Papa Giovanni XXII condannò i Fraticelli, riflettendo che «Così va la cosa, che primamente gonfiasi l'infelice animo per superbia; quindi, nella disputa, dalla disputa nello scisma, dallo scisma nell'eresia, dall'eresia nella bestemmia con infelice progresso, anzi precipizio si cada». Per tal ragione egli attirossi le diatribe di molti scrittori, che vollero sin farlo passare per eretico; e saviamente egli rifletteva che «gran cosa è la povertà, più grande la castità, ma superiore l'obbedienza[134]». Bonifazio VIII li combattè vigorosamente, e perchè poco poi furono anche aboliti i Templari, giudicò taluno che ai papi dessero ombra gli Ordini monastici che aspiravano a dominazione spirituale o temporale. È però forza dire che Bonifazio favoriva i Francescani; li sottrasse alla giurisdizione dei vescovi, per sottoporli ai loro priori, i quali poteano giudicarne senza stare alle prescrizioni del diritto, ma secondo le costituzioni dell'Ordine: e confermò la Bolla Mare Magnum, in cui eransi compendiati tutti i loro privilegi, e diede ad essi autorità di predicare dapertutto, anche senza permissione del vescovo. Ciò poco piaceva a vescovi e parroci.
Quanto ai Fraticelli, proferitili eretici nella famosa bolla Nuper ad audientiam, dichiarando che il papa ha autorità di sciogliere e legare, li fece processare e perseguitare da frà Matteo di Chieti, principalmente negli Abruzzi e nella Marca d'Ancona. Da ciò l'odio mortale ch'essi posero a quel papa, e se alcuni limitaronsi a dirne tutto quel male che poi la storia pedestre adottò e che fu immortalato da Dante, altri passarono fino ad eleggere un altro papa: e cinque Fraticelli sacerdoti e tredici Beghine elessero un Dedodicis, frate provenzale, aizzando il popolo contro Bonifazio come eletto illegalmente, attesochè l'abdicazione di papa Celestino non valeva. Essi ricovrarono in un'isola dell'Arcipelago e in Grecia e in Sicilia, cantando un inno che cominciava: Godi o Chiesa meretrice, aggregando a sè chiunque tra i Francescani voleva mettersi a regola più austera; cari al vulgo per l'aspetto di maggior perfezione, e avendo per generale il mistico Ubertino da Casale, sotto cui si tenne un capitolo generale a Genova nel 1310.
Gerardo Segarella, frate Minore di Parma, dedito alla contemplazione, e fissando un quadro ov'erano rappresentati gli apostoli avvolti in mantelli, cogli zoccoli e la barba, credette doverli imitare in quel vestimento, e fin nel circoncidersi; faceasi fasciare come un bambino, e adagiare in un presepio al modo di Cristo; dichiarava tutto dover essere comune, anche le mogli; l'uomo non poter possedere nulla in proprio, non far da magistrato; e che le anime salvate non godono la beatifica visione di Dio prima del giudizio universale. Formò seguaci che si dissero Apostolici; vendette quanto possedeva, e dalla ringhiera di Parma gittò il denaro a una ciurmaglia che giocava; ed iva predicando, da chi creduto santo, da chi sentina di vizj. Opisone vescovo il fe cogliere (1280) e tener in prigione cortese nel vescovado, dove impazzito o fintosi, divenne ludibrio del servidorame, poi sbandito, e al fine richiamato e processato da frà Manfredi, fu arso il 18 luglio 1300.
Ermanno Pungilupo ferrarese, condannato più volte dagli inquisitori, si ritrattò, e fu sepolto ecclesiasticamente, ma dopo trentun anno levato di terra sacra, e dispersene le ossa, per ordine di Bonifazio VIII.
Frà Jacobone, de' Benedettini di Todi, valente nel diritto e nella poesia, godea della fama e de' piaceri del mondo, quando in una festa cadendo un palco, vi restò morta la dilettissima e bellissima moglie di lui: e sul corpo le si trovò un aspro cilicio, ch'ella sotto alle pompose vesti celava per ripararsi dai pericoli, cui la volontà del mondano marito l'esponeva. Colpito da quella morte e da quella penitenza, diedesi tutto a Dio, rinunziando ad ogni avere ed anche alla gloria col fingersi imbecille e attirarsi gli scherni plebei, comparendo seminudo, carpone, or colla cavezza a guisa di giumento, ora unto di mele e voltolato tra piume a guisa d'uccello. Metteasi come servigiale sulle piazze, ed uno avendogli dato de' polli da recar a casa sua, e' va, e li getta nel sepolcro di lui, come vera casa. Una volta compra interiora di capretto per farsene cibo, poi pentitosene, le appicca all'uscio della sua cella, e ne fiuta il fetore, e quando gli altri frati lo scoprono al puzzo, confessa la sua ghiottornia perchè lo riprovino[135].
Passava dunque per pazzo; ma per esser accolto nei Francescani dimostrò non esserlo con un bel trattato sul disprezzo del mondo; e scrisse prose e versi di stile squisitamente plebeo, che sono de' primi dell'italiana favella, sebbene lo zelo e il mistico vedere lo facessero talvolta oscuro, talvolta irriverente. Tra le rozzezze sue è a cernire molto oro, se qui ne fosse il luogo.
Chi Gesù vuol amare
Con noi venga a far festa,
Ed in quella foresta
Sì gli potrà parlare.