papale. Leon X stava egli stesso alla porta, colla sua benedizione indicando quei che poteano entrare. Dappoi si collocò sopra un'alta sedia fra un anfiteatro di spettatori, e si recitarono i Suppositi dell'Ariosto. I Francesi ne restarono scandolezzati: il nunzio Spinola «si dolea che alla presenza di tanta maestà si recitassero parole che non fossero oneste»: ma il papa guardava col suo occhialetto, e molto rideva. Vi furono concerti, moresche, cena: caccia di tori, ove tre uomini rimasero morti e quattro feriti. Un frate espose un'altra comedia, ma essendo spiaciuta, il papa fece balzar quel frate sopra una coltre, e dar un gran colpo sul tavolato della scena; poi gli fece tagliar i sostegni de' calzoni e calarli fin a' calcagni, e così montar a cavallo, dove fu battuto in modo, che dovette star molto a letto. Questa «moresca fece assai ben ridere il papa». Vedi Atti e memorie della Deputazione di storia patria per le provincie Modenesi e Parmensi. Vol. I, p. 128.
[301.] Accesserat et Bibienæ cardinalis ingenium, cum ad arduas res tractandas peracre, tum maxime ad movendos jocos accomodatum. Poeticæ enim et etruscæ linguæ studiosus, comœdias multo sale, multisque facetiis refertas componebat, ingenuos juvenes ad histrionicam hortabatur, et scenas in Vaticano spatiosis in conclavibus instituebat. Propterea, quum forte Calandram a mollibus argutisque leporibus perjucundam per nobiles comœdos agere statuisset, precibus impetravit ut ipse pontifex e conspicuo loco despectaret. Erat enim Bibiena mirus artifex hominibus ætate vel professione gravibus ad insaniam impellendis, quo genere hominum pontifex adeo oblectabatur, ut laudando, ac mira eis persuadendo donandoque, plures ex stolidis stultissimos et maxime ridiculos efficere consuevisset. Giovio.