I fautori della Chiesa nominavansi Guelfi; Ghibellini i sostenitori dell'impero, ma entrambi i partiti riconoscevano un principio superiore a tutte le rivoluzioni, la distinzione del potere temporale dall'ecclesiastico, dello spirito dalla legge, della fede dal diritto, della coscienza dell'individuo dal vigore della società, dell'unità umana dall'unità civile. Il prevalere d'una di queste tesi porta necessariamente l'antitesi dell'altra: se la Chiesa si fa democratica col popolo, l'impero si fa democratico colla plebe: se i Guelfi stabiliscono l'eguaglianza, i Ghibellini vogliono tutelarla colla legge; se prevale l'idea della libertà individuale, bisogna frenarla colla potenza sociale.
Questi partiti si spiegarono massimamente sotto i due Federichi di Svevia. Il primo credette potere nella gagliarda mano schiacciare le libertà comunali e la Chiesa: ma a Venezia dovette piegar il collo sotto al piede del papa, che esclamò, Super aspidem et basiliscum ambulabis[66], e per sua mediazione pacificato colle città lombarde, riconobbe l'indipendenza di queste, e andò a morire in Terrasanta.
La sua discendenza rinnovò il cozzo coi papi, anche per l'eredità della contessa Matilde, sicchè essi favorirono l'elezione di Ottone di Baviera. E questi, davanti a tre legati pontifizj prestò questo giuramento (1201):
«Io Ottone, per la grazia di Dio, prometto e giuro proteggere con ogni mia forza e di buona fede il signor papa Innocenzo, i suoi successori e la Chiesa romana in tutti i dominj loro, feudi, diritti, quali sono definiti dagli atti di molti imperatori, da Lodovico Pio sino a noi; non turbarli in quel che già hanno acquistato; ajutarli in quel che lor resta ad acquistare, se il papa me lo ordini quando sarò chiamato alla sedia apostolica per la corona. Inoltre presterò il braccio alla Chiesa romana per difendere il regno di Sicilia, mostrando al signore papa Innocenzo obbedienza e onore, come costumarono i pii imperatori cattolici fino a quest'oggi. Quanto all'assicurare i diritti e le consuetudini del popolo romano, e delle leghe Lombarda e Toscana, m'atterrò ai consigli e alle intenzioni della santa Sede, e così in ciò che concerne la pace col re di Francia. Se la Chiesa romana venisse in guerra per cagion mia, le somministrerò denaro secondo i miei mezzi. Il presente giuramento sarà rinnovato a voce e in iscritto quando otterrò la corona imperiale».
Ai Tedeschi spiacque siffatta sommessione; altrettanto sarebbe dovuta gradire agli Italiani, de' quali assicurava l'indipendenza come della Chiesa; ma ben presto Ottone, venuto qua co' suoi Tedeschi, disgustò i nostri e il papa, che lo scomunicò, e gli eresse incontro Federico II, nipote del Barbarossa. Questo allievo e favorito dei papi, ben presto divenne il più dichiarato loro avversario, e ravvivò la lotta delle investiture, colle vicende che in altri lavori noi divisammo più che non occorra in questo speciale.
Innocenzo III, uno de' pontefici più insigni per scienza e virtù, convocò il XII concilio ecumenico lateranense (1215), dove assisteano quattrocendodici vescovi, ottocento abati, ambasciadori di tutta cristianità; vi fu letto un discorso sulle prerogative del papa, e acciocchè anche i laici lo comprendessero, venne ripetuto in spagnuolo, francese, tedesco; fu esposta la dottrina cattolica contro Albigesi e Valdesi ed altri eretici, scomunicando il signore che non purga il suo paese da questi: colla parola transustanziazione si espresse il cambiamento operato nell'eucaristia: fu imposto a tutti i fedeli di confessarsi e comunicarsi almeno alla Pasqua.
Innocenzo attese a riformar la costituzione interna della Chiesa mediante lo spirito mistico con cui i Francescani operavano sulle classi basse, e i mezzi legali con cui i Domenicani difendeano la società feudale e religiosa. Onde far che le istituzioni civili non si togliessero dall'ombra del trono papale, e impedire che la società laica invadesse la ecclesiastica, volle ridurre in atto i concetti di Gregorio VII intorno alla supremazia del papa. Era allora dottrina comune ai canonisti e ai politici che tutta la cristianità gravita attorno a due centri: il papa e l'imperatore, delegati da Dio a governar le cose spirituali e temporali. Nessun altro ideale conosceasi in fatto di governo, e se ne valeano i due poteri per impedir sia le usurpazioni dell'uno sull'altro, sia le pretensioni de' baroni o de' cittadini; l'eresia al par della ribellione: due mali (dice Pier dalle Vigne) cui la Provvidenza preparò non due rimedj ma un solo sotto duplice forma: il balsamo della potenza sacerdotale e la forza della spada imperiale.
Tale era dottrinalmente la quistione: ma nel fatto ciascuno di questi due fanali della via sociale aspirava a splender unico; e si osteggiavano colle armi e colle scomuniche. Ma due podestà, diverse eppure non opposte, con idee e linguaggio differenti, non possono intendersi, sicchè nè la violenza riesce nè la discussione.
Federico II, ricco delle doti più belle e più ammirate, dotto, poeta, guerriero, legislatore, a guisa dei re moderni abborriva le libertà municipali, e la religione voleva ridurre a ramo dell'amministrazione. Pel primo scopo lungamente contese colle repubbliche dell'Italia superiore, e se non riuscì a spegnerle, impedì si estendessero anche al resto d'Italia, e costituissero l'intera penisola in un sistema, che potea divenir modello all'Europa e cambiarne i destini.
Uomo d'ordine, vide negli eretici dei disobbedienti e ribelli, e condannò senza esame le sêtte dualiste, ridestando le più severe leggi imperiali. Fece il solenne trasporto delle reliquie di san Carlomagno: onorò quelle della buona santa Elisabetta d'Ungheria, sul cui capo posò una corona d'oro, attestandone pubblicamente i miracoli. Pure dai papi è tacciato di eresie; ma quali fossero non è precisato.