Nunc labor tuus est fructuosus fletus acceptabilis, gemitus exaudibilis, dolor satisfactorius et purgativus... Melius est modo purgare peccata et vitia resecare, quam in futuro purganda reservare. Lib. I, c. 24.
[539.] A Carlo Gualteruzzi, 28 febbrajo 1542.
[540.] Epistolarum R. Poli collectio II, civ. pubblicata dal cardinale Quirini.
[541.] Il Polo scrive male l'italiano, e tratto tratto l'abbandona per ripigliare il latino col quale ha maggior pratica. Ma del resto si sarà potuto vedere dalle carte da noi addotte come tale fosse la consuetudine generale allora: siccome oggi per molti si fa col francese.
[542.] Il Caracciolo, autore della vita di Paolo IV manoscritta, ebbe a mano il compendio de' processi dell'Inquisizione, e ne usa con poca critica, non distinguendo il sospetto dalla colpa. Secondo lui, il cardinale Polo era molto sospetto di eresia, della quale era infetta tutta la sua Corte a Viterbo, estendendosi alle monache di colà: «com'anche a Firenze i monasteri interi erano infetti».
Nel processo del cardinal Moroni, un testimonio racconta d'un prete che, divenuto familiare del Polo, fu da questo convertito alle nuove dottrine; talchè scrisse al Contarini, lagnandosi gli avesse insegnato tanti errori, mentre ora aveva aperto gli occhi alla verità. Vuol pure che il Moroni fosse stato pervertito da esso Polo.
[543.] Il Polo morì nel 1558, ed oltre il citato Pro unitate Ecclesiæ ad Henricum VIII, scrisse De Concilio; De summo pontificis ufficio et potestate; De justificatione; De baptismo Constantini.
[544.] Testè alcuni membri della chiesa alta inglese sperarono poter profittare dell'inclinazione de' Puseisti verso il cattolicesimo, e rimettere in unità la Chiesa anglicana e la russa colla romana. Il cardinale Patrizzi, 18 novembre 1865, rispondeva loro, affettuosamente, badassero non ingannarsi supponendo che la Chiesa, fondata sul solo Pietro, possa transigere con altre; giacchè cesserebbe di diritto e di fatto d'essere cattolica: nè potersi procurar un accordo se non riconducendo le altre chiese ai principj su cui la nostra fu fondata da Cristo, una, indivisibile, eguale in tutti i tempi e i luoghi, e propagata dagli apostoli e loro successori. Per arrivare a l'intercomunione ecumenica non basta deporre ogni ostilità ed ira contro la Chiesa romana, ma vuolsi abbracciare compitamente la fede e la comunione di essa.
Ciò serve di commento ai molti tentativi di riconciliazione, che indicammo e indicheremo fatti al tempo che discorriamo e posteriormente, fra cui vanno distinti i nobili sforzi del Leibniz, seguìti dalla disperazione di riuscita. Nel qual senso il Grozio diceva «aver sempre desideratissima la riconciliazione dei Cristiani in un sol corpo: ma essergli dimostrata impossibile perchè gli animi di quasi tutti i dissidenti ne sono alienissimi, e per non aver quelli alcun principio di unità nel reggimento ecclesiastico. Per le quali ragioni (e' prosegue) le antiche parti non si potranno ricongiungere, e di sempre nuove ne sorgeranno. Onde penso non potersi rannodare i Protestanti se prima non si rannodino colla sede romana: senza la quale nessun reggimento comune si può sperare: ond'è desiderabile sia tolta la scissura, e le cagioni che la produssero. Fra le quali cagioni non è dà noverare il primato del vescovo romano, ch'è conforme ai canoni, per confession di Melantone, il quale anzi lo stima necessario all'unità. Ciò non è un assoggettar la Chiesa all'arbitrio del pontefice, bensì un riporla nell'ordine che la sapienza le ha costituito». Grotii Opera, t. IV, p. 744.