— Così bene, che gli eretici mi cercano a morte.
— Dunque va, persevera a combatterli, chè non possono uccidere se non il corpo; e se t'ammazzeranno, io ti assolvo d'ogni peccato.
E Pietro, fatto testamento e congedatosi dalla desolata famiglia, ritornò[108].
Contro i molti Manichei di Viterbo Innocenzo mosse in persona, rimbrottò i cittadini che tra quelli sceglievano i consoli, ed ordinò che, qualunque fosse trovato sul patrimonio di san Pietro, fosse consegnato al braccio secolare per castigarlo, e i beni divisi fra il delatore, il comune e il tribunale giudicante[109]. D'altri abbiamo ricordo in Volterra, dove gl'inquisitori, a malgrado del vescovo, atterrarono alcune case d'eretici in Montieri[110].
Bandi severissimi contro Catari e Patarini e d'altro nome novatori, pubblicò Gregorio IX, in qualità di sovrano di Roma e ad istanza di questa città, volendo fossero mandati al fuoco, o, se si convertivano, a carcere perpetuo; e guai a chi li raccogliesse o non li denunziasse. Molti in fatto furono arsi, molti chiusi a penitenza nei monasteri di Montecassino e della Cava[111]. Dei rimanenti si fece diligente inquisizione, per cura di Annibaldo, capo del senato[112]; in presenza del quale e del popolo, molti preti e cherici e laici, affetti di questa lebbra, furono condannati; sopra testimonj e confessione propria. L'editto di Gregorio IX fu poi ampliato da Innocenzo IV e Alessandro IV, infine da Nicola III contro tutti gli eretici, e inserito nel diritto canonico[113]. Il senato romano pubblicò varj capitoli, pei quali il senatore doveva ogni anno diffidare i Catari, Patarini, Poveri di Lione, Passagini, Giosefini, Arnaldisti, Speronisti e d'altro nome, e i loro ricettatori, e fautori, e difensori: gli eretici côlti si devano detenere, e otto giorni dopo condannati dalla Chiesa, punire: i loro beni pubblicare, dandone una parte a chi li prese o rivelò, una al senatore, una per restaurare le mura: dove teneano le congreghe facciasi un mondezzajo; siano distrutte in perpetuo le loro case e di coloro che da essi ricevettero l'imposizione delle mani; quegli che conoscendoli non li riveli, sia multato in venti libbre; quei che loro diano ricetto, perdano la terza parte dei beni, e la seconda volta siano espulsi di città, nè possano citar alcuno in giudizio, nè esser assunti ad impieghi, o ad atto legittimo qualsia.
In Milano fu posto che qualunque persona a sua libera volontà potesse prendere ciascun eretico; le case ove eran ritrovati si dovessero rovinare, e i beni che in esse si trovavano fossero pubblicati[114]. Enrico di Settala, arcivescovo di essa città, allora istituito inquisitore, jugulavit hæreses, come lo loda il suo epitaffio; ma i cittadini lo discacciarono. Vedesi ancora in Milano la statua equestre di Oldrado da Trezzeno podestà, encomiato nell'iscrizione perchè Catharos ut debuit uxit[115]. Nel 1303, al 1 novembre, i popolani di Sesto Calende si univano, e nominavano due sindaci o procuratori, i quali ricevessero le abjure di qualunque eresia o credenza, favore o asilo o difesa prestata a eretici di qualunque sètta; e a giurar sull'anima loro e di tutti quei del paese d'osservare la fede cattolica, e perseguitare gli eretici credenti e i loro fautori[116].
Come ricettatore d'eretici fu assalito il conte Egidio di Cortenova nel Bergamasco, e smantellatone il castello per istanza d'Innocenzo IV.
A Brescia operavano così sfacciati, che dissacravano chiese, e dalle torri fortificate scagliando fiaccole ardenti, scomunicavano la Chiesa romana e chi ne seguisse le dottrine. Contro di loro, papa Onorio III inviò il vescovo di Rimini, il quale abbattè molte chiese da essi contaminate, e le torri dei Gàmbara, degli Ugoni, degli Oriani, dei Bottazzi, ch'erano stati i più violenti, con ordine che rimanessero sempre mucchi di rovine, a ricordanza del fatto: le torri di quelli che aveano infellonito in minor grado, fossero diroccate fino a metà o ad un terzo, nè più si elevassero se non col consenso della Chiesa apostolica: gli scomunicati per tali azioni, eretici fossero o loro fautori, non venissero assolti se non presentandosi alla sede apostolica, salvo che in articolo di morte[117].
Altri in Piacenza bruciò il podestà Raimondo Zoccola; sessanta a Verona frà Giovanni da Schio in tre giorni, subito dopo aver riconciliate le osteggianti città italiane nella famosa pace di Paquàra.
Nè il Napoletano mancava d'eretici, ed è probabilmente come protesta contro le costoro predicazioni che un eremita calabrese andava attorno gridando nel dialetto patrio: Benedittu, laudatu e santificatu lu Patre; benedittu, laudatu e santificatu lu Filiu; benedittu, laudatu e santificatu lu Spiritu Santu[118]. Dal registro angioino a Napoli si trassero dianzi due diplomi: coll'uno del 1269, dato da Orvieto il penultimo di maggio, Carlo d'Anjou scrive ai conti, marchesi, baroni, podestà, consoli, conti, e chiunque abbia potere e giurisdizione, esortandoli che, venendo i frati Predicatori di Francia come inquisitori in Lombardia e in altre parti d'Italia, per investigare gli eretici e quelli che per eresia dalle terre di Francia fuoruscirono, vogliano ajutarli in tal ricerca, e renderli sicuri.